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“Foibe, tragedia da non dimenticare” Piero Tarticchio incontra gli studenti  foto

“Insegnanti e studenti hanno oggi un ruolo strategico e cruciale per il cammino futuro della memoria: a loro è affidato il difficile compito di tramandare un pezzo di storia, quello della tragedia delle Foibe, che chiede di non essere dimenticato”.

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“Insegnanti e studenti hanno oggi un ruolo strategico e cruciale per il cammino futuro della memoria: a loro è affidato il difficile compito di tramandare un pezzo di storia, quello della tragedia delle Foibe, che chiede di non essere dimenticato”. L’appello è stato lanciato – nella celebrazione del Giorno del ricordo – dal presidente della Provincia Massimo Trespidi nel corso dell’evento commemorativo voluto dall’Amministrazione provinciale a palazzo Garibaldi in memoria della tragedia delle foibe e dell’esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra.
 
Sono stati circa un centinaio gli studenti delle classi terze e quinte degli istituti Respighi, Gioia, Romagnosi, Cassinari e Colombini che – insieme alle tante autorità civili e militari presenti – hanno ascoltato questa mattina la testimonianza drammatica di Piero Tarticchio, pittore, scrittore, giornalista pubblicista e presidente del centro di cultura giuliano-dalmata. Nato in Istria vicino a Pola, ora residente a Milano, Tarticchio è stato costretto all’esodo nel 1947 dai partigiani del maresciallo Josip Broz Tito, che uccisero e gettarono nelle foibe sette suoi parenti.

“Vado in Istria tutti gli anni – ha detto Tarticchio – nel giorno della commemorazione dei defunti a portare un fiore sulla tomba di uno sconosciuto perché non so dove sia mio padre. L’Italia, che con la legge del 2004 ha istituito il Giorno del Ricordo, ha finalmente posto fine a 57 anni di silenzio di Stato. Il trascorrere del tempo non ha cancellato, come credevo, i ricordi tragici di quegli anni: l’orrore subito dalla mia famiglia è un incubo più che mai vivo. Esiste poi oggi un forte problema di indifferenza e di comunicazione: su diversi libri di testo di storia che ho personalmente analizzato solo 2 riportano i fatti relativi alla tragedia delle Foibe in modo corretto”. Ai ragazzi è infine stato mostrato un breve documentario dedicato alla drammatica tragedia delle foibe e all’esodo forzato.

 
Di seguito l’intervento integrale del presidente della Provincia Massimo Trespidi durante la conferenza
 

“Parte della famiglia di mia madre morì infoibata. I miei parenti non erano militanti fascisti, erano persone perbene, pacifiche. Ma la caccia all’italiano faceva parte della strategia di Tito, 
che voleva annettersi Trieste e Monfalcone. I partigiani titini, appoggiati dai partigiani comunisti italiani, vennero a prenderli di notte: un colpo alla nuca, poi giù nelle foibe. Mia madre e mia zia non hanno mai perdonato. Mi ricordavano spesso i nomi dei loro cari spariti in quel modo, senza lasciare dietro di sé un corpo, una tomba, una memoria. Peggio: una memoria negata. Per questo mia zia odiava gli jugoslavi; e per me è stata una bella sorpresa, da adulto, andare per la prima volta in Jugoslavia e scoprire che non erano affatto tutti così”.

A parlare è Gino Paoli. Anche lui, come migliaia di italiani, ha vissuto sulla pelle della propria famiglia la tragedia delle Foibe. “È atroce ma – continua Paoli – le atrocità ci sono state da entrambe le parti. È la guerra che rende l’uomo atroce; per questo io odio la guerra. Una parte della mia famiglia è finita nelle foibe e di queste cose per decenni non si è parlato”. Anche Giorgia Rossaro, 91 anni, goriziana ed ex insegnante di Lettere ha ricordato dalle colonne di Avvenire: “Nella nostra famiglia si intrecciano i destini degli ebrei e dei giuliano-dalmati, si sono dati appuntamento tutti i regimi che hanno insanguinato il Novecento e portiamo il lutto del nazismo, del comunismo sovietico, delle stragi titine”.

E noi come stiamo di fronte al male che vediamo? Siamo abituati ad associare il male a tutto ciò che è mostruoso. Ma, come spiegava la filosofa ebrea Hannah Arendt in merito all’Olocausto: “Il Male non sempre ha un aspetto orripilante, mostruoso. Ma può assumere i connotati di uomini banali, insignificanti. Fantocci incapaci di intelletto e di umana pietà che si sono lasciati sedurre da un meccanismo deciso da altri senza suscitare in loro il minimo sussulto della coscienza”. 

 

E’ così. Per decenni non si è parlato di un’immensa tragedia che ha ferito a morte il nostro Paese. Con l’istituzione del Giorno del Ricordo, di cui quest’anno si celebra il decennale, l’Italia ha iniziato a riconoscere quello che è accaduto, rompendo un silenzio macabro e ingiustificato. Con questo spirito ricordiamo dunque oggi tutti quegli italiani, ma non solo, che furono vittime di una violenza che ancora oggi deve essere condannata. La tragedia delle Foibe è la tragedia di un territorio, la Venezia Giulia. Lì in una terra contesa per eccellenza allo spegnersi della seconda guerra mondiale nacque un moto di odio travolgente che portò ad esiti drammatici: gli italiani in Istria e Dalmazia furono vittime di una vera e propria pulizia etnica e politica da parte dei comunisti titini.

Se le cifre sugli “infoibati” non trovano ancora concorde la comunità scientifica, diverso è il caso dell’esodo dove le stime sono più precise: circa 350mila giuliano-dalmati (il 90% della presenza italiana nella Venezia Giulia) dovettero lasciare tutto; c’è poi il dramma di chi decise di restare dopo il 1945: oltre 25mila istriani che si avviavano a diventare cittadini di seconda categoria nella condizione di stranieri nella propria città. 

 

Qui con noi questa mattina è presente Piero Tarticchio, pittore, scrittore, giornalista pubblicista e presidente del centro di cultura giuliano-dalmata. Nato in Istria vicino a Pola, ora residente a Milano, Tarticchio è stato costretto all’esodo nel 1947 dai partigiani del maresciallo Tito, che uccisero e gettarono nelle foibe sette suoi parenti. Tarticchio torna a incontrare gli studenti di 
Piacenza dopo che, già l’anno scorso, era stato ospite in questa stessa sala Consiliare.

A lui va il sentito ringraziamento di tutta l’Amministrazione provinciale per la testimonianza che porterà a noi. Un anno fa avevo lanciato un appello: “La scuola deve giocare un ruolo strategico e cruciale per il cammino futuro della memoria: saranno proprio gli studenti e i docenti i protagonisti del difficile compito di tramandare un pezzo di storia, quello della tragedia delle Foibe, che chiede di non essere dimenticato”.

Confermo, in veste di insegnante oltre che di presidente della Provincia di Piacenza, l’importanza di quelle parole. Le armi che possediamo per combattere la negazione della memoria sono la conoscenza, la cultura, l’istruzione. Proprio Tarticchio ricordava che pochi libri di testo – su cui milioni di studenti costruiscono il proprio bagaglio culturale – trattano in maniera corretta e completa la tragedia delle foibe: si tratta di un orrore rinnovato che uccide una seconda volta le vittime dei massacri. 

 

Concludo con le parole usate qualche tempo fa dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della celebrazione del Giorno del Ricordo: “Impegnarsi a coltivare la memoria e a ristabilire la verità storica è stato giusto e importante. Si è posto fine a ogni residua congiura del silenzio a ogni forma di rimozione diplomatica o di ingiustificabile dimenticanza rispetto a così tragiche esperienze”.

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