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Le Rubriche di PiacenzaSera - Cinema

“Inside Llewyn Davis”: la recensione di PcSera

"Inside Llewyn Davis", il nuovo film dei fratelli Coen nella recensione scritta per noi da Barbara Belzini. 

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“Inside Llewyn Davis – (A proposito di Davis), di Joel e Ethan Coen
 
Premio speciale della giuria al festival di Cannes, “Inside Llewyn Davis” è un prodotto per musicisti e cultori di  folk, come Bob Dylan, Peter Paul and Mary (scusate non ne conosco altri ma tanto non si discute con i veri appassionati, si può solo abbozzare).
 
Ambientato nel 1961 al Greenwich Village, il film è tratto dalla biografia del cantante Dave Van Ronk, amico di Dylan nella realtà, una sorta di wannabe Dylan. L’album Inside Dave Van Ronk è del 1964. Prima troviamo Just Dave Van Ronk, 1964. Dave Van Ronk, Folk Singer, 1963. Van Ronk sings, 1961. Va beh, avete capito, va avanti così per 40 anni.
 
A lui si ispira il personaggio di Llewyn Davis, un loser molto lontano dalle simpatiche canaglie tratteggiate da Clooney o da quello woodyalleniano di a Serious man, solo per citare le pellicole più recenti e non quelle più amate.
 
Fedeli sostenitori del borgesiano “Quattro sono le storie del mondo: una è quella di un ritorno”, proviamo una chiave di lettura. In “Inside Llewyn Davis non succede nulla, si potrebbe dire: è la storia di un viaggio inconcludente alla fine del quale il protagonista torna. Torna dalla sua famiglia, nel suo bar, al suo lavoro di prima. Le uniche persone dalle quali non torna (o non può tornare) sono quelle che avrebbero potuto dare una svolta alla sua vita o alla sua carriera.
L’amore per la musica i Coen l’hanno già celebrato in un altro film musicale, con un taglio molto più leggero e una struttura narrativa picaresca, “Oh brother where are thou”, un film-citazione della più grande storia del ritorno mai raccontata, l’Odissea.
Oh wait, il gatto co-protagonista di “Inside Llewyn Davis”, forse mai lo stesso gatto, sballottato, spaventato, abbandonato, investito, ferito, alla fine del film ritrova la strada di casa e – no dai – si chiama Ulisse.
Ma si tratta sempre dei Coen quindi ci si porta a casa John Goodman, F.Murray Abrahams in versione homeland, Justin Timberlake che ci piace molto di più al cinema che altrove.
Tutti questi bei nomi, l’azzeccata antipatia del protagonista, la colonna sonora, alcuni dialoghi divertenti, il disagio di tutti i personaggi, bellissime atmosfere, e una discreta noia latente, + 7.
E quell’inizio e finale tremendamente lynchano, +10.

Barbara Belzini

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