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Pallavicini (Prc) “Dagli operai Ternani un segnale al paese e a Piacenza”

Comunicato stampa di Carlo Pallavicini, capogruppo Sinistra per Piacenza

Dagli operai Ternani un segnale al paese e a Piacenza – comunicato stampa di Carlo Pallavicini, capogruppo Sinistra per Piacenza
 
I fatti di Roma di mercoledì 29 ottobre, quando un corteo degli operai AST di Terni è stato caricato e manganellato dalle forze dell’ordine, parlano al paese e alla nostra città in modo chiaro e diretto. Stiamo infatti attraversando un periodo centrale per lo sviluppo sociale e politico italiano, che segnerà i prossimi decenni: dopo sette anni di crisi economica, infatti, il governo Renzi prova a tradurre in risultati stabili e leggi quanto sinora “conquistato” dai suoi degni predecessori Berlusconi, Monti e Letta. 
 
La “crisi” non stata altro che la scusa, la giustificazione, con cui i governi hanno potuto drenare un’immensa quantità di liquidità dalle fasce popolari a quelle più benestanti, attraverso politiche di tagli alla spesa sociale e di privatizzazione sempre giustificate dalla litania della competitività sui mercati finanziari e del “ce lo chiede l’Europa”. Gli atti più gravi in questo senso sono rappresentati dal “piano casa”, dallo “sblocca Italia” e dal “Jobs act” in via di approvazione. 
Il Governo Renzi promette 800.000 posti di lavoro a tempo indeterminato. In realtà non si tratta di vera “creazione” di posti di lavoro, con conseguente calo del tasso di disoccupazione, ma piuttosto di sostituzione di contratti precari (cococo, tempo determinato, ecc.) con rapporti stabili di lavoro, sulla base delle stime (di fonte ignota) relative al futuro utilizzo del contratto di lavoro a tempo indeterminato con tutele crescenti. Non ci si ricorda però che con la legge 78, approvata in via definitiva lo scorso 16 maggio e nota come legge Poletti (o Jobs Act, atto I), si sancisce la totale liberalizzazione del contratto a termine (CTD) rendendolo a-causale. 
 
Viene fittiziamente posto un limite massimo ai rinnovi possibili (cinque), ma poiché i rinnovi non sono applicabili alla persona ma alla mansione, basta modificare quest’ultima per condannare una persona al lavoro intermittente a vita. La precarietà è stata così completamente istituzionalizzata. Come uno specchietto per allodole, a mo’ di compensazione, si istituisce il contratto da lavoro dipendente a tutele crescenti, in relazione all’anzianità di servizio. Si tratta di un particolare “contratto a tempo indeterminato” che dà la possibilità al datore di lavoro di interrompere il rapporto in qualunque momento e senza motivazione nei primi tre anni. In pratica, in questo lasso di tempo, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non si applica. Inoltre, poiché nel testo non si dice se tale tipo di contratto andrà a eliminare i contratti in essere, esso si aggiunge alla normativa già esistente. Ci si dovrebbe allora domandare: se già si può assumere (nel caso si voglia assumere) un lavoratore o una lavoratrice con un contratto a termine senza alcuna giustificazione, perché mai un datore di lavoratore sarebbe incentivato a utilizzare questo nuovo contratto “a tutele crescenti”? Ebbene, potrebbe essere disposto a farlo nel caso in cui avesse estrema necessità delle competenze e della professionalità del lavoratore/trice. Ma grazie alla “tutela crescente”, invece, potrà sottoporre a un periodo di prova, lungo la bellezza di tre anni, anche coloro che hanno questi requisiti.
 
Ecco svelato il giochino con cui il Governo annuncia la creazione di 800.000 posti di lavoro, nel più classico copione istrionico “alla Berlusconi”.
E’ quindi evidente che è il lavoro il piano su cui si gioca oggi la partita per la resistenza all’umiliazione delle fasce popolari. Da ciò deriva la particolare intransigenza del PD nei confronti dei sindacati, non solo i SiCobas o i sindacati di base ma anche quella CGIL che negli ultimi vent’anni era stata un tassello fondamentale nel meccanismo della concertazione sociale e che invece oggi rischia di vedersi scaricata dallo spostamento a destra del baricentro politico (e delle politiche economiche).
Per questo, le manganellate sugli operai Ternani devono parlare a tutti coloro che oggi intendono resistere: quell’atteggiamento non è che la rappresentazione esplicita di quanto da anni registriamo nei mille focolai accesi nel nostro paese da altre forme di sindacalismo, centri sociali, occupanti di case. La repressione verso quel gruppo di iscritti FIOM è la stessa che a Piacenza abbiamo incontrato davanti alle aziende del polo logistico, dove denunciavamo super-sfruttamento e meccanismi para-mafiosi (venendo in prima battuta etichettati come incendiari estremisti, salvo trovare poi conferma delle nostre denunce nell’operato della Guardia di Finanza). E’ la stessa che abbiamo incontrato nella difesa degli spazi sociali o delle case occupate, che sono anch’essi parte del reddito, sebbene in modo indiretto rispetto al salario da lavoro, che una generazione di precari si è conquistata senza chinare la testa.
 
Vi sono sembrate normali le manganellate davanti a svariate aziende piacentine? E i fogli di via a segretari sindacali e ai precari che portavano il loro appoggio agli operai? Ora è chiaro anche al più sprovveduto come esse si iscrivano alla logica del non-dialogo promossa dallo spettro delle forze governative e delle lobby a cui rispondono. 
 
Per questo, mi appello a tutti i lavoratori e ai sindacalisti onesti e stanchi di prese in giro affinché non credano più a chi (da pezzi delle istituzioni a pezzi di ceto burocratico sindacale) si ostina a dipingere chi anima i movimenti sociali come “estremisti”, “black bloc” o perdigiorno. Le nostre lotte sono alla base della difesa della dignità di chi vive il nostro paese e la nostra città, e sono condotte per l’interesse generale senza divisione di razza, religione o tessera sindacale. L’antagonismo che ci viene attribuito e di cui ci fregiamo con orgoglio non è altro che il naturale dispiegarsi della lotta per contendere ricchezza agli strati alti, che vivono grazie alla rendita e allo sfruttamento. E’ antagonismo distributivo tra le classi, e questo va ricordato sempre, non solo quando a essere colpito è il nostro particolare posto di lavoro. Chi si è indignato per le botte sugli operai della FIOM, a cui va tutta la nostra solidarietà, si unisca a noi nei picchetti al polo logistico dove un sistema cooperativo deviato si traduce in sfruttamento brutale (con sfumature diverse da un’azienda all’altra), scenda in piazza con noi nelle giornate di mobilitazione a favore dell’istruzione pubblica e laica, nelle lotte per un reddito garantito con prelievi forzati da coloro che continuano a navigare nell’oro accumulato sulla pelle di tutti. Prendete contatti con gli antagonisti della vostra città e cerchiamo di fare squadra e serrare le fila senza pregiudiziali di tessera sindacale. 
 
L’alternativa è fra il saldarsi dal basso, fra chi ha bisogni diretti, oppure continuare a credere alle litanie di chi vorrebbe dividere “manifestanti buoni da manifestanti cattivi” o tuttalpiù  spegnere ogni protagonismo deviandolo esclusivamente su opzioni elettorali apparentemente “antisistemiche” ma prive di un’analisi dei rapporti fra le classi (opzioni che abbiamo visto crescere in questi anni ma che di fatto hanno solo dato una valvola di sfogo innocua al malessere sociale). Il tempo a disposizione non è tanto e quando il PD e i suoi alleati avranno ultimato le “riforme” potrebbe essere troppo tardi per accorgersi che il facchino iscritto a un’altra sigla sindacale, lo studente dei collettivi e il precario dei centri sociali esprimevano le nostre stesse necessità e la stessa voglia di poter ancora sperare in un futuro per questo paese. 
 
Carlo Pallavicini – capogruppo Sinistra per Piacenza presso il Consiglio Comunale di Piacenza

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