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Le Rubriche di PiacenzaSera - Le Recensioni CJ

Le recensioni di PcSera: Alt-J e Goat

Per chi scrive, i loro rispettivi debutti (“Days” e “World Music”) sono stati tra le note più liete di due anni orsono.

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ALT-J This Is All Yours (2014)

GOAT Commune (2014)

Per chi scrive, i loro rispettivi debutti (“Days” e “World Music”) sono stati tra le note più liete di due anni orsono. Originari di Leeds ma emigrati a Brixton, gli Alt-J (ovvero ?: il loro bizzarro nome deriva dal comando Mac per ottenere la lettera greca delta, ma non su tastiera italiana) avevano fatto molto parlare con il loro folk-pop destrutturato e contaminato, con la loro sintassi fresca e sgrammaticata. La loro seconda fatica, intitolata “This is all yours” (“Questo è tutto vostro”), potrebbe essere ribattezzata “Della normalizzazione degli Alt-J”. Il sound è più rarefatto e il mood rilassato, quasi autoriale, a tratti persino soporifero.

La sensazione è che abbiano cercato a tutti i costi di evitare la ripetizione dello schema di “Days”, il rischio era farne una caricatura; ma la scelta di non sostituire il bassista, che nel frattempo ha lasciato la band per via dello stress, si rivela un limite. Questa sorta di concept album (alcuni pezzi narrano la storia di un viaggio a Nara, città giapponese: da qui un’atmosfera sempre più orientaleggiante e minimalista, incantata, quasi senza tempo), pur non mancando di episodi interessanti, presenta una cifra balbettante e manca del guizzo vincente. Da rivedere.

La capra invece arriva da Korpilombolo, profonda Svezia (con la capra ci giocano parecchio. L’album di esordio conteneva brani come “Goatman”, “Goathead” e “Goatlord”. Ora invece “Goatchild” e “Goatslaves”), e si conferma come una realtà entusiasmante. Poco più di mezz’ora di suoni ossessivi e inquietanti, percussioni freak e strilla arcaiche, una miscela preziosa – la world music e il funk, poi influenze krautrock e l’avanguardia prog, ma anche i primi Pink Floyd – un sabba sconvolgente che non può lasciare indifferenti. Particolare non da poco: i Goat suonano davvero bene, nascosti le loro maschere tribali, sono compatti e affiatati. Ascoltate l’attacco di “Hide from the sun”, par di sentire Keith Moon. Il pelo nell’uovo: forse anche in “Commune” manca il pezzo da mandare a memoria, come era stato per la straordinaria “Run to your mama”; anche se la doppietta iniziale “Talk to god” e “Words” merita. Si piazzeranno comunque nel pagellone di fine anno.

Giovanni Battista Menzani

@GiovanniMenzani

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