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Piano scuola. Uds Piacenza: “Diritto allo studio grande assente”

L’Unione degli Studenti Piacenza si è ritrovata per leggere le proposte e ha deciso di diffondere le proprie riflessioni con un comunicato.

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L’uscita delle linee guida del Piano Scuola del governo Renzi, avvenuta ieri mattina, ha ricevuto fin da subito forti contestazioni da parte dell’Unione degli Studenti.

Il loro presidio sotto la sede del MIUR, con lo slogan #passodopopasso a scuola con McDonald’s #piazzadopopiazza per un’altra idea di scuola, ha voluto esprimere critiche ma anche rilanciare proposte e invitare tutti gli studenti a partecipare alla manifestazione nazionale che avverrà il 10 ottobre e che coinvolgerà anche Piacenza.

Oggi l’Unione degli Studenti Piacenza si è ritrovata per leggere le proposte e ha deciso di diffondere le proprie riflessioni con un comunicato.

IL COMUNICATO

Come sindacato studentesco rivendichiamo l’importanza di una scuola pubblica che permetta a tutti di studiare indipendentemente dalle proprie condizioni economiche e sociali di partenza, per questo non ci ritroviamo nell’idea di scuola del premier.

All’interno del Piano, il grande assente è il diritto allo studio, unico strumento vero per l’emancipazione personale e per combattere la pericolosa dispersione scolastica. Ogni anno gli studenti devono sostenere spese economiche ingenti che costituiscono un importante ostacolo all’accesso ai saperi: il caro libri è aumentato, il prezzo dei trasporti non intende calare, la tassa informale del contributo “volontario” è sempre più necessaria per il funzionamento e il sostentamento delle scuole da parte delle famiglie.

Una proposta che ci ha lasciati enormemente insoddisfatti è stata quella dell’abbandono del modello degli scatti di anzianità per introdurre la meritocrazia.

Il Governo vuole che gli scatti siano basati sul merito, ossia sulla retribuzione di progetti extra e su un bonus di 60 euro come premio ai due terzi dei docenti degli istituti che collezioneranno più crediti basati sulla qualità del lavoro in classe, sulla formazione e sul contributo al miglioramento della scuola. Innanzitutto, è importante ricordare che il contratto degli insegnanti è scaduto da ben 5 anni, per cui si calcola che i docenti hanno perso dal 2009 già qualche migliaio di euro, che non sono mai stati restituiti.

Pensiamo che il modo migliore e più efficace per riconoscere il lavoro e l’impegno degli insegnanti italiani (il cui orario di insegnamento supera quello di Francia, Finlandia e Germania, paesi tra i più forti dell’area euro) sia un contratto di lavoro tutelato, rispettoso della progressione di carriera in base agli anni di insegnamento, per riqualificare una professione che in questi anni ha subito attacchi da tutti i Governi.

Inoltre, rifiutiamo un’idea di scuola basata sulla competizione, sia tra gli studenti che tra i docenti, in quanto la scuola deve essere un luogo di cooperazione tra tutti i soggetti per il rilancio culturale del Paese.

Siamo convinti, infatti, che i sistemi di valutazione ritenuti necessari per misurare i meriti (e gli stipendi) dei docenti penalizzino coloro che insegnano nelle scuole dove esistono le cosiddette “classi ghetto”, classi costituite da una prevalenza, se non una totalità, di studenti stranieri o con maggiori difficoltà, a causa delle condizioni economiche, sociali e culturali di partenza, classi che rappresentano una sfida pedagogica più complessa per gli insegnanti.

Vogliamo che la scuola aiuti soprattutto i docenti che hanno il compito di educare gli “ultimi”, ovvero coloro che non hanno nessun mezzo per l’affermazione e l’emancipazione personale, se non la scuola. L’obiettivo deve essere rendere consapevoli e critici i cittadini di domani, formare e sensibilizzare le nuove generazioni, e non spingere gli insegnanti a una corsa sfrenata e competitiva per mostrarsi maggiormente “meritevoli”, per ricevere l’amato premio economico. Crediamo che questa competizione porti a riempire gli studenti di nozioni, affinchè apprendano ciò che è richiesto dai modelli di valutazione (quali l’INVALSI), senza favorire lo sviluppo di rielaborazioni personali e di senso critico. Questo modello meritocratico degli insegnanti presenta, dunque, numerosi effetti ai danni degli stessi soggetti in formazione.

Per quanto riguarda il legame tra scuola-lavoro sviluppato dal Piano Scuola, l’UdS Piacenza ha individuato vari aspetti criticabili. Di fronte al pericoloso tasso di disoccupazione giovanile, si pone come obiettivo quello di raccordare i metodi della scuola con il mondo del lavoro, in quanto si ritiene che una delle cause principali della disoccupazione sia proprio l’incompetenza degli istituti che non sono in grado di offrire una formazione tecnica adeguata per preparare gli studenti al mondo del lavoro.

Le soluzioni presentate dal Governo Renzi sono, dunque, attuare un’alternanza Scuola-Lavoro obbligatoria negli ultimi 3 anni degli istituti tecnici e professionali per almeno 200 ore l’anno e potenziare le esperienze di apprendistato sperimentale. In primo luogo, riteniamo che puntare troppo i riflettori sul “saper fare” all’interno degli istituti tecnici comporti gravi conseguenze. La valorizzazione dell’aspetto più tecnico degli istituti avviene ascapito della formazione culturale che ogni studente ha diritto ad avere, ma che in questo caso risulterebbe troppo scarsa per una crescita a 360°. Viene dato valore a un sapere di tipo pratico sì importante, ma contemporaneamente si perde la possibilità di dare allo studente i mezzi per sviluppare al meglio la passione per altre discipline che sappiano stimolare la riflessione, il senso critico, le capacità di comprensione e di rielaborazione personale.

Per rendere la concomitanza scuola-lavoro più forte ed effettiva, viene data la possibilità di fare percorsi di didattica in realtà lavorative aziendali che di fatto sfruttano la manodopera giovanile a gratis a favore dei propri profitti e creano un lavoro precario, in quanto specializzano gli studenti in specifici settori e attività, dettati dall’interesse dell’azienda. Riteniamo fermamente che la scuola non possa essere piegata alle esigenze del mercato e delle imprese, nè influenzata dalla presenza di enti privati che finanziano e sponsorizzano laboratori negli istituti.

In seguito ai pesanti tagli subiti dal settore dell’istruzione negli ultimi anni, riteniamo inadeguata la scelta del governo di affidare i finanziamenti ai privati (scelta che non garantirà fondi sufficienti a tutti gli istituti, date le profonde disparità territoriali e i bassi investimenti in ricerca ed innovazione) e di detassare le scuole private e paritarie che, secondo l’Art. 3 della nostra Costituzione dovrebbero essere senza oneri per lo Stato.

Ciò che ci aspettiamo dal governo è un serio intervento di investimenti pubblici, non delegato ad aziende ed imprese o rimandato ad ipotetiche risorse ricavate dalla spending review. Sappiamo che la cultura è un elemento determinante nella crescita e nella storia di una popolazione, per questo il sistema educativo non deve dipendere da logiche di mercato e regolato dai meccanismi della concorrenza. Sappiamo che una visione del genere non farebbe altro che esasperare ulteriormente diseguaglianze sociali e culturali.

Soprattutto, sappiamo che la scuola è uno spaccato della società, per questo le proposte del Governo dipendono da una precisa scelta politica, economica e di sviluppo. Sappiamo soprattutto che questa scelta non ci appartiene e non rappresenta una moltitudine di studenti italiani.

Il 10 ottobre l’UdS Piacenza scenderà in piazza, ancora una volta, per battersi per un’istruzione libera e per tutti, per un reddito e per un lavoro di qualità e senza precarietà.

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