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Le Rubriche di PiacenzaSera - Cinema

“Due giorni, una notte”, la recensione di PiacenzaSera

Non faccio mistero della mia antipatia per il cinema francese, troppo affezionato al proprio cliché di lui/lei/l’altro (credo di essere scossa da Un cuore in inverno, dove l’altro era un violino). Se proprio dovete andare a vedere un film francese scegliete Bruno Dumont o François Ozon. Oppure Michel Gondry.

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Non faccio mistero della mia antipatia per il cinema francese, troppo affezionato al proprio cliché di lui/lei/l’altro (credo di essere scossa da Un cuore in inverno, dove l’altro era un violino). Se proprio dovete andare a vedere un film francese scegliete Bruno Dumont o François Ozon. Oppure Michel Gondry.
Oppure andate a vedere un film dei fratelli Dardenne, che sono belgi ed hanno fegato sempre.

I Dardenne sono i cocchi del Festival di Cannes, dove hanno vinto la Palma d’Oro per Rosetta nel 1999 e per l’Enfant – una storia d’amore nel 2005. Quest’anno si sono visti soffiare il premio da un’italiana con sensibilità affine che ha fatto un film più francese del loro e in più ci ha messo i bambini. Fregati.
 
Comunque, i Dardenne questa volta scritturano Marion Cotillard, le tolgono lustrini e paillettes, le danno una canottiera rosa da supermercato e le dicono: “Chérie, ti seguiamo con la cinepresa per un’ora e tre quarti mentre alterni depressione e determinazione perché hai 48 ore per salvare il tuo posto di lavoro. Ah, per mantenere il lavoro devi convincere 14 colleghi a rinunciare al bonus annuale di 1.000 euro. Buon lavoro”.
“Ah” dice lei schiarendosi la gola “bien sûr. Cominciamo. La truccatrice dov’è?”
“Ahahahh, vous avez entendu? Elle est charmante, Elle est amusante. Motore, azione.”
 
E quindi la Cotillard, figuretta smilza per la quale tutto sembra troppo difficile, si immerge nel suo inferno di sommersi e salvati, gente che potrebbe perdere il lavoro come lei, donne tiranneggiate dai mariti, padri maltrattati dai figli, qua nessuno se la passa bene, del resto siamo in un film dei Dardenne.
La camera è sempre addosso a lei, non la molla mai, la segue in questo viaggio dove ogni incontro è importante, come in una favola nera in cui ogni personaggio è un ostacolo da superare, da convincere.

Siamo in un contesto in cui la lotta non è, come dovrebbe essere, dei lavoratori contro il datore di lavoro che costringe tutti ad una scelta infame, ma dei lavoratori contro gli altri lavoratori.
Di questo parla Due giorni, una notte, è questo che la protagonista, Sandra, cerca di ricordare ai colleghi, che non è stata lei a imporre la scelta. Parla della ricerca di una perduta solidarietà tra gli individui, della mancanza di un senso di comunità, delle porte chiuse dietro alle quali ci rifugiamo dopo aver scrollato la testa e mormorato qualche parola di circostanza.

Sulla scheda per votare ci sono due possibilità, o bonus a fine anno o Sandra, ma ve lo immaginate?
E’ come un action movie questo film: hai 2 giorni per salvare la vita di qualcuno, la tua. Per salvarti dalla depressione, dalle case popolari, dallo sguardo dei tuoi figli (di questi poi che raccontano ai figli, la più grande dei quali avrà al massimo otto anni, tutti i loro problemi, io non vi dico cosa penso per decenza).
Semplice, contemporaneo, efficace, ottimo.

Barbara Belzini

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