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Le Rubriche di PiacenzaSera - Cinema

“The wolf of wall street”, la recensione di PiacenzaSera

Al minuto 9.05 un Matthew Mc Conaughey con una pettinatura inguardabile, broker navigato, fa una domanda e offre una risposta al newbie Leonardo Di Caprio con spalline fuori misura “How the fuck else would you do this job? Cocaine and hookers, my friend” (Come credi che si possa fare questo lavoro? Cocaina e puttane, amico mio”).

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Al minuto 9.05 un Matthew Mc Conaughey con una pettinatura inguardabile, broker navigato, fa una domanda e offre una risposta al newbie Leonardo Di Caprio con spalline fuori misura “How the fuck else would you do this job? Cocaine and hookers, my friend” (Come credi che si possa fare questo lavoro? Cocaina e puttane, amico mio”).

Welcome to the world of The Wolf of Wall Street, signori, perché è esattamente quello che accadrà per i restanti 170 minuti. Ispirato all’omonima storia autobiografica  il film inscena l’ascesa e il declino di Jordan Belfort, un piccolo broker che diventa uno squalo della finanza grazie alle penny stocks, azioni di valore bassissimo ad alto rischio di perdita.
Il film è ambientato negli anni ’80, e ne rispecchia la spregiudicatezza, la velocità e la celebrazione del godimento più sfrenato, in quella sorta di circo spietato che è l’ambiente di lavoro che Jordan costruisce insieme ai ricettatori, piccoli delinquenti e truffatori reclutati per dar vita alla sua società, la Stratton-Oakmont.

“Give them to me young, hungry and foolish and in no time I’ll make them rich” (“Datemeli giovani, affamati e folli e in pochissimo tempo li farò ricchi): suona diverso, non vi pare?
Scorsese se ne frega di morale e moralismi, i suoi personaggi parlano male e si comportano peggio, non hanno sentimenti e neanche pentimenti, semplicemente fanno, qui e ora, tutto il possibile per godersela in un eterno gargantuelico e godereccio presente.

La volgarità e la celebrazione dei lati peggiori dell’essere umano sono la chiave di lettura della storia e si misurano già dalla scena dell’impiegata che si fa rasare i capelli pubblicamente per avere 10.000 dollari per rifarsi il seno (avvenimento realmente accaduto, dice Belfort). “It was a mad house, a greed feast” (Era una casa di pazzi, una festa dell’avidità).

Del resto, ce lo dice chiaramente Belfort, in una delle sue frequenti violazioni della quarta parete: “There is no nobility in poverty” (Non esiste nobiltà nella povertà).
Un film che sembra Casinò per la sua escalation verso l’abisso: il protagonista sprofonda in un vortice di droga, prostitute e violazione della legge, fino a rischiare la propria vita e quella della propria famiglia.

Lo stile di vita di Belfort e le sue modalità di conduzione della società attirano l’attenzione dell’FBI, nella persona dell’agente Patrick Denham, interpretato da Kyle Chandler aka l’allenatore di Friday Night Lights aka il miglior marito padre e coach e uomo più integerrimo del mondo. “He’s a boy scout, he thinks you are Fucking Gordon Gekko” (il riferimento è al film di Oliver Stone “Wall Street” e al genio che ha chiamato i due protagonisti Gordon Gekko e Bud Fox).

Denham non molla l’osso e l’FBI irrompe dentro la Stratton-Oakmont come un fiume in piena, al suono di Mrs. Robinson in una magnifica magnifica scena.
Ancora un ottimo Scorsese, ancora una straordinaria collaborazione con Leonardo di Caprio candidato all’Oscar con un’interpretazione assolutamente azzeccata che coniuga avanspettacolo e conduzione televisiva di programmi trash, quasi al limite della commedia che pure non è la cifra né del regista né dell’attore.

Barbara Belzini

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