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Le Rubriche di PiacenzaSera - Tal dig in piasintein

Tal dig in piasintein: la scurezza

Grande ritorno di una delle nostre rubriche più amate: Tal dig in piasintein, curata dal nostro amico Nereo Trabacchi. 

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Grande ritorno di una delle nostre rubriche più amate: Tal dig in piasintein, curata dal nostro amico Nereo Trabacchi. 

Quando si riparte, lo si deve fare in grande stile. Quindi, perseguendo lo scopo culturale della rubrica, ovvero analizzare alcuni termini in dialetto piacentino di uso comune, e loro etimo, ho optato per qualcosa di fine, delicato, soave e spesso abusato: scurëzza.
 

Tutta la documentazione in mio possesso è concorde con la sua origine incerta, come in tutti quei casi in cui ne viene “olfattata” una, ma questo non deve scoraggiare. Grandi, fumosi dubbi anche sul rapporto tra il sostantivo, verbo e le sue varianti dove l’incriminata è la “s” iniziale. Ma attraverso i vocabolari piacentino-italiano, andiamo a quello che più ci interessa, ovvero l’uso nella nostra lingua parlata e sua quotidianità. Chi di noi, sia sui banchi del mercato sia nelle boutique, osservando un capo di abbigliamento, incerti nel suo acquisto, non si è mai lasciato andare ad affermazioni attente come: “Questa giacca ha il culur da scurëzza”, in riferimento a una tinta tragicamente livida e pallida? Furbescamente utilizzo questo allaccio con il mondo dell’abbigliamento per un altro modo di dire, meno utilizzato, ma non per questo meno importante e che è giusto i giovani imparino: scurëzza vistida, ovvero quando dietro al peto, esce anche il resto. 
 
Quando utilizzate questi termini fate sempre molta attenzione a non confondere le declinazioni, è un attimo infatti sbagliare e venire beccati. Scurzä, è volgarmente emettere peti, la scurzäda è una sequenza a raffica di più esemplari, la scurzàssa è un peto grosso e tonante, la scurzeina una timida timida che forse si sperava fosse silenziosa ma se ne è perso il controllo. Lo scurzòn e la scurzòna ovviamente sono gli autori delle opere come questa che state leggendo. 
 
Insomma, insegnare l’inglese e altre lingue ai giovani è importante, ma anche non perdere le origini della lingua madre, così verifichiamo l’etimo italiano: nella metafora scherzosa di “perdere correggia”, cioè lasciar andare la cinghia di cuoio/cintura, chiamata appunto corréggia, che tiene il ventre. Ma l’importante memo per tutti è: Scurzä in preseinza della gint l’è miga edücation…
 
Nereo Trabacchi

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