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Kamlalaf, il racconto di Daniela: “In Senegal ho trovato rispetto e senso civico” foto

Daniela Patelli, tra i partecipanti al progetto Kamlalaf che hanno vissuto l’esperienza in Senegal con l’associazione Diaspora Yoff, ripercorre alcuni dei momenti più significativi del suo viaggio

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Kamlalaf, racconta Daniela. “In Senegal ho trovato rispetto per il prossimo e senso civico”

Daniela Patelli, tra i partecipanti al progetto Kamlalaf che hanno vissuto l’esperienza in Senegal con l’associazione Diaspora Yoff, ripercorre alcuni dei momenti più significativi del suo viaggio.

Chiudo gli occhi e sento ancora sulla pelle quel soffio di vento che offriva un po’ di sollievo sulla spiaggia, mentre in una buca nella sabbia ribolliva l’acqua dell’ataya. Quale migliore compagnia di un tipico tè senegalese? Pare che basti mettere su l’acqua per veder formarsi una cerchia di persone pronte a trascorrere del tempo insieme a chiacchierare.

In questi giorni non ho conosciuto attimo di silenzio. In strada c’è gente a ogni ora che non può fare a meno di salutarsi, chiedere della famiglia mentre le mani si stringono e non si lasciano. Bambini insabbiati schiamazzano rincorrendosi o giocando a palla o giocando con un copertone. Tra i vicoli, dall’ombra qualche pecora lancia un belato. I muezzin richiamano i fedeli alla moschea, ognuno dalla propria.

E quando il sole cala si alza il ritmo dei tamburi e il canto delle preghiere. Le orecchie sono colme di suoni e un toubab (trad. uomo bianco) potrebbe spazientirsi… E invece, sicuramente questo è il mio caso, quando la partenza si avvicina ci si comincia a chiedere se sia così assurda la prospettiva di restare e quali potrebbero essere le proprie possibilità. E perché no? Potrei buttarmi anch’io in Dakar a fare incetta di merci da rivendere in Yoff. Oppure chi è bravo a cucinare può fare un business del suo piatto forte allestendo un piccolo banchetto in un angolo ombroso delle strade di questo villaggio. Chi è portato per le faccende domestiche potrebbe mettere in piedi una mini impresa e accettare lavoretti, come fare il bucato, stirare, babysitter, pulizia pavimenti.. Se hai un congelatore puoi rivendere anche il tuo prezioso ghiaccio.

Insomma le possibilità sono infinite per questi senegalesi: la loro duttilità e la loro inventiva invitano a non preoccuparsi troppo del futuro vivendo alla giornata.
Guardo questa società e questo villaggio di pescatori, specchio di altre comunità senegalesi, e vedo da un lato che la voglia di fare è molta e dall’altro che ci sono tanto lavoro e tante problematiche da risolvere, prime fra tutte l’inadeguatezza delle abitazioni con asfissianti tetti di lamiera oppure lo smaltimento dei rifiuti che inondano strade e piazzali e spiagge.

Ai miei occhi questo Stato può solo sembrare in crescita e con una buona prospettiva di miglioramento. Il mio augurio è che il suo popolo non ricalchi passo dopo passo gli errori di noi tubab europei, assorbendo le nostre abitudini e il nostro consumismo, perdendo le proprie tradizioni e i valori di cui ancora sono portatori.

Qui ho infatti trovato il rispetto per il prossimo come fosse un fratello e il rispetto per l’anziano che ha un ruolo fondamentale nella risoluzione dei conflitti sociali dando voce a etica e buon senso. Ho ritrovato l’umiltà e il senso civico, da noi merce rara, nel volontariato di tante persone che si prodigano per fare ciò di cui c’è bisogno, semplicemente perché c’è n’è bisogno e lo Stato non può permettersi di retribuirli tutti. Ho scoperto una spiritualità e una saggezza antiche da noi estinte con la diffusione della religione cattolica, fatte di riti pagani e danze tribali e di presenze benigne e maligne che influenzano la vita quotidiana, per cui ogni malattia ha un suo rimedio naturale o spirituale.

E così, in preda a un raffreddore che avrebbe stroncato anche il rinoceronte ammirato alla riserva di Bandia, mi ritrovo nel bicchiere un beverone, gentilmente offerto da una delle due mamma di casa – si trattava infatti di un’allegra famiglia poligama. Niaxna (buono), molto buono. Per quanto mi è stato possibile capire si trattava di un delizioso frullato di frutta, ma nel mio cuore rimarrà simbolo della teranga (ospitalità) senegalese e dell’amore materno di cui ho goduto in queste due settimane.
Jerejef (grazie), grazie di cuore a tutti coloro che hanno reso possibile questo viaggio e alla famiglia Diagne.

Daniela Patelli

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