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La storia di Sajjad, stagista speciale di PiacenzaSera.it

Pubblichiamo oggi l’ultima parte del racconto scritto per noi da Sajjad Hussain, rifugiato pachistano in stage presso la redazione di PiacenzaSera.it, grazie alla collaborazione attivata dal consorzio Sol.Co di Piacenza. Il progetto viene finanziato dal fondo Fer, Fondo Europeo per rifugiati.

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Pubblichiamo oggi l’ultima parte del racconto scritto per noi da Sajjad Hussain, rifugiato pachistano in stage presso la redazione di PiacenzaSera.it, grazie alla collaborazione attivata dal consorzio Sol.Co di Piacenza. Il progetto viene finanziato dal fondo Fer, Fondo Europeo per rifugiati.

Ho sempre pensato all’Italia come un meraviglioso e tranquillo paese in Europa. Ho sempre riflettuto su come fosse possibile per un paese vivere in pace con persone di diversi paesi, con così tante industrie e traffico – che mai avevo visto.

Ho visto Piacenza, piccola città di questo paese che non è così bello, così in pace, con persone dalla mentalità così aperta e amorevoli. 
La mia fortuna è stata di imbattermi in persone appartenenti alla prima tipologia. Queste persone benevolenti mi hanno accolto con una mentalità aperta.
Ora mi trovo ad avere un’opportunità di spiegare grazie a questo giornale (Piacenzasera, ndr) chi sono, da dove vengo e cosa ho attraversato.
Ho espresso quanto ho vissuto e il punto dal quale ho iniziato a raccontare è quanto è accaduto nella mia vita, e ora, sono qui a parlare di me stesso. Mi sono sentito strano, diverso a descrivere me stesso, ho scritto tanto di altri – a volte scrivendone bene a volte male – ma ho bisogno di continuare a scrivere, di ogni tematica, se il destino mi concede ancora una volta l’opportunità.  Così  condividerò con voi le mie conoscenze, prima di tutto, però, chi sono io. 
Il mio nome è Sajjad Hussain, vengo dal Pakistan, e ho lavorato come giornalista. Ho sempre creduto che se i giornalisti svolgono il loro lavoro con sincerità possono fare molto per il loro paese, la loro nazione, portando cultura, dignità per tutta l’umanità. Un giornalista deve fare domande e cercare, in ogni modo, di trovare delle strade per aiutare il proprio popolo e il proprio paese. 
Ho lavorato con diversi giornali, svolgendo diversi servizi e inchieste e credo che nel mondo ci siano due tipologie di persone: quelle che vivono normalmente e quelle che creano problemi agli altri. E ho sempre voluto parlare di queste persone che utilizzano vie illegali, senza alcuna esitazione e, a volte, oltrepassando i limiti dell’umano rispetto. 
Queste persone sono ovunque nel mondo. Ma nel terzo mondo,  paesi come Afghanistan, India, Bangladesh, Nepal, Iran e Pakistan sono per loro come il paradiso. Ci sono personalità politiche di spessore e della polizia che le appoggiano, le aiutano e così giocano sulla vita di persone innocenti, sensibili e pure che conoscono l’importanza del valore della vita.
La mia città natale, la capitale del Pakistan, vede una forte presenza “mafiosa” che pone a rischio la vita di molte persone: sono forti, hanno i politici e i poliziotti dalla loro parte. Alcune persone creano e commerciano medicine contraffatte e centinaia di persone sono morte per averle assunte. Il governo conosce questa situazione ma non interviene perché molte persone che sono nell’organizzazione criminale sono anche nel governo e possono, così, portare avanti i loro traffici illegali.
Molti giornalisti hanno perso la loro vita nel momento in cui hanno denunciato queste situazioni, quando si sono messi contro queste organizzazioni criminali: la polizia contrasta chi denuncia e si prestano alle offerte di questi criminali. Pertanto, in una simile situazione, se qualcuno dice qualcosa contro queste persone potenti loro non lo accettano. 
Io stesso ho acquistato alcune medicine contraffatte dal mercato e le ho inviate a dei laboratori: per questo posso affermare che erano contraffatte.  Ho comunicato questa informazione ai giornali e l’ho denunciata alla polizia e questo è stato un punto di svolta: tutto questo ha portato diversi problemi nella mia vita e in quella della mia famiglia. Alcuni membri di queste organizzazioni criminali mi hanno rapito e mi hanno torturato, hanno bruciato la mia casa e hanno tentato di uccidermi (ancora adesso porto i segni di queste torture).  Per questo ho abbandonato la mia famiglia, mi sono trasferito in un’altra città e ho lasciato il mio paese e sono arrivato qui. 
Se dovesse migliorare la situazione, laggiù, nel mio paese, il mio desiderio è tornare indietro e provare a completare il lavoro che ho lasciato là ad aspettarmi.
 
Sajjad Hussain.
 

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