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Le Rubriche di PiacenzaSera - Pillole di Economia

Economia in pillole: basta con “imprenditori ricchi e imprese povere” 

In questa puntata delle “pillole di economia” l’applicazione delle regole di Basilea III alle banche e riflessi per le imprese italiane

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Nona puntata della rubrica di PiacenzaSera.it “Economia in pillole” curata da Mauro Peveri. Motociclista e cultore della musica rock degli anni ’70, Mauro Peveri è soprattutto un commercialista esperto di svariate materie economiche e finanziarie: si occupa, tra le altre cose, di consulenza per le imprese, gestione della corporate governance, e di organizzazione aziendale. Ecco la sua nuova pillola. 

 

Giovedì 20 febbraio ho partecipato a un convegno organizzato da Confapi Piacenza. L’argomento del convegno era: applicazione delle regole di Basilea III alle banche e riflessi per le imprese italiane.

I vincoli introdotti con Basilea III, che arriva dopo Basilea II, obbligheranno le Banche, sinteticamente, ad aumentare la propria capitalizzazione, cioè il proprio capitale di rischio.
L’obiettivo è aumentare la garanzia che le Banche possano sopportare le crisi sistemiche come quelle già registrate nel 2008 (crisi finanziaria) e nel 2011 (crisi dei debiti sovrani degli stati), che hanno indebolito l’intero sistema del credito e procurato riflessi pesantissimi sulla capacità delle imprese di finanziarsi: il cosiddetto credit crunch.

Credo che tutti, privati e imprese, si siano resi conto come oggi sia difficile avere un mutuo per comprare una casa o un prestito per finanziare lo sviluppo della propria azienda.
Qualche osservatore disattento crede che la causa principale della maggiore difficoltà di accesso al credito sia stata determinata dalla progressiva riduzione dei crediti concessi dalle Banche ai propri clienti: cosa effettivamente avvenuta in termini numerici come ho spiegato nell’ultimo articolo pubblicato (settima pillola).

In realtà la riduzione dei crediti concessi alle imprese e ai privati è la conseguenza e non la causa del credit crunch, come hanno spiegato bene i relatori del convegno.
Le banche qualche anno fa rispettavano la regola aurea del rapporto impieghi / raccolta pari al 50%, il cui significato è il seguente: ogni cento euro raccolti dai correntisti cinquanta erano prestati alle imprese e ai privati e cinquanta erano investiti in titoli facilmente liquidabili all’occorrenza.

Prima della crisi del 2008 questo rapporto aveva raggiunto il 100% e a volte l’ha superato. Gli effetti della ridotta capitalizzazione delle Banche in rapporto agli impieghi (aumentati a dismisura), la crisi finanziaria e l’aumento dei crediti deteriorati si sono sommati e hanno messo in crisi il sistema: le Banche non sono più state in grado di garantire il proprio equilibrio patrimoniale, finanziario ed economico e quindi di garantire un flusso costante di finanziamenti ai privati e alle imprese, che si sono pesantemente ridotti.

I relatori del convegno hanno però dimenticato tra le cause di questo fenomeno due motivi molto importanti che voglio ricordare: la rincorsa agli extra profitti derivanti da operazioni speculative, come quelle dei mutui subprime, e la spericolata acquisizione a debito e a prezzi insensati, di Banche più piccole.

Lo scopo in quest’ultimo caso era quello di diventare istituti più grandi in grado di competere sui mercati europei o addirittura mondiali, perdendo di vista che le Banche sono imprese e che la crescita dimensionale avrebbe dovuto essere finanziata non a debito e a prezzi gonfiati ma garantendo un aumento della redditività (non quella finta dei subprime) e il rispetto del loro equilibrio patrimoniale e finanziario.

Ciò non è accaduto, per cui tutti gli Istituti di credito (grandi e piccoli) si sono trovati in una situazione difficile da governare: la necessità di migliorare la propria capitalizzazione (cioè di aumentare i mezzi propri) perché le proprie attività si sono progressivamente deteriorate (i prestiti inesigibili sono aumentati a dismisura) in presenza di un rendimento negativo del proprio capitale (perdite d’esercizio).

A questo punto perché i mercati avrebbero dovuto sottoscrivere aumenti di capitale delle Banche tenuto conto che i rendimenti futuri dei propri investimenti sarebbero stati insignificanti o addirittura negativi?

E’ evidente che l’unica via di uscita da questa situazione non poteva che essere l’intervento degli Stati, altrimenti il sistema sarebbe imploso.

Chi lamenta l’aumento gratuito del capitale sociale di Banca d’Italia attraverso il contestato decreto approvato dal parlamento recentemente (che consentirà alle banche italiane di superare gli stress test Ue) o il prestito della Bce alle Banche europee attraverso la concessione di risorse finanziarie importanti al tasso dell’1% non sa quello che dice.

Senza le operazioni sopra descritte il sistema del credito europeo e italiano avrebbe fatto default con conseguenze disastrose su tutta l’economia europea e italiana già così pesantemente colpite dalla “crisi”.

Altra cosa naturalmente è stato salvare gli azionisti e gli amministratori delle Banche come direttamente o indirettamente tali misure hanno determinato.

L’adozione dei vincoli di Basilea III è stata dunque la risposta dell’Europa a una serie di errori di gestione delle Banche che le ha portate sull’orlo del default.

La necessità di una maggiore capitalizzazione delle Banche in rapporto ai rischi collegati ai prestiti erogati alla clientela comporterà inevitabilmente un restringimento del credito alle imprese indebitate e quindi sottocapitalizzate.

Occorre, dunque, che le PMI italiane, più indebitate delle concorrenti europee con il sistema bancario (circa il doppio), prendano finalmente coscienza di quanto sia importante aumentare i mezzi propri, cioè la propria capitalizzazione (Capitale sociale + riserve di utili) in rapporto ai propri investimenti (beni strumentali + magazzino + crediti).

Gli imprenditori (e anche i professionisti che hanno grosse responsabilità in tal senso) devono smettere di pensare solo a come ridurre il proprio imponibile fiscale per pagare meno tasse.
Per le PMI italiane la conseguenza diretta di questa politica speculativa è stata quella di azzerare gli utili d’impresa, di ridurre i mezzi propri e di aumentare l’indebitamento.

Il sistema “imprenditori ricchi e imprese povere” non regge più, anche perché con un’aliquota Ires al 27,50% non ha più senso sostenere che le imposte sul reddito delle imprese sono sproporzionate rispetto alle imposte sui redditi personali: ricordo che l’aliquota marginale irpef per redditi superiori a euro 75.000 è pari al 43%.

Quante sono le imprese italiane che hanno compensi amministratori sproporzionati rispetto all’utile d’esercizio?

Occorre però che oltre agli imprenditori anche lo Stato metta in campo politiche che agevolino la capitalizzazione delle imprese attraverso la detassazione degli utili reinvestiti, solo in parte intrapresa con l’introduzione prima della D.I.T. e più recentemente (dal 2010) con l’A.c.e..

Bisogna introdurre un sistema più coraggioso che riduca l’imponibile fiscale delle imprese che aumentano gli utili non distribuiti o che aumentano il loro capitale sociale.

Come in tutti gli articoli faccio alcune proposte operative per migliorare la capitalizzazione delle PMI italiane e quindi la loro indipendenza dal sistema bancario:

detassare gli investimenti che aumentano la produttività delle imprese: investimenti in beni strumentali e innovazione di processo e prodotto, che si tradurranno in futuro in una riduzione dei costi d’impresa e di conseguenza in un aumento del reddito d’esercizio;

detassare o ridurre la tassazione per le imprese che aumentano progressivamente il proprio reddito e che si obbligano a non distribuirlo per almeno cinque anni: una sorta di aliquota regressiva (il contrario dell’Irpef) per le imprese che non distribuiscono gli utili ai soci;

detassare la riduzione del capitale circolante: crediti verso clienti + scorte;

agevolare l’emissione di prestiti obbligazionari alle imprese che siano sottoscritti direttamente dai privati;

aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie a favore di una minore tassazione dei redditi d’impresa;

aumentare la tassazione sui patrimoni a favore di una minore tassazione del reddito d’impresa.

L’introduzione dei vincoli di Basilea III senza una politica delle imprese e dello Stato che vada nella direzione auspicata (aumento della capitalizzazione) aumenterà la debolezza del sistema delle PMI italiane in generale e in maggior misura nel confronto con le imprese europee e mondiali con cui è in corso una competizione globale con conseguenze immaginabili sul futuro del nostro Paese.


Mauro Peveri

mauro.peveri@gmail.com

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