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Le Rubriche di PiacenzaSera - Le Recensioni CJ

U2 Songs of Innocence, la recensione di PcSera

Dimenticare l’epica degli esordi, le domeniche sanguinose e la bomba atomica, Berlino, Brian Eno e l’America. Dimenticare, soprattutto, i selfie di Bono con i potenti della terra, i colloqui con Putin Bush il Dalai Lama, la guerra la fame nel mondo le malattie la povertà

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U2
Songs of Innocence (2014)

Dimenticare tutto.
E’ questo l’esercizio che abbiamo provato a mettere in campo.
Dimenticare l’epica degli esordi, le domeniche sanguinose e la bomba atomica, Berlino, Brian Eno e l’America. Dimenticare, soprattutto, i selfie di Bono con i potenti della terra, i colloqui con Putin Bush il Dalai Lama, la guerra la fame nel mondo le malattie la povertà. Dimenticare Pavarotti e Sarajevo. Il marketing marchettaro di Apple e i megapalchi che rifanno il verso alla “M” di McDonalds. L’innocenza e i sogni, il successo e la fama universale.

Dimenticare tutto e far finta che gli U2 siano una normale band da Dublino, Irlanda. Giudicare dunque la loro ultima fatica, che arriva dopo cinque anni di silenzio, senza pregiudizi e schemi precostituiti.

Mica facile.
L’incipit, la già nota “The miracle (of Joey Ramone)”, in heavy rotation da qualche settimana sulle radio italiane, non ha un brutto tiro, anche se dei Ramones ha davvero poco o niente. A seguire, “Every breaking wave” parte come “With or without you” per poi implodere in un ritornello ruffiano – ce ne sono tanti, così come sono tanti i coretti stucchevoli tipo “uhuhuh”, in questo album: ascoltare “Iris” (che invece ricorda “Wire” suonata dai Coldplay, ed è dedicata alla madre di Bono) e “Volcano”, ad esempio. Sembra essere questo l’apporto più significativo della produzione di Danger Mouse, che miracoli ha fatto con i Black Keys, sotto questo punto di vista (i ritornelli facili e di presa immediata).

Proseguiamo, dai.
“California (There is no end to love)” è un pezzo da dimenticare, con un terribile intro a là Beach Boys, ma il morale si risolleva un po’ con “Song for someone”: in fin dei conti, le ballate sono ancora capaci di farle, vedi anche la discreta “Sleep like a baby tonight” o il duetto con Likke Li nella conclusiva, innocua, “The troubles”. Nulla di trascendentale, ma il mestiere c’è.
Va peggio quando inseguono inutilmente e faticosamente un sound più duro: l’intro stoner di “Cedarwood road”, per esempio, suona quasi patetico e anche “Raised by wolves” è bruttina forte. Manca soprattutto il guizzo giusto di The Edge, mai così inutile.

Giudizio duro, lo sappiamo. Nulla può un pezzo come “This is where you can reach me now”, che non sfigura nel loro repertorio più recente.
Forse il fatto è che noi – noi che abbiamo comprato “War” in vinile, incuriositi da una recensione di Stereoplay, anni-luce prima di Dj Television e del LiveAid – da loro ci aspettiamo altro.
Questo per dirvi che l’esercizio di cui sopra – quello di dimenticare – non è riuscito per nulla.

Giovanni Battista Menzani
@GiovanniMenzani

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