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Le Rubriche di PiacenzaSera - Pillole di Economia

L’art.18 e l’Italia che non riparte. La nuova pillola di economia

Nuova puntata della rubrica di PiacenzaSera.it "Economia in pillole" curata da Mauro Peveri. Questa volta facciamo i conti con il lavoro che manca e i falsi problemi

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Nuova puntata della rubrica di PiacenzaSera.it “Economia in pillole” curata da Mauro Peveri. Motociclista e cultore della musica rock degli anni ’70, Mauro Peveri è soprattutto un commercialista esperto di svariate materie economiche e finanziarie: si occupa, tra le altre cose, di consulenza per le imprese, gestione della corporate governance, e di organizzazione aziendale. Ecco la sua nuova pillola. 

 

L’articolo 18 e l’Italia che non riparte

L’Italia è un Paese strano, o meglio è un Paese che sembra autolesionista ma scavando è semplicemente preda di categorie sociali che, in presenza di una crisi economica senza precedenti, cercano disperatamente di mantenere il proprio potere e i propri privilegi.

In un momento come questo in cui il Pil dal 2007 è diminuito del 9%, il potere d’acquisto pro capite è calato del 12,7% dal 2007 al 2013, la disoccupazione ha raggiunto il 12,6% per cento, e quella giovanile il 44%, improvvisamente, il dibattito politico ed economico viene assorbito da un argomento che ai più sembra lunare: l’art 18.

Il Governo cerca di convincere l’opinione pubblica che eliminando l’art. 18 aumenteranno le garanzie di tutti i lavoratori quando è evidente il contrario.

I sindacati invece difendono a prescindere l’ultimo “moloch” cercando, con questo argomento, di riacquistare la credibilità persa. Oggi infatti sono visti da molti come i difensori interessati di chi un lavoro ce l’ha o di chi riceve una pensione (quelli che pagano la tessera), senza occuparsi dei milioni di disoccupati, dei precari e degli altri milioni di occupati che lavorano in aziende con meno di 15 dipendenti e che non hanno alcuna copertura contro il licenziamento.

In Italia negli ultimi 10 anni l’art 18 non ha evitato il licenziamento dei centinaia di migliaia di lavoratori che hanno perso il lavoro per effetto della crisi, nè mi risulta che grazie a questo strumento qualcuno abbia mai trovato un posto di lavoro.

Allora perché non si parla d’altro?
Ma perché semplicemente nessuno ha la più pallida idea di come rianimare un’economia che non accenna in alcun modo ad una pur minima inversione di tendenza.

Per questo perché affannarsi a pensare a soluzioni vere quando si può ricercare il consenso o semplicemente conservare il potere e i privilegi restando immobili e distogliendo l’opinione pubblica dal problema numero uno: l’assenza di lavoro.

Molti, tutti i giorni, sentono parlare di PIL (prodotto interno lordo) e quanto sia importante per la crescita che questo indicatore aumenti progressivamente, ma pochi addetti ai lavori sanno effettivamente quale sia il suo significato e da cosa sia composto.

Il PIL rappresenta volgarmente il fatturato del Paese o, in modo più analitico, il valore monetario totale dei beni e servizi prodotti in un Paese da parte di operatori economici residenti e non residenti (fonte wikipedia).

La sua formula è solo a prima vista complicata:
PIL = C + G +I + (X – M).

Dove:
(C) sono i consumi (per esempio la spesa al supermercato della massaia)
(G) è la spesa pubblica (per esempio il budget della scuola)
(I)sono gli investimenti privati (l’acquisto della casa per esempio, piuttosto che una macchina utensile per un azienda)
(X- M) è la differenza tra le esportazioni (X) e le importazioni (M).

Per cui se i consumi (C ) diminuiscono a causa della riduzione dei redditi o per l’aumento delle tasse, la spesa dello stato (G) diminuisce per i vincoli che l’Europa impone agli Stati come il nostro che ha un deficit pubblico eccessivo, e solo le esportazioni aumentano, come possiamo sperare che il PIL aumenti e di conseguenza i redditi e l’occupazione?

E’ evidente che le terapie da adottare dovrebbero produrre un aumento di tutte le componenti del PIL.

Questo è quello che stanno facendo per esempio gli USA e il Giappone immettendo liquidità nel sistema, stampando moneta, aumentando la spesa pubblica e anche i consumi, e abbassando il tasso di cambio per rendere più competitive le esportazioni verso il resto del Mondo, cercando di tenere sotto controllo l’inflazione.

L’Europa, condizionata dalla politica tedesca, sta facendo esattamente l’opposto: tiene artificialmente alto il valore della moneta, pone vincoli ferrei sulla spesa pubblica dei Paesi, bacchetta Draghi quando da solo cerca di invertire questa folle politica economica favorendo la concessione di finanziamenti al sistema bancario europeo attraverso strumenti finanziari eccezionali.

La politica economica adottata dalla Ue ha infatti determinato la riduzione della spesa pubblica (G), la riduzione dei consumi (C), quella degli investimenti (I) e a lungo andare ridurrà anche le esportazioni se non si fermerà il progressivo apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro e alle altre monete.

Occorre perciò cambiare rotta a tutta la politica italiana ed europea per lottare contro il circolo vizioso che sembra irreversibile: – consumi – investimenti – redditi – profitti + disoccupazione – PIL.

Come?

Per aumentare i consumi (C) l’unica strada che può dare frutti immediati è aumentare i redditi attraverso la riduzione delle tasse personali, rendendo meno profittevole la rendita finanziaria, altrimenti, come è successo agli 80 euro erogati dal Governo, il maggior reddito si trasformerebbe in maggior risparmio e non in maggiori consumi.

Questa operazione deve essere realizzata senza tagliare la spesa pubblica perché diversamente i maggiori consumi verrebbero compensati dalla riduzione della spesa pubblica.
Abbassare le tasse usando i tagli della spending review determinerebbe benefici limitati perché l’effetto sul PIL sarebbe a saldo zero: + consumi – spesa pubblica.

I tagli della spending review dovrebbero invece essere usati per migliorare la competitività del Paese per esempio aumentando gli investimenti pubblici e privati e riducendo le tasse alle imprese.
Quindi la spesa pubblica non dovrebbe essere ridotta ma trasformata.

Parte della spesa corrente dovrebbe essere traferita alla spesa per investimenti (infrastrutture) in modo da ottenere un effetto moltiplicatore del PIL: + infrastrutture + investimenti delle imprese che lavorano nei cantieri + reddito per i lavoratori + profitti delle imprese – disoccupazione + consumi.

Per aumentare gli Investimenti privati lo Stato dovrebbe ridurre l’Irap, la peggior tassa mai prodotta dalla fantasia dei nostri politici, ed incentivare le imprese all’acquisto di beni strumentali aumentando in modo stabile (e non come misura una tantum) le aliquote d’ammortamento dei beni aziendali ferme al 1974 e agevolare fiscalmente le Banche che aumentano i finanziamenti alle imprese destinati all’acquisto di beni d’investimento.

Come ho già detto, la BCE, a dispetto della Merkel, ha cercato di fare la sua parte avendo promesso di erogare in due anni circa 1.000 miliardi di euro alle banche al tasso fisso dello 0,15% (praticamente zero) da destinare alle imprese.

Le principali banche italiane hanno ricevuto dalla BCE una prima tranche di finanziamenti di 23 miliardi di euro. Per allargare la forbice tra le Esportazioni (X) e le importazioni (M) occorrerebbe ridurre il valore dell’euro rispetto al dollaro e alle altre valute mondiali, bisognerebbe aiutare le PMI (le piccole imprese), che rappresentano il 99,9% del totale delle imprese, l’80% dell’occupazione, il 67% del valore aggiunto e il 54% sul totale dell’export, a migliorare la loro produttività, internazionalizzarsi per raggiungere i mercati stranieri allo scopo di vendere le proprie merci.

Tornando agli investimenti occorre considerare che quando i consumi diminuiscono gli investimenti privati fanno altrettanto per cui bisogna concentrarsi su quelli pubblici. Nel 1929 gli USA risolsero una crisi ancora più feroce di quella attuale aumentando gli investimenti pubblici nelle infrastrutture, cioè la spesa pubblica.

Sappiamo però che lo Stato italiano non può aumentare il debito pubblico perché deve rispettare i parametri di Maastricht, ed anzi deve ridurre lo stock del debito, così come gli Enti pubblici che devono rispettare il patto di stabilità.

Ma allora cosa si può fare?
In presenza di una crisi economica così profonda occorre adottare misure non convenzionali.

A livello nazionale occorrerebbe trasformare una parte delle enormi risorse finanziare che la BCE ha trasferito alla Banche italiane, come ho già detto circa 23 miliardi solo come prima tranche, in investimenti strutturali: porti, strade, ponti, ferrovie, reti digitali, scuole, ecc, evitando che si trasformino invece in titoli pubblici o peggio ritornino come depositi alla Bce perché non si sa a chi prestarli.

Un ulteriore spinta agli investimenti potrebbe arrivare dalla trasformazione delle Fondazioni ex bancarie, il cui patrimonio in Italia al 31.12.2012 era di 48.183 milioni di euro, spesso investiti con logiche politiche o peggio personali, modificando il profilo dei loro investimenti che dovrebbero privilegiare lo sviluppo e non la gestione del potere.

Gli investimenti pubblici strutturali avrebbero il pregio di rimettere in moto il sistema delle piccole imprese italiane, l’occupazione, i consumi e migliorare i bassi servizi di cui gode il cittadino italiano.

Nel periodo 2007 e il 2012 il Fondo sociale europeo (FSE) ha finanziato 68 milioni di partecipazioni a progetti individuali. E’ stato misurato che grazie agli investimenti del FSE, 5,7 milioni di persone disoccupate o inattive hanno trovato un impiego e sono nate 400 000 nuove imprese.

Per il periodo 2014 – 2020 è previsto che la UE fornirà , attraverso i fondi SIE (Fondi strutturali e d’investimento europei), 450 miliardi di euro per il finanziamento di progetti nell’economia a basso contenuto di carbonio, innovazione, occupazione di qualita`, mobilita` sul lavoro e inclusione sociale, in materia di reti digitali, istruzione, formazione e riforma della pubblica amministrazione, con particolare attenzione alla domanda di finanziamento proveniente dalle PMI europee.

Ricordo che a questo proposito che a un aumento degli investimenti corrisponderebbe un aumento eguale del PIL e ovviamente un aumento dei posti di lavoro.

A livello locale ogni territorio, Comune, Provincia, Regione, dovrebbe licenziare uno o più investimenti significativi che potrebbero essere cofinanziati con le risorse trasferite dalla BCE alla Banche, la garanzia della cassa depositi e prestiti e i fondi strutturali europei sopra citati.

A questo proposito ho analizzato il programma pubblicato dal nuovo Presidente della Fondazione di Piacenza e Vigevano, dott. Massimo Toscani, che conosco e stimo professionalmente da tanti anni e se posso, sommessamente, vorrei dargli un consiglio anche se non richiesto.

Gli chiedo pubblicamente di fondare il proprio mandato oltrechè sulla volontà di aiutare i poveri, cosa che gli fa onore, anche su quello di cui ha bisogno la nostra comunità: più lavoro.

La povertà si sconfigge infatti non solo facendo la carità ma anche e soprattutto creando le condizioni per aumentare i posti di lavoro.

Per cui il Patrimonio della fondazione e le sue erogazioni dovrebbero tenere conto di questo.
La formula del PIL anche a livello locale è la stessa:

+ investimenti + lavoro + reddito + consumi + spesa pubblica.

Sfruttiamo il momento storico: abbiamo il direttore del demanio che è l’ex sindaco di Piacenza Ing Roberto Reggi, variamo a livello locale un grande e ambizioso piano di trasformazione delle aree demaniali e militari richiamando a Piacenza i più grandi progettisti (architetti ingegneri) anche stranieri, finanziato con le risorse aggiuntive fornite dalla Bce alle Banche locali, con una parte del patrimonio della Fondazione, sfruttando i project bond che recentemente lo “sblocca Italia” ha reso più interessanti ed economici per i sottoscrittori, riducendo le tasse di registro e stabilizzando l’agevolazione sulle imposte dirette (12.50% come per i titoli di stato) e con il cofinanziamento dei fondi europei esistenti.

La realizzazione anche di uno solo dei progetti possibili aumenterebbe il PIL locale, con la conseguenza di attrarre e far nascere nuove imprese, generare nuovi posti di lavoro, aumentare i redditi e i consumi privati e rendere più bella ed accogliente la città, con effetti positivi anche sul turismo e sull’aumento della popolazione residente.

 

Mauro Peveri
mauro.peveri@gmail.com

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