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Le Rubriche di PiacenzaSera - Cinema

Le recensioni di PcSera.it: verso gli Oscar, tra Virzì e Sorrentino

Nel settembre 2014 l’Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e multimediali) ha scelto di mandare alle nomination nella categoria Miglior Film Straniero per i Premi Oscar 2015 “Il capitale umano” di Paolo Virzì, un film che in Italia ha vinto di tutto, dai David di Donatello ai Nastri d’argento al Globo d’oro.

Del necessario senso del limite all’orgoglio di patria ovvero “Avevate Lanterne rosse, avete premiato Mediterraneo”

Nel settembre 2014 l’Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e multimediali) ha scelto di mandare alle nomination nella categoria Miglior Film Straniero per i Premi Oscar 2015 “Il capitale umano” di Paolo Virzì, un film che in Italia ha vinto di tutto, dai David di Donatello ai Nastri d’argento al Globo d’oro.

E’ noto che la corsa di Virzì potrebbe fermarsi molto prima: solo il 15 gennaio 2015, infatti, dopo i Golden Globes, saranno rese note le cinquine che andranno a concorrere per le diverse categorie degli Oscar.

Nei 5 finalisti per la categoria Miglior Film Straniero, per capirci, negli ultimi anni non sono entrate candidature eccellenti come i Taviani di “Cesare deve morire” (Orso d’oro a Berlino, 2012), “Gomorra” di Matteo Garrone (Gran Premio della Giuria a Cannes, 2008), “La stanza del figlio” di Moretti (Palma d’oro a Cannes, 2001), mentre sono stati candidati “La bestia nel cuore” di Cristina Comencini nel 2006, “L’uomo delle stelle” di Giuseppe Tornatore nel 1996, “Porte aperte” di Gianni Amelio nel 1991 e arriviamo fino al 1988 per trovare “La famiglia” di Ettore Scola.

Lo stesso Virzì è già stato candidato italiano ma non ammesso alle selezioni finali nel 2011 con “La prima cosa bella”.

A questo si aggiungono alcune diffuse curiosità sulle giurie dell’Academy, riassumibili in: “Nel 1992 avevate Lanterne rosse, avete premiato Mediterraneo”, but anyway, orgoglio di patria.

“Il capitale umano” è stato scelto e ha prevalso su “Le meraviglie” delle Rohrwacher, e “Anime nere” di Francesco Munzi (gli altri erano lì per fare numero, c’era anche l’ultimo Verdone) per il successo di pubblico (ha incassato oltre 6 milioni e mezzo di euro – ed è un film finanziato dal MIBAC, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, sul tema andate subito a leggervi Andrea Minuz), per i premi vinti (ha addirittura sconfitto “La grande bellezza” nella categoria Miglior film ai David di Donatello – ho Sorrentino in linea, sta ancora ridendo) e presumibilmente per la provenienza statunitense della storia (il film è tratto dall’omonimo romanzo di Stephen Amidon).

Ora, a prescindere dal fatto che sì, è un momento positivo per il cinema italiano nel mondo, che sì, l’Italia ha vinto più Oscar per il miglior film straniero di ogni altro paese (14 in tutto tra prima e dopo l’istituzione ufficiale della categoria, di cui 10 tra il 1948 e il 1975, facciamoci 2 domande), sappiamo comunque che anche solo essere candidati l’anno dopo aver vinto il premio Oscar è impresa ardua, che riusciva per l’appunto a quella generazione là, quella dei Monicelli Fellini Pontecorvo De Sica Petri, non a quella dei Virzì.

Questo film di Virzì è stato pure apprezzato in Italia e all’estero (la Bruni Tedeschi ha vinto il premio miglior attrice al Tribeca Film Festival, uau), se ne è molto parlato per la ridicola polemica con gli assessori brianzoli per la sua ambientazione in paesi che finiscono in –ate, ma in realtà si tratta di una piccola storia ombelicale e provinciale, di corto respiro, che restituisce un pezzo del nostro paese in maniera macchiettistica e caricaturale. Il film ricostruisce un incidente ad un ciclista da diversi punti di vista e contemporaneamente illustra uno spaccato di alta-wannabealtamainrealtàmedia borghesia dove tutto frana, tutto trasuda angoscia, angoscia per la situazione economica, per la situazione familiare, angoscia ad ogni livello sociale.

I primi capitoli sanno tanto di già visto, mentre il terzo, oltre ad introdurre nuovi elementi narrativi, si focalizza sui figli che sono i più interessanti, i meno macchiettistici, e quantomeno aprono qualche spazio di ambiguità meno stereotipata (penso all’ambiguità della relazione di Luca con suo zio, un personaggio che nel romanzo ha – meritatamente – molto più spazio), risultando maggiormente efficaci del resto dei personaggi.

Potrebbe anche piacerci l’idea di rappresentare la disfatta di una generazione, lo sfaldarsi, quella sensazione di crollo imminente, ma tutto è rappresentato malamente, senza slancio.

Non aiuta certo il libro di Amidon, al quale il film è molto fedele, salvo il finale meno amaro e meno didascalico sul significato ultimo del capitale umano, ovvero del valore (monetario) di una vita (ma per leggere qualcosa di davvero interessante sul tema suggeriamo Chiara Valerio, Almanacco del giorno prima, Einaudi 2014). Non è farina del sacco di Amidon nemmeno la famosissima tagline del film “Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto”. Nella produzione di Virzì in ogni caso sono molto più meritevoli (e in alcuni casi anche molto più divertenti) titoli come “Ferie d’agosto”,“Ovosodo” “Tutta la vita davanti” e lo stesso “La prima cosa bella”.

Soprattutto Paolo Virzì non è Paolo Sorrentino.

E non si riesce a parlare male di Paolo Virzì come invece risulta evidentemente facilissimo parlare male di Paolo Sorrentino.

E comunque avercene di registi di cui poter parlar male come Sorrentino.

Con quanta roba sceglie di misurarsi Sorrentino, con lo sprezzo e la sicumera dei napoletani di successo e anche no, forte del film fatto con gli americani e dei premi vinti in Europa. Con quanto cinema italiano, con quanti nomi famosi pluripremiati all’epoca in cui Hollywood era ai nostri piedi.

Arriviamo al punto quindi: La grande bellezza è un film visivamente fastoso, magnificamente girato, una grottesca metafora simbolica di un ambiente e di un tempo, e meritatamente vince un Oscar con un racconto (sceneggiatura originale di Sorrentino e Umberto Contarello) comprensibile globalmente. Può essere irritante e pretenzioso e si permette pure di sfiorare il ridicolo tra giraffe e fenicotteri ma è anche assolutamente divertente.

E no, per chi tiene a queste cose, non è nemmeno solo un’opera superficiale o estetizzante.

Guardate bene, dopo i primi 40 minuti di bestiario e di cinismo in cui il protagonista Jep o balla o sentenzia ballando sul cadavere di amici e nemici (“Quante certezze, Stefania, non so se invidiarti o provare una forma di ribrezzo” – ce l’ho ancora nell’orecchio quel birignao vezzoso con cui Jep sferza una delle amiche di sempre –  “… tutte queste vanterie, tutta questa ostentazione seriosa di io, io, io, questi giudizi sprezzanti tagliati con l’accetta, nascondono una tua fragilità, un tuo disagio e soprattutto una certa serie di menzogne, noi ti vogliamo bene, le conosciamo, certo, come conosciamo anche le nostre menzogne, ma proprio per questo, a differenza tua, finiamo per parlare di vacuità, di sciocchezzuole, di pettegolezzi, proprio perché non abbiamo nessuna intenzione di misurarci con le nostre meschinità”), quando il marito di Elisa dice “Elisa è morta” Jep abbandona la faccia sorniona e sfottente, quel riso imbecille e superiore e apre gli occhi. 

E il film assume un altro significato che forse mi piace meno di quella rappresentazione corale di superficiale giustificazione dell’ esistenza che era fino a questo momento.

Qui c’è la ricerca del senso. Qui, (a parte quel poco che ci viene mostrato della relazione di Jep con la direttrice nana – che mi ha ricordato Malaussène con la regina Zabo – con la domestica,  che sono gli unici momenti nei quali Jep cambia faccia, cambia accento, cambia la sua presenza nelle risposte) ci spiegano perché Jep è diventato Jep.

Senza questo momento La grande bellezza sarebbe stato Il divo ambientato nel mondo della cultura e probabilmente Sorrentino e Contarello si sono posti il problema della “diversificazione del materiale narrativo al servizio della cinematografia”

Jep ha sentimenti ordunque ed è quindi socialmente accettabile.

Quello che non riusciamo ad accettare davvero è che Jep molto spesso ha ragione.

Barbara Belzini

tw: @BarbaraBelzini

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