Le Rubriche di PiacenzaSera - Pillole di Economia

Economia in pillole: Regioni a Statuto Speciale, modello da ampliare?

"La richiesta proveniente da più parti di trasformare la Lombardia e il Veneto in Regioni a Statuto Speciale mi convince e, allargata a tutte le Regioni italiane, potrebbe essere una delle soluzioni possibili per rilanciare lo sviluppo"

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Dodicesima puntata della rubrica di PiacenzaSera.it “Economia in pillole” curata da Mauro Peveri. Motociclista e cultore della musica rock degli anni ’70, Mauro Peveri è soprattutto un commercialista esperto di svariate materie economiche e finanziarie: si occupa, tra le altre cose, di consulenza per le imprese, gestione della corporate governance, e di organizzazione aziendale. Ecco la sua nuova pillola. 

 

Il presunto federalismo, quello delle Regioni, in Italia ha creato un vulnus, diseguaglianze e una gestione inefficiente delle risorse disponibili. In particolare la creazione di un numero limitato di Regioni a Statuto Speciale ha determinato una disparità di trattamento tra cittadini non più sostenibile. I genitori residenti a Bolzano, con reddito sotto gli ottanta mila euro, ricevono per i primi tre anni di vita del proprio figlio dalla Provincia autonoma cento euro al mese.

Questo è possibile perché le Regioni a Statuto Speciale trattengono gran parte delle imposte locali, regionali e statali, e non partecipano alla solidarietà nazionale delle Regioni più ricche verso quelle più povere, obbligatoria per le Regioni a Statuto Ordinario. Credo non sia più accettabile che ci siano circa dieci milioni di abitanti privilegiati (quelli che risiedono nelle Regioni a statuto speciale) rispetto agli altri cinquanta milioni d’italiani. A questo punto dovrebbe valere il principio: tutti o nessuno.

Non vorrei fare un discorso politico perché mi occupo di altro, ma devo dire che la richiesta proveniente da più parti di trasformare la Lombardia e il Veneto in Regioni a Statuto Speciale mi convince e, allargata a tutte le Regioni italiane, potrebbe essere una delle soluzioni possibili per rilanciare lo sviluppo e ridurre le spese dello Stato Italiano.

In Italia le Regioni a Statuto Speciale sono cinque: Sicilia, Molise, Sardegna, Trentino – Alto Adige, Friuli Venezia Giulia. Ognuna delle cinque Regioni a Statuto Speciale trattiene una quota rilevante delle imposte prodotte sul proprio territorio (dal 75% del Friuli Venezia Giulia al 100% della Sicilia) e sostiene una parte rilevante delle spese che, normalmente, per le altre Regioni si accolla direttamente lo Stato trasferendo i fondi necessari alle stesse e agli altri enti pubblici del territorio: Comuni, Province.

Premesso che appare oscuro il motivo per cui le singole Regioni a Statuto Speciale trattengano una percentuale diversa delle imposte versate dai residenti, occorre considerare che l’autonomia impositiva concessagli consente ai cittadini che abitano in quelle Regioni di valutare meglio il lavoro degli amministratori locali e di responsabilizzarli.

Questi principi normalmente sono affievoliti nelle altre Regioni perché, se escludiamo il gettito IRAP e le addizionali IRPEF, il resto degli introiti proviene dai trasferimenti dello Stato e quindi con una minore possibilità per i cittadini – contribuenti di valutare il peso del carico fiscale pro-capite in rapporto al costo dei servizi ricevuti. Solitamente le critiche più comuni a questo tipo di modello istituzionale sono le seguenti: (1) trasformare tutte le Regioni ordinarie in Regioni a Statuto Speciale aumenterebbe le diseguaglianze economiche tra le regioni più ricche a danno di quelle più povere (2) la Sicilia pur essendo una Regione a Statuto Speciale non è certo un modello di efficienza nella gestione delle risorse disponibili.

Proviamo a dimostrare che questi limiti, con alcune modifiche istituzionali, potrebbero essere superati.
Il gettito fiscale in alcune Regioni come la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, il Piemonte è superiore ai trasferimenti ricevuti dallo Stato; vi sono Regioni come la Campania, la Calabria, e altre che ricevono di più rispetto a quello che versano allo Stato. Ipotizzando però di introdurre, insieme all’autonomia regionale, un criterio di solidarietà valido per tutte le Regioni, le diseguaglianze tra quelle più ricche e quelle più povere sarebbero in parte attenuate.

La struttura economica e sociale delle Regioni italiane è molto diversa: in Lombardia il Pil pro capite è pari a euro 33.483 (dati2011), il reddito pro capite è di euro 23.210 (dati 2011), il numero di aziende è di 955.088 (dati 2011) e il tasso di disoccupazione è dell’8,3% (dati 2013). In Calabria il Pil pro capite è di euro16.876 (dati 2011), il reddito pro-capite è di euro 14.230 (dati 2011) e il numero d’aziende è di 180.922 (dati 2011) e il tasso di disoccupazione è del 20,6% (dati 2013).

Le politiche economiche per aiutare queste due Regioni a uscire dalla crisi non possono essere le stesse. La Lombardia ha bisogno di sviluppare e rafforzare le imprese esistenti attraverso programmi d’investimenti che migliorino i servizi, agevolino l’esportazione, consentano di avere manodopera specializzata e culturalmente avanzata, investimenti mirati alla ricerca e sviluppo, al miglioramento dei processi produttivi, all’aumento della produttività e della competitività in generale.

La Calabria ha bisogno d’investimenti pubblici per la realizzazione delle infrastrutture obsolete o inesistenti: strade, ponti, ospedali, porti, collegamenti aerei, navali, un piano Marshall per combattere la povertà e la disoccupazione, soprattutto giovanile, che ha raggiunto livelli insostenibili (da terzo mondo), politiche di controllo del territorio per debellare il fenomeno mafioso. Il costo della vita in Lombardia è superiore a quello in Calabria del 25%-30%. Percio’ il costo del lavoro e i contratti in Calabria non dovrebbero essere uguali a quelli lombardi, le tasse neppure.

Differenziare le imposte e le politiche d’investimento tenuto conto del grado di sviluppo economico delle singole Regioni mi sembra una cosa logica, nell’interesse di tutti.
La pressione fiscale dovrebbe tener conto di questo fattore ambientale e quindi essere più bassa al sud e più alta al Nord, così come il costo dei servizi pubblici.
Nel settore dei servizi privati questo già indirettamente accade.

Il costo di un ristorante in Calabria è certamente più basso che in Lombardia, i prodotti alimentari costano meno, ecc. Per questo anche altri prodotti come benzina, caffe, sigarette dovrebbero essere più a buon mercato al Sud rispetto al Nord. Questa competizione interna tra Regioni consentirebbe sia a quelle meridionali sia a quelle del nord di migliorare la loro produttività e di conseguenza di attrarre maggiori investimenti sul proprio territorio.

Gli organi regionali, necessariamente, diventerebbero più responsabili nella gestione delle spese perché dovrebbero utilizzare la leva delle tasse per alzare o abbassare il livello dei servizi erogati. Il consiglio regionale prima di spendere 100 euro si troverebbe a fare i conti con la necessità di aumentare le imposte con conseguenze disastrose sul consenso popolare.

Per rispondere invece alla critica della gestione inefficiente della Sicilia, Regione a Statuto Sociale, occorrerebbe introdurre alcuni meccanismi premiali al modello di Stato Federale qui immaginato: nel caso di deficit eccessivo di una Regione e/o erogazione di servizi scadenti lo Stato Centrale potrebbe ridurre la quota percentuale delle imposte lasciate alla gestione regionale ma soprattutto non dovrebbe ripianare i debiti in eccesso contratti dalle Regioni, che, quindi, potrebbero fallire.

Il contrario di quanto è invece successo negli ultimi anni per esempio con il comune di Catania il cui salvataggio è costato a tutti i contribuenti italiani oltre 140 milioni di euro o il più recente “salva Roma” costato 570 milioni di euro. Allo Stato spetterebbe la gestione dei controlli che, ovviamente, dovrebbero essere stringenti, per evitare le spese folli registrate negli ultimi anni in molte Regioni italiane. La Corte dei Conti potrebbe svolgere questo compito in modo professionale.

Il modello attuale delle Regioni a statuto ordinario ha invece moltiplicato le spese, completamente fuori controllo, senza alcun miglioramento nella qualità dei servizi erogati.
Ecco i risultati fallimentari della politica regionale nel nostro Paese: nel periodo 2001 – 2011 le imposte regionali sono aumentate del 50%. L’addizionale Irpef è passata da 6 miliardi nel 2008 a 10 nel 2011 (fonte Sole- 24 Ore).

Il modello di federalismo regionale attuato ha fatto incrementare le tasse, senza benefici e miglioramenti nei servizi. Nello stesso periodo i costi delle regioni sono saliti del 40%, al primo posto quelli della politica che sono aumentati del 100%. Quindi più tasse a carico della collettivitá che sono servite per pagare indennità, vitalizi, consulenze, rimborsi ai gruppi consiliari, assunzioni clientelari. Solo per le indennità, gettoni di presenza e rimborsi ai consiglieri provinciali e regionali siamo passati da una spesa di 452,6 milioni di fine anni Novanta a 896,7 milioni del 2010.

E questo mentre la crisi erodeva gli stipendi e le pensioni dei cittadini italiani, il debito pubblico cresceva e i servizi pubblici venivano drasticamente ridotti.

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