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Indovina dove: La Baia degli Elefanti

Emanuela Albanese vive da sempre a Piacenza perché, non riuscendo a decidersi tra il mare e la montagna, dalle sue valli vede il mare e scorge vicine le alpi. Di questa città ama i tetti e i campanili sospesi nella nebbia. Dicono sia di carattere solare ma basta un niente perché si chiuda in fretta a riccio.

La Baia degli Elefanti
 
Il Fiume Trebbia offre angoli splendidi dove potersi fermare a prendere il sole immersi nella natura. 
Uno di questi paradisi è la Baia degli Elefanti, a soli 13 km dalla città. Da Piacenza in macchina o moto dirigersi verso Gossolengo, quindi seguire per Gazzola e in seguito per il borgo di Rivalta. Lasciare la macchina nel parcheggio sotto il castello di Rivalta e proseguire a piedi lungo il sentiero indicato (difficoltà: facile) che scende in Trebbia tra macchie di ginestra e boscaglie di prugnolo selvatico (una passeggiata di 15 min). Per maggiori informazioni clicca qui 
 
La Baia, verde e selvaggia, con un’ampia spiaggia di sabbia fine è disegnata dallo sperone su cui si erge il castello e da rocce di grande bellezza paesaggistica; qui si trovano sorgenti di acqua calda a 60°C.
Due i momenti dell’anno consigliati per godere del massimo splendore di questa spiaggia: la primavera con il verde della nuova stagione e i mesi di settembre-ottobre con i colori autunnali. In entrambi i periodi si evitano i turisti da fiume che si riversano le domeniche occupando come cavallette ogni spazio disponibile per un bagno in queste acque terapeutiche. 
 
La Baia degli Elefanti deve il suo nome al rinvenimento degli scheletri pressoché intatti di due elefanti: un esemplare adulto e uno più giovane; forse la madre con il suo cucciolo. La leggenda tramanda che a notte inoltrata, sotto la pioggia insistente, quando il fragore della battaglia tra cartaginesi e romani era ormai cessato, in quel fatidico 25 dicembre del 218 a.C., sopra i lamenti sfiatati dei moribondi coperti di fango e di sangue, si alzava il barrito lacerante, simile a grida umane, di un elefante ferito che vegliava il suo piccolo esanime. Il giovane elefante, nato durante l’attraversamento al seguito dell’esercito di Annibale di Spagna, Pirenei e Alpi, impaurito dal riecheggiare delle armi, era scappato da un recinto protetto durante gli scontri rimanendo ucciso dalle lance dei soldati romani. La madre, anch’essa ferita, lo aveva ritrovato solo a battaglia finita e nessuno, nonostante gli sforzi fatti, era riuscito a staccarla da quella veglia infinita: si era lasciata morire accanto al figlio. A parte gli scritti storici di Livio e Polibio non resta nulla a documentare quel tragico evento: non si sono rinvenuti reperti inerenti alla battaglia o materiale abbandonato o disperso lungo il fiume e le campagne. Oggi resta il nome che un soldato cartaginese, rimasto indietro e colpito dalla fine dei due elefanti, volle dare a questo luogo incantevole per tramandarne il ricordo nel tempo. 
Quest’angolo di paradiso è reso ancor più unico dalla presenza di sorgenti di acqua calda, episodio unico in tutto il corso del fiume Trebbia, valorizzate solo a partire dalla fine dell’Ottocento quando anche qui si diffonde la moda di curarsi con bagni terapeutici. Anche se la storia racconta che i cartaginesi si prepararono alla battaglia tenendosi al caldo dei fuochi e cospargendosi di olio per combattere il freddo, non è difficile immaginare cha Annibale, trovandosi su questo lato del fiume e scoperte le sorgenti calde, abbia dato ordine che tutti gli uomini prendessero un bagno caldo in queste acque per mantenere i muscoli caldi ed elastici pronti per la battaglia.
 
Emanuela Albanese vive da sempre a Piacenza perché, non riuscendo a decidersi tra il mare e la montagna, dalle sue valli vede il mare e scorge vicine le alpi. Di questa città ama i tetti e i campanili sospesi nella nebbia. Dicono sia di carattere solare ma basta un niente perché si chiuda in fretta a riccio.
Da bambina vuole fare la ballerina o la cantante, ma non riscuotendo grandi consensi in famiglia abbandona ben presto entrambe le idee. Alle elementari sogna di fare la maestra, per seguire le orme della sua maestra; prosegue gli studi e tra una versione di latino e una di greco fa l’educatrice in parrocchia. Sceglie di fare l’architetto perché crede, come disse un suo professore il primo giorno di lezione, che “l’architetto è un operatore culturale che lavora per la qualità dello spazio e dell’ambiente nel quale l’uomo vive”, quindi per migliorare la vita dell’uomo. Coltiva il sogno di coniugare questo mestiere con un’altra sua grande passione: la cucina. Nel frattempo si allena sperimentando ricette originali e intrecciando tortelli con la coda. Oggi è un’attrice nella compagnia teatrale Le Vissole e sul palco improvvisa… che è la cosa in cui riesce meglio nella vita, fuori dal teatro. 

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