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Le Rubriche di PiacenzaSera - Cinema

“Amricord”, domani sera la presentazione al Caffè letterario Melville

Verrà presentato domani, alle ore 21 al Caffè letterario Melville (San Nicolò) la presentazione del documentario in dialetto piacentino “Amricord” di Roberto Dassoni e Donatella Ferrari. 

Verrà presentato domani, alle ore 21 al Caffè letterario Melville (San Nicolò) la presentazione del documentario in dialetto piacentino “Amricord” di Roberto Dassoni e Donatella Ferrari. 

LA PRESENTAZIONE DEL PROGETTO

Questo progetto è nato dalla riflessione sul ruolo del dialetto come patrimonio culturale immateriale di una comunità.

Si tratta di parole, canti, ricordi, gesti, espressioni che parlano delle nostre origini e possono essere un elemento importante per delineare una prospettiva futura oltre che come documento storiografico.

Queste memorie sono le storie delle persone che hanno vissuto nella nostra città, che l’hanno cara, ma di cui spesso non conosciamo i nomi.

Un terreno comune che appartiene a tutti, in cui tutti noi abbiamo le nostre radici.

La memoria (individuale e collettiva) è una delle condizioni che permette ai soggetti di delineare un tracciato storico nel quale ritrovarsi, per confrontare la propria posizione con quella delle generazioni precedenti.

Il nostro progetto punta l’attenzione sul dialetto come elemento di unione e tratto identificativo di una comunità locale.

Il dialetto racchiude in sé le specificità e la cultura di un territorio in tutti suoi aspetti: la vita quotidiana, il lavoro, il rapporto con la religione e le superstizioni, l’amore, le fasi della vita, le relazioni, la natura… La lingua dialettale ha dunque una massima valenza etnografica  e ci permette di definire in modo articolato usi, costumi, cultura (materiale e immateriale) di uno specifico territorio.

Si scopre così la forza poetica della lingua dialettale; un aspetto che emerge dalla capacità di utilizzare una parola per esprimere un concetto, dalla musicalità, dalla corporeità che l’accompagna.

Il film inizia con un verso del poeta piacentino Ferdinando Cogni e si sviluppa lasciando parlare per persone di Piacenza e facendo emrgere così la lingua nella sua intrinseca poeticità costituita da sfumature, intonazioni, parole intraducibili in italiano.

Una lingua che mette subito in evidenza il suo legame col carattere piacentino: schivo, secco, tagliente; una lingua in cui mancano alcune parole per noi comuni, come ad esempio la parola amore e tutte le sue declinazioni (innamorato, ti amo..) perché come dice il Prof. Luigi Paraboschi: “Il dialetto ti permette di parlare con Dio, ma non di Dio”.

Si parla infatti del quotidiano, spesso, senza troppe parole, con frasi brevi, concise, intense, dense. Anche le parole utilizzate sono così: spesso sono, ai nostri orecchi scolarizzati, volgari, ma da intendersi nell’accezione originaria del termine e cioè “del volgo” del popolo. Sono le parole di chi ha i piedi per terra e le mani segnate dal lavoro.

Abbiamo potuto realizzare nel film Amricord l’ambizioso obiettivo di valorizzare la lingua piacentina grazie all’utilizzo di un supporto video che ci ha permesso appunto di fissare la voce e la parallela comunicazione non verbale costituita dalle espressioni mimiche, dai gesti e soprattutto dalle semplice immagine in primo piano.

La pelle è protagonista insieme alla lingua. E la pelle è come il dialetto, ruvida, intrisa di momenti, di racconti, di vita di rughe appunto.  Frasi brevi, facce serie che però sanno sciogliersi nel più dolce dei sorrisi e spesso nel più ironico. Prima di tutto l’ironia è verso se stessi.

Le riprese sono intervallate da foto storiche che permettono di visualizzare gli argomenti trattati ma che non distraggono dal tempo presente della ripresa video.
Dunque è stata fatta un’attenta ricerca iconografica per trovare negli archivi fotografici piacentini le immagini il più possibile vicine agli anni di cui parlano gli intervistati.

Il documentario è ampio dal punto di vista temporale: le interviste trattano gli anni che vanno all’incirca dal 1940 fino alla fine degli anni 60. Prima del boom economico vero e proprio o almeno non ancora percepito. Il film racconta dunque di circa trent’anni di ricordi. In mezzo c’è la Seconda Guerra Mondiale. Non abbiamo dato a quel momento, che potrebbe avere un capitolo a se stante, uno spazio privilegiato nel film perché gli anni della guerra non sono predominanti nei ricordi.

Il film vuole inoltre raccontare non l’eccezionalità di un evento ma la quotidianità della città fatta appunto di vita di quartiere, giochi di bambini, legame col Po, tradizioni, lavoro e affetti.

Emerge un tema da tutte le interviste, la povertà che qua è definita da due parole: miseria e fame. Si tratta dunque di una povertà materiale ma accompagnata da una visione positiva della vita e del mondo, da affetti profondi, solidarietà e speranza.

Non c’è vergogna ma dignità, cosa oggi spesso non presente.

Anche il più povero aveva un ruolo nella società, aveva relazioni, aveva un affetto nonostante a parole questa cosa non trasparisse sempre. Nel dialetto piacentino, come nel carattere dei piacentini, c’è una certa ritrosia a parlare di sé, dell’intimità; si cambia discorso, si fa la battuta, si trova un soprannome.

Nel soprannome, cosa assai comune fino a qualche decennio fa, era espressa una peculiarità della persona che lo portava, il diritto ad essere diverso dagli altri (che avevano magari lo stesso nome) e comunque essere parte di un tutto. Non c’è malizia o cattiveria nelle parole dialettali. A noi oggi possono sembrare offensive ma di fatto non lo erano. Questo mi sembra un punto di assoluta evoluzione di una comunità nella quale l’ironia è dote comune e accompagna il quotidiano.

Fin qua abbiamo detto della lingua e poco dei contenuti del film.

Oltre ai ricordi legati ai quartieri storici della città emerge, come tratto trasversale, l’appartenenza alla città di Piacenza, l’essere piacentini, e ci si sofferma su quale sia il quartiere più piacentino di Piacenza. Si supera dunque il modo di dire “Piacentini del sasso” per indicare che vive nel centro storico della città lastricato di sassi e sollevato rispetto alla pianura e ci si addentra in rivalità rionali. Il centro storico, la Piazza Cavalli, il Duomo, sono presenti come simboli di Piacenza ma non sono il centro delle memorie delle persone. I quartieri sono come monadi, chiuse e da proteggere. Ci si sposava tra gente della stessa via, uscire dal proprio quartiere comportava affrontare le sassaiole e fare magari a botte per una ragazza.

Ci voleva tempo. Un tempo lungo a cui oggi non siamo più abituati. Un tempo scandito da fatiche quotidiane, come il lavoro che non era una realizzazione ma un dovere.

Questo tempo prevedeva anche sapere accettare e abituarsi alla fatica e con energie eccezionali dedicarsi alle proprie passioni nel, come si dice nella modernità, tempo libero, strappato agli impegni.

Amricord è dunque un film molto denso, come la lingua in cui è stato girato, e si presta a diverse interpretazioni: una fruizione divulgativa, una di approfondimento linguistico, sociologico, economico.

Piacenza appare come la città più bella del mondo, quella verso cui tutti vogliamo tornare dopo aver intrapreso il nostro viaggio nel mondo.

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