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Il ridisegno dei servizi per l’impiego territoriali, una riflessione

Intervento di Maurizio Serafin, direttore di Centro Studi Pluriversum, agenzia accreditata per i servizi al lavoro in Toscana sulla necessità di mantenere i Centri Per l’Impiego quali “organismi intermedi” per promuovere attività di workfare.

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Riflessioni sul ridisegno dei servizi per l’impiego territoriali

Intervento di Maurizio Serafin, direttore di Centro Studi Pluriversum, agenzia accreditata per i servizi al lavoro in Toscana sulla necessità di mantenere i Centri Per l’Impiego quali “organismi intermedi” per promuovere attività di workfare.

È bene ricordare in premessa che l’obiettivo della revisione della governance dei servizi, stretta fra i processi di cambiamento degli assetti politico istituzionali, i dati drammatici del mercato del lavoro e la fase transitoria delle politiche comunitarie in tema di occupazione, deve essere la costruzione di servizi territoriali equilibrati, basati sui punti di forza del pubblico e del privato, in relazione alle rispettive logiche di azione organizzativa e alle caratteristiche specifiche dei contesti locali.

Proviamo ad elencare per punti chiave alcuni dei fattori, organizzati per asse strategico, che vanno secondo noi considerati nell’elaborare ipotesi di riforma degli assetti territoriali dei servizi per l’impiego (SPI).

Domanda
l’ineludibile mantenimento di un presidio territoriale nel momento di massima crisi, da parte dei SPI, che stanno contenendo a fatica gli effetti sul piano della coesione sociale;
la necessità di non depauperare l’investimento fatto in visibilità e accessibilità dei servizi dei Centri Impiego, pur nella variabilità dei risultati;
la crescita quantitativa e di complessità della domanda di servizi di orientamento e di supporto all’inserimento lavorativo, a fronte di una perdita sostanziale di efficienza delle reti familiari e relazionali, e la conseguente necessità di un servizio universalistico causato dello storico ritardo nella costruzione di un sistema di long life guidance capace di emancipare i cittadini dal ruolo eccessivo delle risorse informali nella ricerca del lavoro;
i limiti dei sistemi dotali per l’accesso degli utenti ai servizi, qualora affidati alla sola libera scelta dei cittadini, che sconterebbero l’impossibile esercizio di un diritto da parte di molti di essi, specie di quelli maggiormente svantaggiati, data la difficoltà di leggere la presenza e di misurare la qualità di servizi in concorrenza nel territorio di riferimento.

Territorio

un quadro territoriale molto frammentato, anche nei livelli infraregionali, con variabili demografiche molto eterogenee che vedono, accanto ad aree metropolitane densamente abitate, la presenza di aree a bassa densità demografica, cui è impossibile applicare i medesimi dispositivi di organizzazione dei servizi, e che rendono a volte impraticabili quelli ispirati a modelli di “quasi mercato”;

la necessità di comprendere nelle analisi previsionali i tassi che caratterizzano il mercato del lavoro locale (compresa la fondamentale stima del lavoro irregolare), così da “spiegare” la scarsa sensibilità dei risultati che a volte si rileva a fronte delle diverse soluzioni organizzative per i SPI, dovuta alla presenza di elementi specifici “forti”, quantitativamente o qualitativamente, nel mercato del lavoro del territorio di riferimento; con una battuta è abbastanza evidente che qualsiasi modello di gestione dei SPI in Regioni del nord Italia è destinato a registrare degli elementi di successo, a differenza degli stessi applicati in mercati del lavoro di altre aree del Paese;
le logiche di azione organizzativa degli attori sociali del territorio, che continueranno a riconoscersi dentro confini socio-economici e in reti di relazioni che prescinderanno dalla riconfigurazione dei confini politico-amministrativi, almeno nel breve e medio periodo;
la presenza nel paese di sistemi territoriali di piccola e media impresa che richiedono delle azioni “mirate” di supporto a piani di sviluppo locale;
la necessità che il sistema di welfare sia strettamente legato alle politiche e alle dinamiche del mercato del lavoro e presidiato localmente, in modo da ridurre fenomeni di dipendenza dei sussidiati dagli ammortizzatori sociali e realizzare un sistema integrato di politiche occupazionali, sociali e di sviluppo economico locale, capace di fronteggiare l’opacità dei mercati del lavoro locali, specie in un paese con una forte presenza di lavoro irregolare.

Organizzazione

l’improcrastinabile superamento della mancata interoperabilità dei sistemi del lavoro regionali, di fronte ai processi di mobilità territoriale, che richiedono un livello nazionale di riferimento per i servizi territoriali;
le logiche di area vasta che caratterizzano l’operatività dei Centri per l’Impiego, utili in presenza del rischio di disarticolare e confondere i livelli di programmazione, gestione e monitoraggio dei servizi;
il rischio di disperdere le informazioni sul potenziale di occupabilità dei disoccupati e degli svantaggiati, che è oggi patrimonio “orale” in possesso degli operatori dei servizi, in presenza di Sistemi Informativi per il Lavoro non sempre organizzati per la documentazione e la consultazione dei dati su risorse e vincoli degli utenti dei servizi; sarebbe come se si facesse una riforma del sistema sanitario cambiando i medici di base, confidando sui soli sistemi informativi che conservano la documentazione dello stato di salute degli utenti dei servizi;
se si mettono al centro logiche di profiling dell’utenza dentro un’organizzazione di servizi che prevede erogazione di parti a processo e parti a risultato, è indispensabile individuare il soggetto di riferimento nel territorio, cui è deputato un costante monitoraggio con l’utente (che deve poterne raggiungere facilmente la sede) dello stato di avanzamento del progetto professionale del piano di erogazione degli interventi; tale monitoraggio è indispensabile per il contenimento dei fenomeni di creaming, parking e gaming da parte dei soggetti cui sono affidati i servizi; si tratta pertanto di identificare e articolare in modo chiaro il processo di “presa in carico” della persona associandolo al suo profilo di occupabilità, specialmente dei soggetti svantaggiati e difficilmente occupabili, privi di skills professionali e delle reti informali che caratterizzano il successo nella ricerca del lavoro;
la flessibilità organizzativa richiesta da efficienza ed efficacia dei servizi, che obbliga all’adozione di modelli flessibili di contaminazione fra lavoro pubblico e privato.

Risorse

il ruolo decisivo delle risorse comunitarie che obbligano ad adottare piste di controllo di fondi pubblici, distinguendo ai vari livelli i soggetti nella verifica sull’utilizzo delle risorse pubbliche;
la necessità di mantenere la distinzione fra funzioni di programmazione e valutazione e quelle di gestione degli interventi specie in quelle regioni che hanno adottato logiche di azione organizzativa che avevano a riferimento le Province;
la presenza di culture e prassi opportunistiche rispetto all’utilizzo di risorse comunitarie o statali a livello locale che richiede la presenza nel territorio (il presidio) delle funzioni di controllo e sanzione degli abusi.

Alla luce di tutti questi elementi ci pare sia prioritario individuare, prima di qualsiasi modello pubblico/privato virtuoso, un modello operativo di governance pubblica in grado di esercitare dei livelli di autonomia decisionale sull’allocazione delle risorse e sulla declinazione delle politiche nell’ambito di bacini territoriali significativi e omogenei, anche con il concorso di soggetti accreditati che operano entro il perimetro “pubblico”. Ciò permetterebbe di calibrare la governance dei SPI in modo diverso nelle varie situazioni locali e così esercitare, a fronte della disponibilità di risorse comunitarie, una efficace terzietà rispetto agli stakeholders, realizzando i servizi di base e l’indispensabile profiling degli utenti, delegando ai privati alcune azioni specifiche per l’occupazione, laddove le caratteristiche del mercato del lavoro locale renda possibile ed efficiente la loro presenza.

Per questo ci sembra importante ribadire ancora una volta la centralità del ruolo dei soggetti accreditati a sostegno delle politiche del lavoro presso le sedi dei servizi pubblici, e la necessità di provvedere a una valutazione/integrazione/diffusione dei dispositivi di accreditamento, in attesa di individuare sistemi efficaci di identificazione dei bisogni e di misurazione degli effetti delle azioni, tali da permettere il coinvolgimento dei soggetti privati, accreditati e/o autorizzati, nell’erogazione di azioni di politica del lavoro presso sedi proprie.

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