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Economix: World Economic Forum, l’Italia non preoccupa l’Europa

Secondo i grandi che si sono riuniti a Davos dal 22 al 25 gennaio, pare che non si possa più fare a meno dell’euro. Praticamente gli europei non possono dare seguito a quei movimenti socio-politici che vorrebbero ogni Paese, Italia inclusa, fuori dall’euro, ovvero il ritorno alla “moneta sovrana”

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World Economic Forum: l’Italia non preoccupa l’Europa

Dalla moneta unica all’unione bancaria

Secondo i grandi che si sono riuniti a Davos dal 22 al 25 gennaio, pare che non si possa più fare a meno dell’euro. Praticamente gli europei non possono dare seguito a quei movimenti socio-politici che vorrebbero ogni Paese, Italia inclusa, fuori dall’euro, ovvero il ritorno alla “moneta sovrana”.

Ciò a cui, quasi unanimemente, sono convenuti è che una riduzione del valore dell’euro potrebbe aiutare i Paesi “con maggiori problemi”, Italia inclusa. Questione che era chiara fin dal lontano 1998, quando alcuni economisti europei, italiani inclusi (vedasi alla voce Prodi), ci avevano convinto che la moneta unica avrebbe rappresentato un fattore di grande sviluppo per l’economia europea. Probabilmente poteva anche essere vero. Si erano soltanto scordati di specificare che sarebbe stato un fattore positivo, solo, per alcuni Paesi, vale a dire quelli più virtuosi. Omettiamo, per brevità, una definizione di “Paesi virtuosi”, ma possiamo certamente evidenziare quali Paesi: Germania e Francia, ad esempio. L’Italia non ne ha mai fatto parte.

Joseph Stiglitz, premio Nobel nel 2001 per l’economia, ritiene che per fare ripartire la crescita occorre, tra le altre cose, completare e fare partire l’Unione Bancaria. Concetto molto interessante, ma che se dovesse avere le medesime modalità dell’unione monetaria, potrebbe rappresentare, per l’Italia, la definitiva consegna del sistema finanziario alla Mafia Spa, l’unica, oggi in grado di fornire finanziamenti alle imprese italiane. Concetto forte ? Probabilmente, ma non bisogna sottovalutare il fenomeno.


Perdita di competitività e disagi sociali

Tutti concordano con il fatto che se non si risolve il problema della disoccupazione, che non è soltanto un fenomeno giovanile, anzi, aumentano le disuguaglianze e le tensioni sociali. Tutto ciò determina l’aumento di movimenti politici che approfittando della frustrazione e della rabbia dei cittadini, occupano spazi sia nei parlamenti locali che europei, senza però di fatto presentare proposte per uscire dalla crisi. Ne è un esempio in Italia il movimento 5 stelle, che da sostenitore di una “presunta” politica riformatrice ed antispreco si è di fatto trasformato in un “nulla di fatto”, con derive nazionaliste alquanto preoccupanti.

Kenneth Rogoff, economista che insegna alla Harvard University, si chiede “come abbiano fatto gli europei ad essere così pazienti”, con un rischio deflazione che, ad eccezione della Germania che parrebbe fuori pericolo, porterebbe molti Paesi Europei, Italia in testa, ad una tale perdita di competitività che non si risolverebbe in tempi brevi. Insomma la visione di un futuro non proprio roseo.

La crisi ha colpito tutti in uguale misura

Insomma un quadro complessivo che ci porta ad un unico ragionamento, supportato dall’economista Laura D’Andrea Tyson: “il problema dell’instabilità sociale non è un problema europeo”. Ogni Paese dell’area euro ha proprie caratteristiche, che rappresentano una sostanziale differenza tra un Paese virtuoso, in grado cioè di contrastare e superare la crisi (la Germania ad esempio?) ed un Paese “poco virtuoso”, con tali problemi, inefficienze e incompetenze da rappresentare un ostacolo per la realizzazione di politiche riformatrici (la Grecia ad esempio?). Per l’Italia, purtroppo, è “buona la seconda”.

Perché, diciamolo, la crisi ha colpito tutti in uguale misura. Differenti sono le modalità di contrasto ai problemi, perché differenti sono le risorse di cui dispongono i diversi Paesi. Inutili sono i tentativi di incolpare la Germania dei nostri problemi.

I grandi di Davos, tuttavia, convengono che l’Italia non rappresenta più un pericolo per l’Europa. Ma quale Europa ?  Il pericolo purtroppo non è scongiurato per noi stessi, e pare che l’appartenenza all’Unione Europea non faciliti le cose.

Conclusioni
Occorre rilanciare la domanda e quindi la crescita. Occorrono politiche retributive più generose ed un fisco meno austero. Occorre la riduzione della forza eccessiva dell’euro e l’Unione Bancaria. Tutto qua’ ? Ce l’avessero detto prima …

Andrea Lodi (economix@piacenzasera.it)

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