Musica, ecco il pagellone top 25 del 2013

Non può mancare neppure quest’anno il pagellone musicale di PiacenzaSera.it a cura di GB Menzani

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IL PAGELLONE DI FINE ANNO DI PIACENZASERA  (2013)
di Giovanni Battista Menzani (Tw: @GiovanniMenzani)

25
ATOMS FOR PEACE – Amok

Snobbata dalla critica, la nuova band di Thom Yorke (Radiohead) propone un’elettronica d’avanguardia, in cui – rispetto al recente passato – appare più solida la base ritmica. La monolitica continuità dell’album è interrotta da episodi notevoli quali “Stuck together pieces”, il singolo (atipico, come singolo) “Judge jury and executioner” e “Unless”, il manifesto della nuova stagione della disillusione: ”Non me ne potrebbe fregare di meno”.

24
DAFT PUNK – Random Access Memories
DISCLOSURE – Settle

Ecco invece due dischi sopravvalutati.
Il caso più clamoroso è quello del duo parigino dei Daft Punk, incensati da VIP, gente comune e nostalgici della disco ‘80. Moroder addirittura in un cameo parla di “the sound of the future”. A noi invece sembrano a volte una stanca riedizione dei Kraftfwerk, e il loro suono metallico pare la colonna sonora di vecchi videogames come Nibbler o Donkey Kong. I pezzi più belli, le collaborazioni con Panda Bear e Gonzales.
Molte parole si sono fatte anche per il debutto dei londinesi Disclosure. In patria sono i nuovi idoli della scena underground danzereccia. Tre-quattro cose da ricordare, come “When a fire start sto burn”, “Latch” e “January”. E, anche qui, tante cose già sentite altrove.

23
DAUGHTER – If You Leave

Incidono per la 4AD, sinonimo di garanzia. Siamo in territori dark, musica da camera scarna, tormentata e delicatamente malinconica, testi poco allegri (eufemismo) e claustrofobici (“Fin dall’infanzia sono preda della forza di un’orribile malinconia, la cui profondità trova la sua vera espressione nella corrispondente capacità di nasconderla sotto apparente serenità e voglia di vivere”).
Riferimenti del nuovo millennio: St.Vincent, Soap&Skin, Bon Iver, XX.

22
PEARL JAM – Lightning Bolt

Il solito disco onesto dei Pearl Jam.

21
DEPECHE MODE – Delta machine

La band di Gore recupera le sonorità cupe e claustrofobiche di uno splendido passato (“Black celebration” e “Songs of faith and devotion”), ammiccando alle atmosfere dark anni ’80 e al minimalismo tech della nuova scena elettronica (Autechre, Four Tet, Seefeel).
Quello che colpisce è la perfezione quasi assoluta del sound.

20
DAVID BOWIE – The Next Day

Un nuovo giorno. Partire dal (glorioso) passato e guardare al futuro.
Un Bowie in gran forma.

19
NATIONAL – Trouble Will Find Me

Ripetersi senza ripetersi è sempre difficile.
Tuttavia, la loro raffinata miscela di post-punk, canzone d’autore e rock intellettuale (Joy Division, Leonard Cohen, Nick Cave, Tindersticks) pur non essendo rivoluzionaria funziona sempre alla grande.

18
DEERHUNTER – Monomania

Non può essere eletto capolavoro di una carriera ormai decennale, ma “Monomania” è un concentrato di sonorità made in USA: echi lontani dei Sessanta (Love, Byrds), il lo-fi psichedelico a là Flaming Lips e Sebadoh, il Beck più casinista e artistoide, addirittura il garage degli Stooges (e dei Fall di Mark E Smith).

17
FOALS – Holy fire

Uno dei gruppi inglesi più interessanti degli ultimi tempi, almeno per chi scrive, amante del prog-rock (King Crimson, i primi Genesis, i Van der Graaf) e della scuola di Canterbury (e qui troviamo rimandi all’opera del maestro Bob Wyatt). Ascolto più che gradevole, sul quale spiccano almeno due gemme come “Bad Habit” e la minimale “Stepson”, ballata ipnotica e ripetitiva, oltre al singolo “Inhaler” – che ricorda i Jane’s Addiction.

16
DELOREAN – Apar

Arrivano dai Paesi Baschi e prendono il nome dalla macchina del tempo di “Ritorno al Futuro”.
Suonano un dreampop di gran classe.

15
IRON & WINE – Ghost on ghost
JOHN GRANT – Pale Blue Ghosts

Ovvero: Fantasmi 2.0
Abbandonato il folk da strada degli esordi, Iron&Wine prosegue il suo percorso verso un sound ricco ed elegante, jazzato, con riferimenti come Donald Fagen e Paul Weller, Calexico e Paul Simon.
Ex-leader degli Czars, Grant si era appena messo alle spalle una fase a dir poco turbolenta della sua vita quando scopre di essere sieropositivo. Smarrite le ultime, poche, certezze, da alle stampe il suo secondo album solista: discontinuo, cupo, drammatico, a tratti ancora magico.

14
MY BLOODY VALENTINE – MBV

Capostipiti della scena shoegaze, gli irlandesi tornano dopo ben 22 anni: è subito trionfo di critica e pubblico.
Meritatissimo.
“MBV” riprende il filo interrotto, costruendo muri di chitarre elettriche e di feedback a fare da sfondo a melodie eteree e ipnotiche.

13
ANNA CALVI – One breath
JULIA HOLTER – Loud city song

Le donne dell’anno.
Per la prima, autrice inglese di origini italiane, è stato scomodato Jeff Buckley.
Per la seconda, dal Michigan, addirittura Robert Wyatt.
Curiosi?

12
GOLDFRAPP  – Tales of us

Nativa del Middlesex, Alison Goldfrapp è la splendida voce dell’omonimo duo, da sempre avvicinato dalla critica alla scena di Bristol.
Dopo un lungo silenzio, “Tales of us” è, più che una collezione di brani musicali, una vera e propria raccolta di racconti, dieci tracce dedicate ad altrettanti personaggi.
Musica da camera, senza tempo.

11
FUCK BUTTONS – Slow focus
DARKSIDE – Psychic

A Bristol fanno stanza anche i Fuck Buttons, autori di straordinarie cavalcate elettroniche.
I loro fottuti bottoni ci regalano strumentali tra la psichedelica e il krautrock, con echi dreamy e di danze tribali.
Colonna sonora di un futuro alle porte.
Notevole anche il disco dei Darkside:
Ambient? Elettronica d’avangiardia? Chambertronica?
Al diavolo le etichette, lasciatevi conquistare dai suoni e dalle atmosfere del nuovo progetto di Nicholas Jaar.

10
MUM Smilewound

I Mum sono noti per la bizzarria degli arrangiamenti, un mix ben amalgamato tra tecnologia digitale e strumenti tradizionali, alcuni recuperati alle fiere locali del vintage.
La loro è una musica fiabesca, quasi in sospensione, una psichedelia minimale e misurata come solo dei gentili ragazzi del Nord Europa – vengono dall’Islanda – possono immaginare.

9
MASSIMO VOLUME – Aspettando i barbari

A distanza di ormai vent’anni dalle prime folgoranti poesie in musica, i bolognesi Massimo Volume riescono ancora a stupire e a emozionare.
Le liriche di Clementi sono di alto livello – “Ora che la sera/Accorcia le ombre/Noi ci ritiriamo/E di fronte allo specchio/Come spose/Ci acconciamo/In onore dei barbari” – manifesto impietoso di un tempo corrotto come il nostro.

8
VAMPIRE WEEKEND Modern vampire of the city

Ne abbiamo spesso parlato male, in passato. Li avevamo accusati di non volere crescere. E invece i ragazzi newyorchesi sono diventati grandi, ma grandi davvero. Un bel passo in avanti per un disco godibile: il migliore pop in circolazione.

7
THESE NEW PURITANS Field of reeds

Altra band sperimentale e assai interessante, i These New Puritans arrivano da Southend-on-Sea.
Il loro terzo album è lontano dalla nu-wave degli esordi, e suona come un meraviglioso post-rock espressionista e quasi dark, con orchestrazioni raffinate e minimali.
“Fragment Two” e “V (Island Song)” le gemme assolute dell’album.

6
KANYE WEST -Yeezus

Il genere non ci fa strepitare, ma come si può definire il genere di un disco come “Yeezus”: un sound più minimale rispetto al passato, ripulito e portato all’essenziale, quasi sperimentale; tracce di psichedelica e di suoni sixties – addirittura un sample di “Strange fruit”, nella versione di Nina Simone; ospiti illustri come Frank Ocean e Justin Vernon – aka Bon Iver -, tra i nostri preferiti.
E un diluvio di fuck: “Fuck you and your corporation/Y’all niggas can’t control me”, che nemmeno il Grande lebowski.
Insomma, lui è davvero gradasso (“I am God” (featuring God), “I just talked to Jesus, he said, ‘what up Yeezus?’” – oppure: “Ora, faccio solamente ciò che voglio, quando voglio, come cazzo voglio. Vaffanculo è il mio messaggio”), però è impossibile non ammettere che è proprio bravo.
(Fuck).

5
BILL CALLAHAN – Dream river
MARK KOZELEK & DESERTSHORE – Mark Kozelek & Desertshore

Chi ha detto che non nascono più grandi cantautori?
Bill Callahan, ad esempio, è uno di quelli che in futuro potrebbe essere affiancato a Cohen, Waits, Newman, Dylan…
L’ex leader degli Smog ha un magnifico timbro vocale, quasi baritonale, con il quale interpreta in modo personale e sofisticato le sue canzoni quiete, minimali, notturne. Canzoni che parlano della grande periferia americana, di praterie sconfinate e di motel fatiscenti, di lunghe strade che si perdono all’orizzonte e di pickup sgangherati. Canzoni che narrano di solitudine e paura, di angoscia e alienazione.
Prolifico come pochi, l’ex Red House Painters e Sun Kil Moon è uscito nel 2013 addirittura con due album. Il più notevole nasce dalla sua collaborazione con i Desertshore. Qui l’atmosfera è meno rilassata e più elettrica, il tono meno monocorde, c’è spazio per cambi di ritmo e divagazioni.

4
ARCTIC MONKEYS – AM

La band di Sheffield abbandona l’indie degli esordi ed emigra in America. Il suono ora è più maturo, scarno ed essenziale, la scrittura è più complessa.
L’album si apre con una spettacolare doppietta, “Do I wanna Know?” e “R U Mine?” – due domande, come a dire, risposte non ne abbiamo – e si chiude con una mielosa “Mad sounds” che termina in un Ullallà-ù di cui le scimmie sembrano non avere vergogna, a dimostrazione di una maturità raggiunta.
(Chissà cosa ne penseranno i fan della prima ora, quelli del clubbing più duro).

3.
NICK CAVE & THE BAD SEEDS Push the sky away

Era dai tempi del bellissimo “No More Shall We Part” che l’artista australiano non trovava una simile ispirazione.
“Push the Sky Away”, quindicesimo album ufficiale del nostro con i Bad Seeds (che nel frattempo hanno perso Bargeld e Harvey, ma ritrovato Adamson), è un clamoroso ritorno alle atmosfere languide e rarefatte dei suoi capolavori.

2.
JAMES BLAKE – Overgrown

“Overgrown” (ovvero: cresciuto troppo, o troppo alla svelta – Blake è del 1988) è il significativo titolo del nuovo lavoro di questo enfant prodige della scena dubstep londinese. 
Una voce emozionante, struggente, matura e personale. Brani minimali e aspri, quasi spettrali, e poche concessioni a ritmi più sincopati e a un’elettronica house.
Un nuovo grandissimo cantautore. Un esploratore delle più intime emozioni, con squarci di luce pura. Quasi sacra.

1
ARCADE FIRE – Reflektor

“Reflektor” non e’ il disco dance della straordinaria band di Montreal, Canada.
E’ molto di più.
C’è più ritmo, e c’è un’atmosfera più serena e rilassata rispetto agli esordi, forse per merito del clima caraibico della Giamaica, dove il disco è stato registrato, e di Haiti, paese di provenienza di Régine Chassagne. Loro stessi ammettono: “Ci piace ballare, ma la musica dance è così stupida”. La co-produzione di Murphy degli LCD Soundsystem ha fatto il resto. C’è più glam, e lo stesso Win Butler appare sempre più consapevole del suo ruolo di star internazionale. Ci sono infine i rimandi letterari – il mito di Orfeo, Camus – e alla scultura di Rodin.
C’è, soprattutto, l’ambizione di voler dimostrare a tutti la propria forza.
Pronti a entrare nell’olimpo dei grandi.

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