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“Giordani e le arti”, due giorni di riflessione per ricordare lo scrittore

E’ stato presentato, nella mattina di oggi lunedì 24 novembre, in occasione della presentazione del convegno "Giordani e le arti";, promosso dal Bollettino Storico Piacentino in collaborazione con l’Amministrazione comunale, con il sostegno della Fondazione di Piacenza e Vigevano e di Tipleco.
 

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E’ stato presentato, nella mattina di oggi lunedì 24 novembre, in occasione della presentazione del convegno “Giordani e le arti”, promosso dal Bollettino Storico Piacentino in collaborazione con l’Amministrazione comunale, con il sostegno della Fondazione di Piacenza e Vigevano e di Tipleco. La riflessione si terrà il 28 e 29 novembre nella Cappella di Palazzo Farnese (SCARICA IL VOLANTINO A FONDO PAGINA).

A illustrare il programma dell’evento, sono intervenuti l’assessore alla Cultura Tiziana Albasi e Vittorio Anelli, presidente dell’associazione Amici del Bollettino storico piacentino.

PRIMA SESSIONE
Convegno di Studi 28-29 Novembre 2014

Fernando Mazzocca
GIORDANI E LE ARTI
Pietro Giordani: un protagonista del dibattito figurativo tra Età Napoleonica e Restaurazione

Fernando Mazzocca, già docente di Storia della Critica d’Arte a Ca’ Foscari e all’Università Statale di Milano, ha svolto un’ampia attività di studio, di ricerca e di promozione in vari settori, in relazione soprattutto all’arte neoclassica, all’Ottocento e al Novecento, con particolare riguardo all’ambito lombardo, veneto e milanese. Ha svolto anche notevoli studi sull’illustrazione e sulla letteratura artistica dell’Ottocento, di cui ha pubblicato nel 1998 una fondamentale raccolta di scritti nei Classici Italiani della Ricciardi. Un particolare rilievo hanno assunto anche le sue ricerche sulla storia del collezionismo, in particolare sulla più famosa raccolta milanese, e tra le più importanti nell’Europa neoclassica, di Giovanni Battista Sommariva; questi interessi hanno avuto l’esito più significativo nel fondamentale volume su Milano neoclassica (2001). La lunga esperienza ne ha fatto tra i maggiori conoscitori dell’arte dell’Ottocento italiano.

E’ responsabile del progetto scientifico delle Gallerie d’Italia per la valorizzazione del patrimonio monumentale e delle collezioni d’arte di Banca Intesa Sanpaolo; in questo ruolo ha curato la scelta e l’allestimento dei dipinti dell’Ottocento delle raccolte della Fondazione Cariplo e di Intesa Sanpaolo, collocate in un museo ospitato nei Palazzi Anguissola e Brentani Greppi, inaugurato nel novembre del 2011. Massimo esperto di Canova, è membro del Comitato Nazionale per l’edizione delle opere di Antonio Canova e dell’Istituto di ricerca per gli studi su Canova e il Neoclassicismo.

William Spaggiari
Gli studi giordaniani degli ultimi quarant’anni sul versante letterario

William Spaggiari è professore ordinario di Letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Milano. Ha studiato soprattutto questioni, correnti e autori dei secoli XVIII e XIX, con particolare attenzione alle vicende della storia della cultura tra Antico Regime e Restaurazione. Tra i suoi volumi: L’armonico tremore. Cultura settentrionale dall’Arcadia all’età napoleonica, 1990; Il ritorno di Astrea. Civiltà letteraria della Restaurazione, 1990; La favolosa età dei patriarchi. Percorsi del classicismo da Metastasio a Carducci, 1996; L’eremita degli Appennini. Leopardi e altri studi di primo Ottocento, 2000; 1782. Studi di italianistica, 2004; Ha inoltre curato edizioni di scritti di Giacomo Leopardi, Pietro Giordani, Francesco Algarotti, Giosuè Carducci, Antonio Panizzi.

Fa parte del Comitato scientifico di varie riviste («Paideia», «Sei-Settecento», «Versants») e Collane di testi; è direttore della collana «Palinsesti. Testi e studi di letteratura italiana» e condirettore della Collana «Trinidad».

Prendendo le mosse dagli importanti risultati del Convegno di studi che si tenne a Piacenza nel 1974, secondo centenario della nascita di Pietro Giordani (in quell’anno vide anche la luce la fondamentale Bibliografia giordaniana di Giovanni Forlini), il contributo intende ricostruire, sulla scorta di un’ampia ricognizione bibliografica, le linee e gli esiti più significativi degli studi intorno alla figura e all’opera di Giordani pubblicati a partire da quella data, prestando particolare attenzione al versante propriamente letterario (edizioni di testi, studi monografici, ricerche settoriali).

Tra le grandi mostre che ha curato o cui ha partecipato si segnalano, per pertinenza: Il neoclassicismo in Italia, da Tiepolo a Canova (Milano, 2002), Maestà di Roma (Roma, 2003), Ottocento. Da Canova al Quarto Stato (Roma, 2008), Canova. L’ideale classico tra scultura e pittura (Forlì, 2009), Da Canova a Modigliani. Il volto dell’Ottocento (Padova, 2010), Hayez nella Milano di Manzoni e Verdi (Milano, 2011).

Francesca Fedi
Gli studi giordaniani degli ultimi quarant’anni sul versante artistico

Francesca Fedi si è laureata in Letteratura Italiana a Pisa, perfezionandosi presso la Scuola Normale. Ha insegnato presso l’Università di Parma e dal dicembre 2012 è docente di Letteratura Italiana presso l’Università di Pisa.

I suoi interessi di ricerca sono rivolti essenzialmente al primo Cinquecento, alla letteratura dell’età illuministica, all’estetica e alla poetica del Neoclassicismo, alla cultura figurativa e al pensiero politico di Leopardi. Ha pubblicato in volume e in rivista studi su Machiavelli, Parini, Alfieri, Vincenzo Monti, Cicognara, Foscolo, Leopardi, sulla fortuna italiana di Pope e sui rapporti tra cultura massonica e produzione letteraria nel Settecento. L’ intervento cercherà di mettere in luce i mutamenti prodotti dagli studi più recenti nella percezione del ruolo che Pietro Giordani svolse nella cultura italiana sette-ottocentesca, in veste di ‘conoscitore’, esperto di storiografia artistica, segretario dell’Accademia bolognese di Belle Arti e promotore di giovani artisti. Il nuovo rilievo assunto nella bibliografia critica dalla categoria stessa di neoclassicismo, la fioritura di ricerche ed eventi espositivi dedicati ad Antonio Canova, la messe di nuovi documenti (non solo epistolari) portati in luce dopo il fondamentale Convegno del 1974 ha infatti mutato notevolmente – ampliandola e approfondendola – la prospettiva degli studi giordaniani anche sul versante storico-artistico.

Roberto De Feo
«Donare a’ principi! oh demenza imperdonabile!” L’Omaggio delle Provincie Venete alla Maestà di Carolina Augusta Imperatrice d’Austria

Roberto De Feo è ricercatore universitario in Storia dell’Arte Moderna presso l’Università degli Studi di Udine; si occupa principalmente di problemi inerenti alla pittura, al mobilio e all’ornato d’epoca neoclassica in Venezia, il Veneto e il Friuli. Detiene da anni l’insegnamento di Storia dell’Arte presso il corso di laurea in Scienze e Tecniche del Turismo Culturale presso l’ateneo friulano.

Sta per dare alle stampe con la Fondazione Giorgio Cini la monografia con catalogo completo delle opere dell’artista Giuseppe Borsato (1770-1849), responsabile del mutamento in chiave neoclassica che soprattutto Venezia, ma anche Udine, Treviso e Padova adottarono nel campo della figurazione nei primi decenni dell’Ottocento.

L’intervento verterà sulla questione dell’Omaggio delle Provincie Venete: il donativo in opere d’arte che l’ex Dominante, da poco passata sotto la seconda dominazione austriaca, fu costretta a elargire in occasione delle quarte nozze dell’imperatore Francesco I con Carolina Augusta di Baviera, orchestrato dal conte Leopoldo Cicognara con il sostegno e la partecipazione di Canova, coinvolgendo i massimi artisti legati all’Accademia di Belle Arti.

I testi che accompagnarono la pubblicazione che raccoglieva le incisioni dei diversi pezzi (dipinti, sculture, opere di oreficeria e mobilia) ? considerati dispersi e quasi tutti rintracciati dallo studioso in collezioni private estere furono redatti da Giordani, che in merito alla vicenda tenne un atteggiamento polemico.

SECONDA SESSIONE

Alessandro Malinverni
Parma, Piacenza e le arti al tempo di Giordani

Alessandro Malinverni è dottore di ricerca in Storia dell’arte moderna e museologia, e conservatore del Museo Gazzola di Piacenza. Insegna Storia dell’arte presso l’omonimo istituto d’arte e Storia dell’arte sacra presso il Collegio Alberoni di Piacenza. Si occupa di arte tra Sette e Novecento, con particolare attenzione ai rapporti tra le corti di Parma e di Francia, all’Accademia di Belle Arti di Parma, al mecenatismo e al collezionismo del Settecento (Madame Du Barry, Luisa Elisabetta e don Filippo di Borbone, Guglielmo Du Tillot), dell’Ottocento (Giuseppe Stuard e Luisa Maria di Berry) e del Novecento (Giuseppe Ricci Oddi).

Durante la sua lunga esistenza Pietro Giordani vide alternarsi sul trono dei ducati parmensi quattro diversi sovrani, rappresentanti di tre dinastie: don Ferdinando di Borbone, Napoleone Bonaparte, Maria Luigia d’Asburgo e Carlo II di Borbone. I rivolgimenti politici avvenuti tra 1774 e 1848, che coinvolsero Parma e Piacenza, ebbero ripercussioni anche in ambito artistico, con la graduale affermazione del neoclassicismo a scapito del barocchetto. La relazione intende dare conto del variegato panorama offerto dal sistema delle arti nelle capitali emiliane – incentrando l’analisi principalmente sulla corte e sulle istituzioni pubbliche – e del ruolo svoltovi da Giordani. Attraverso riletture del quadro storico noto e alcuni documenti inediti, si ripercorreranno in sintesi lo sviluppo artistico tra la fine del Settecento e il 1848, mettendo in luce l’apporto di artisti quali Lotario Tomba, Gaspare Landi, Carlo Maria Viganoni, Lorenzo Toncini, Niccolò Bettoli, Paolo Toschi, Francesco Scaramuzza, nonché alcuni tra i principali episodi piacentini e parmensi.

Arnaldo Bruni
Giordani critico di Canova

Già ordinario di Letteratura italiana presso l’Università di Firenze, Arnaldo Bruni dirige «Seicento & Settecento. Rivista di letteratura italiana» e la Collana collegata. Fa parte del comitato scientifico di numerose riviste («Esperienze letterarie», «Filologia e critica», «Studi e problemi di critica testuale», «Todo modo») ed è membro del Comitato scientifico per l’Edizione Nazionale delle Opere di Ugo Foscolo. Si è occupato di autori antichi (Dante, Petrarca, Ariosto, Machiavelli, Tasso) e moderni fra Pirandello e Sciascia. Ha prestato particolare attenzione alla cultura dell’età neoclassica con riguardo a Monti e Foscolo. Fra le sue opere si ricordano l’edizione commentata della «Gazzetta di Milano» del 1769 diretta da Giuseppe Parini (1981), l’edizione critica dell’Iliade tradotta da Vincenzo Monti (2000) e la ristampa dell’Outline, le Grazie inglesi di Foscolo (2012). Per la saggistica, si ricordano Foscolo traduttore e poeta. Da Omero ai «Sepolcri» (2007) e Belle vergini «Le Grazie» tra Canova e Foscolo (2008).

L’ intervento riguarda il rapporto fra Giordani e Canova, la cui relazione si dispone nel segno di una singolare modernità. Il piacentino è amico personale dell’artista, oltre a essere collaboratore del critico canoviano per eccellenza, Leopoldo Cicognara, al punto tale che ha l’opportunità di commentare la sua Storia della scultura (1823-1824) con osservazioni a un’opera che celebra lo scultore come il punto di arrivo dell’arte di ogni tempo.

I precedenti depongono a favore di una vera e propria militanza critica che ha il pregio di ravvisare subito, con una reattività commendevole, pregi e qualità dell’opera del «Divino», a norma della terminologia di Giordani. Vengono colte la relazione di contiguità con l’arte antica, specificata nel modello della «vera carne» di Fidia, come pure il fondamentale esercizio del disegno. La sottolineatura va anche alle qualità morali dell’uomo, in particolare alla sua «modestia» e a uno stile di vita tutto speso in servizio della sua arte. Può parere singolare che un’opera così attentamente preparata come il Panegirico, che doveva costituire il pendant naturale del Panegirico a Napoleone legislatore, per celebrare i due maggiori protagonisti del tempo, sia rimasto inconcluso. Entrano in gioco probabilmente in questo caso fattori personali insondabili e aspetti complessi, segnati da un’«adorazione» per l’artista, più volte ribadita nel carteggio, la quale non sembra permettere scansioni analitiche definitive. Resta il fatto comunque che i motivi conduttori del Panegirico si collocano accanto alle acquisizioni più significative della critica odierna, intesa al recupero pieno dello scultore, e quindi depongono a favore di una vitalità che consente di attribuire a Giordani un merito straordinario: la capacità di riconoscere ‘in presa diretta’ il segno del magistero di Canova, celebrandolo in un referto che, pur nella sua incompiutezza, risulta ancora oggi imprescindibile.

Barbara Steindl
Giordani e Cicognara: le annotazioni ai manoscritti della Storia della scultura

Barbara Steindl ha conseguito il Ph. D. in Storia dell’arte presso l’Università di Monaco con una tesi sul mecenatismo della famiglia Torlonia (1989). Ha collaborato con il «Cicognara Project» della Biblioteca Vaticana e dell’ Università di Illinois per l’edizione su microfiche della Biblioteca Cicognara (1989-2000 ca.). Dal 1994 lavora presso l’Istituto Germanico di Storia dell’ Arte di Firenze.

La collaborazione tra Cicognara e Giordani per la Storia della Scultura (Venezia, Picotti, 1813, 1816, 1818) avviene in buona parte per via epistolare e dura per tutte le fasi che si succedono dalla progettazione, alla realizzazione del libro, alla sua stessa diffusione. A documentare il comune lavoro ci rimangono circa 400 lettere dell’epistolario giordaniano, con contatti pressoché quotidiani durante la fase intensa della scrittura, e, inoltre, le versioni manoscritte dell’opera revisionate da Giordani, conservate alla Biblioteca Ariostea di Ferrara. È di particolare interesse il Ms. Classe I 516 che raccoglie le 300 annotazioni giordaniane, nelle quali confluiscono molti concetti già da tempo maturati e in seguito sempre ribaditi.

Stefano Grandesso
Giordani e la Psiche di Pietro Tenerani

Stefano Grandesso si è formato con Fernando Mazzocca a Venezia. Ha proseguito a Roma studi e ricerche, legate soprattutto alla scultura e alla pittura in Italia tra Settecento e Ottocento in rapporto alla coeva letteratura artistica. Alla Sapienza si è specializzato occupandosi del catalogo ragionato e della fortuna critica di Gaspare Landi, mentre ha conseguito il Dottorato di Ricerca a Roma Tre, studiando il dibattito artistico sulla scultura internazionale a Roma tra la Restaurazione e il 1849.

Ha collaborato a numerosi cataloghi di musei italiani e a varie mostre considerate di riferimento, tra cui Art in Rome in the Eighteenth Century (Philadelphia e Houston, 2000), Il Neoclassicismo in Italia (Milano, 2002), Ottocento. Da Canova al Quarto Stato (Roma, 2010). Ha contribuito poi a realizzare le ultime grandi esposizioni canoviane di Roma (2007), Milano(2008) e Forlì (2009); dell’ultima è stato curatore con Fernando Mazzocca e Francesco Leone.

Ha al suo attivo le monografie di Pietro Tenerani (2003) e Bertel Thorvaldsen (2010). Tra i numerosi testi specialistici si ricordano inoltre quelli dedicati a protagonisti del dibattito artistico come Pietro Giordani e Pietro Selvatico, alla scultura monumentale di Giambattista Comolli, Ernesto Biondi e Mario Rutelli, al mecenatismo di Pio VII e Lord Bristol e al ruolo di pittore storico di Gaspare Landi.

Nella Roma della Restaurazione, i protagonisti dell’arte della scultura, Canova e Thorvaldsen, sono impegnati a rinnovare la fortuna della scultura ideale di ispirazione classicista accanto a una vasta serie di allievi ed emuli di diversa nazionalità, che a lungo nel corso del secolo sapranno interpretare il retaggio dell’antico alla luce di una nuova sensibilità.

Accanto alla fortuna di nuovi filoni tematici, come la scultura di genere all’antica, i soggetti anacreontici e quelli di ispirazione arcadica, la scultura ideale di soggetto mitologico è connotata in alcune opere di Tenerani da un nuovo registro espressivo sentimentale. Giordani ne diviene il grande interprete in chiave romantica in una celebre lettera sulla Psiche abbandonata, pubblicata nel 1826 sulla rivista fiorentina «Antologia», muovendo dalla lettura sentimentale per una più generale riflessione estetica e morale. L’evocazione di Canova e della sua eredità artistica e civile, nel quadro del dibattito sulla scultura, è poi in grado di estendere gli interrogativi sul destino dell’arte italiana alla sorte della nazione.

Francesco Leone
Giordani e la pittura contemporanea

Francesco Leone è docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso il dipartimento di Lettere, Arti e Scienze Sociali dell’università «G. D’Annunzio» di Chieti-Pescara.

Si è occupato di artisti, movimenti artistici e storia della critica in Italia e in ambito europeo durante il XIX secolo ? con particolare riferimento alla temperie neoclassica e alla figura di Antonio Canova ?, di Futurismo e di tematiche relative alla Scuola Romana.

Ha partecipato alla realizzazione di importanti eventi culturali quali le mostre romane su Antonio Canova (2007-2008) e sull’Ottocento in Italia (2008). Ha curato la mostra Officina neoclassica. Dall’Accademia de’ Pensieri all’Accademia d’Italia (Faenza, 2009) ed è stato tra i curatori di Canova. L’ideale classico pittura e scultura (Forlì, 2009) e Da Canova a Modigliani. Il volto dell’Ottocento (Padova, 2010-2011). A Canova ha dedicato numerosi studi relativi ad aspetti diversi della sua complessa e caleidoscopica vicenda artistica curando anche tra il 2012 e il 2013 due importanti mostre dedicate ai suoi disegni: Canova. Il segno della gloria (Museo di Roma di Palazzo Braschi, 2012-2013) e Antonio Canova: la bellezza e la memoria (Firenze, Casa Buonarroti, 2013). All’arte neoclassica ha rivolto ulteriori ricerche nel corso degli anni.

Gli interessi figurativi di Giordani in merito all’arte contemporanea furono orientati molto più verso la scultura che non verso la pittura. Gli interventi giordaniani sulla pittura contemporanea, quasi esclusivamente limitati agli anni del pro-segretariato a Bologna (1808-1815), frutto dunque di occasioni o di obblighi imposti dal suo ruolo istituzionale, si limitarono di fatto al testo scritto nel 1811 per celebrare l’arrivo a Piacenza delle due enormi tele dipinte per la chiesa di San Giovanni in Canale da Gaspare Landi e da Vincenzo Camuccini e a pochissimo altro.

L’attività di Giordani fu molto più decisiva in relazione alle promozione dei giovani artisti che in quegli anni si formarono nell’Accademia di Belle Arti a Bologna. In questo scenario il più grande risultato di Giordani è la promozione perseguita con ostinazione del pittore paesista Giovanni Battista Bassi a registrare, a dispetto di quanto si evince dai discorsi ufficiali, l’aggiornamento estetico di Giordani, in chiave romantica, sul versante della pittura. In una sorta di ribaltamento di valori, ad incrociare l’estetica di Giordani sarà la lettura intimista del vero operata da Bassi, e non la valenza pubblica, il valore civile, l’ammaestramento delle coscienze demandato alla pittura storica con l’esemplarità dei suoi soggetti, secondo quanto prefigurato nella scomoda prima Orazione sulle Belle Arti del 1806.

Alla vigilia degli anni rigidi della Restaurazione, in cui stavano facendoci strada i valori della relatività e degli affetti, Giordani aveva inteso benissimo che era nella pittura di paesaggio, e nello specifico in quella di Bassi, più che in quella di storia, che avrebbe potuto configurarsi quell’accordo difficile fra la misura antica dei classici e la moderna esigenza del vero.

TERZA SESSIONE Giorgio Zanchetti
«Descriver fondo a tutto l’universo». La scrittura ecfrastica di Pietro Giordani

Giorgio Zanchetti è attualmente professore associato di Storia dell’arte contemporanea e Presidente dei corsi di laurea magistrale in Archeologia, Storia e critica dell’arte, Scienze della musica e dello spettacolo dell’Università degli Studi di Milano; nel febbraio 2014 ha ottenuto l’idoneità a Professore Ordinario nell’Abilitazione Scientifica Nazionale. Si è specializzato in Storia dell’arte contemporanea e ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Critica, Teoria e Storia della Letteratura e delle Arti (PhD) presso l’Università Cattolica di Milano, dedicando i propri studi alla scultura italiana tra neoclassicismo, purismo e realismo, nonché alle esperienze di contaminazione tra i vari linguaggi artistici del Novecento.

Fa parte dei comitati scientifici della rivista «L’uomo nero. Materiali per una storia delle arti nella modernità» e dell’Archivio di Nuova Scrittura (Rovereto, Mart – Bolzano, Museion). Ha collaborato come curatore e consulente scientifico con musei italiani e stranieri e ha curato numerose esposizioni. Quello del misurarsi della lingua letteraria con le altre arti della rappresentazione per immagini, le arti belle o le arti visive propriamente intese, è un tema ricorrente e uno dei pilastri della poetica e della critica di Giordani. Esso acquisisce poi un’importanza fondamentale quando si raccorda all’elemento nodale della sua visione etica delle arti: cioè la loro capacità di dire e rappresentare la verità.

Per non rimanere sul piano della semplice e immediata enunciazione di eventuali esempi di prosa ecfrastica – sempre rigorosamente misurata – o pianamente descrittiva, l’intervento insisterà principalmente su alcuni luoghi in cui Giordani si interroga esplicitamente sul paragone tra le arti della penna e quelle del pennello.

Una precisa riflessione sui limiti linguistici del disegno e della parola, nei confronti della realtà naturale, è offerta discorso sullo Spasimo di Raffaello inciso da Toschi (1833) dove la lotta contro la scarsità e l’incomparabilità dei mezzi umani è intesa come necessario presupposto dell’arte: «Nel combattere e sforzarsi a vincere o la inopia o la inferiorità de’ mezzi si mostra la potenza dell’artista: e nello spettacolo di questo certame e di questa vittoria sta in parte non piccola il piacer che ci viene dalle arti».

I richiami danteschi alla limitatezza della parola e all’ascendenza divina del «visibile parlare» tornano più volte in Giordani. Tra i casi presi in esame, anche l’Abbozzo di scrittura (1810) sui Santi Pietro e Paolo di Guido Reni della Pinacoteca di Brera.

Giovanni Benedetto
Il monumento di Vittorio Alfieri, Carlo Edoardo Stuart e l’arte di scrivere latinamente

Giovanni Benedetto è professore associato di Filologia classica/Storia della cultura e della filologia classica presso l’Università degli Studi di Milano. Oltre che alla poesia ellenistica soprattutto di tradizione papiracea e epigrafica, i suoi interessi sono rivolti in particolare alla storia degli studi classici in Italia e in Europa tra XVIII e XX secolo. L’intervento riguarda un poco noto scritto giordaniano del 1845, Intorno alla spedizione di Carlo Odoardo Stuart negli anni 1743-46, nel quale Giordani tratta di un’opera latina (o come oggi è in uso dire, ‘neo- latina’) del gesuita settecentesco Giulio Cesare Cordara, dedicata a ricostruire un decisivo momento della storia britannica ed europea, il fallimento dell’ultimo conato giacobita a opera del principe Carlo Edoardo Stuart. Lo sconfitto Young Pretender sarà nei suoi ultimi anni italiani infelice sposo di Luisa Stolberg, «che tedesca pose il suo nome sulla sepoltura» di Vittorio Alfieri in Santa Croce, «nel quale monumento apparisce grande, come sempre, il Canova».

Maria Luigia Pagliani
Pietro Giordani: un funzionario pubblico e la conservazione delle opere d’arte

Dall’ottobre 2009 Maria Luigia Pagliani è segretario generale dell’Istituto Nazionale di Studi Verdiani.

Si occupa di temi di storia dell’archeologia, storia della cultura e organizzazione delle istituzioni culturali tra XVIII e XIX secolo, anche con particolare riferimento a Piacenza. Fa parte del Comitato scientifico del «Bollettino storico piacentino».

In età napoleonica le soppressioni degli ordini ecclesiastici, le requisizioni, l’interesse politico per nuovi musei, in Francia come in Italia, generano imponenti movimenti di opere, che, sottratte all’originaria collocazione, sono destinate alla visibilità pubblica. Mentre il governo nuovo si afferma i provvedimenti dei governi decaduti sono dimenticati e, come ricorda Pietro Giordani in un esposto del 1808, il patrimonio artistico è spesso in pericolo. Così ai funzionari napoleonici vicini, per posizione o cultura, al mondo delle arti si offrono nuove opportunità di lavoro: inventari, pareri amministrativi, catalogazioni, restauri. A queste richieste non si sottrae neppure il Giordani, nel corso della sua difficile carriera nell’amministrazione pubblica.

Da Milano il 3 agosto del 1805 il direttore generale del Demanio scrive al Prefetto di Bologna e chiede che dai fondi dei conventi soppressi siano selezionati libri e manoscritti da consegnare alla Biblioteca Nazionale di Brera. L’incarico è affidato il 10 agosto dello stesso anno a Pietro Giordani e Paolo Costa. Il primo, in quell’anno, è copista all’Istituto, dopo aver perso il posto di coadiutore in biblioteca e la supplenza della cattedra di eloquenza. Il secondo, ben integrato negli ambienti bolognesi, tiene la cattedra di filosofia al liceo. L’incarico è svolto prevalentemente dal Giordani che redige di suo pugno due relazioni. La prima propone la selezione di alcune pergamene presso l’Archivio del demanio. La seconda riguarda il sopralluogo a tre conventi femminili bolognesi interessati dalla soppressione.

Carlo Mambriani
Pietro Giordani e il Foro Bonaparte

Carlo Mambriani è professore associato in Storia dell’architettura presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Parma. Dal 2008 è membro del Collegio Docenti del Dottorato in Storia dell’Architettura e dell’Urbanistica del Politecnico di Torino; dal 2013 è socio ordinario della Deputazione di storia patria per le province parmensi e Accademico delle Belle Arti di Parma. Fa parte del Comitato Scientifico della Fondazione Magnani Rocca.

Si è occupato d’architettura emiliana in età moderna, studiando in particolare l’architettura parmense dal Seicento all’Ottocento, l’architettura borbonica italiana e francese nel Settecento e la storia del giardino. Ha collaborato con il Dictionnary of Art, la collana Electa Storia dell’architettura italiana (volumi sul Seicento e il Settecento), «Il disegno di architettura» e «Il Giornale dell’Architettura».

Il pregevole in folio bodoniano del 1806 uscì sotto il nome dell’architetto romagnolo Giovanni Antolini, incaricato nel 1801 di un’ambiziosa sistemazione del castello sforzesco di Milano dedicata a Napoleone. Naufragate le speranze di realizzarla, l’ideatore volle pubblicarne le tavole con una Descrizione e, ormai trasferito a Bologna quale docente di architettura, coinvolgere Giordani, giusto in quei mesi incaricato dall’Accademia bolognese di un’orazione sulle belle arti. Fin dagli anni immediatamente successivi, fu riconosciuto a Pietro Giordani soltanto il ruolo di revisore del testo, benché il piacentino in numerose lettere a diversi destinatari ne rivendicasse la piena proprietà intellettuale, giudicando quella stesura a tal punto la sua «primissima cosa» da inserirla nell’edizione delle proprie Opere.

L’acuta disamina dei retroscena editoriali condotta da Enrico Garavelli sulle pagine del «Bollettino Storico Piacentino» (1996 e 1998) lascerebbe ben poco da aggiungere, se il meritevole riordino recentemente condotto delle carte bodoniane conservate nella Biblioteca Palatina di Parma non avesse permesso di identificare tre documenti cruciali, che lo stesso studioso considerava perduti, tra cui la minuta della lettera severissima che Bodoni spedì a Giordani, di cui si conosceva a grande linee il contenuto attraverso una missiva di Antolini.

La suggestiva ipotesi, avanzata da Garavelli, che dietro la spropositata replica del celebre Bodoni si celasse Vincenzo Monti, allora vittima degli strali letterari di Giordani e proprio nella primavera del 1806 a Parma per attendere alle bozze del suo Bardo della foresta nera, potrebbe ottenere un riscontro documentario grazie ai documenti ritrovati.

Gianfranco Fiaccadori
Pietro Giordani e Paolo Toschi: storia di un’amicizia

Gianfranco Fiaccadori è docente di Cultura artistica della tarda antichità e dell’alto medioevo e di Civiltà bizantina presso l’Università Statale di Milano. Numerosi suoi contributi di filologia greca, latina e soprattutto di epigrafia, archeologia e storia dell’arte tardoantica, medievale e moderna sono apparsi in volumi e riviste specializzate.

Ha rivolto la sua attenzione anche agli antichi Stati parmensi, dal Medioevo all’età di Maria Luigia, cui ha dedicato ampi interventi di carattere storico e storico-artistico nel volume Volti e figure del ducato di Maria Luigia (1991) e nel catalogo della mostra Maria Luigia, donna e sovrana (1992). È stato fra i curatori, presso la Fondazione Cariparma, delle mostre Fuochi di gioia e lacrime d’argento. Apparati effimeri e memorie a stampa in onore di Luisa Elisabetta di Borbone (2010); 1860 prima e dopo. Gli artisti parmensi e l’Unità d’Italia (2011); Parma: immagini della città dal Ducato all’Unità d’Italia (2011); Guglielmo Du Tillot regista delle arti nell’età dei Lumi (2012).

Dirige «La Parola del Passato. Rivista di studi antichi» (Napoli); è coordinatore della redazione del «Bollettino del Museo Bodoniano» (Parma); è membro del comitato direttivo dell’«Archivio storico per la Calabria e la Lucania» (Roma).

Muovendo dalle ormai centenarie ricerche di Paolo Clerici sui rapporti fra Pietro Giordani e Paolo Toschi (1788-1854), più spesso tributarie di un certo psicologismo positivista e di un ineludibile empito risorgimentale, l’intervento cercherà di collocare storicamente, alla luce delle conoscenze e della documentazione attuali (imprimis l’epistolario), l’amicizia fra questi due personaggi di eccellenza, maturata in quel notevolissimo esempio di organica promozione delle arti che fu il Ducato di Parma e Piacenza sotto il governo di Maria Luigia (1816-47). Fra loro molto diversi, Giordani e Toschi esercitarono, ciascuno nel proprio campo, una vera e propria egemonia culturale, orientata al bello e al vero, al mito aristocratico dell’artista perfetto, che è tanta parte della simpatia reciproca, in cui rientra anche un certo modo ambiguo d’intendere le vicende politiche: furono assolutamente concordi nell’astenersi da qualunque diretta partecipazione ai moti del 1831.

Al tempo suo celeberrimo incisore di traduzione e d’invenzione, ma anche pittore e architetto, Toschi fu per più di trent’anni moderatore supremo e punto di riferimento indiscusso delle sorti artistiche del Ducato, sulle quali operava la suggestione cosmopolita di Giordani, oltre che di Giuseppe Bossi. Intorno allo Studio parmense d’incisione, e così alla sua dimora privata, Toschi seppe creare un’atmosfera di cenacolo ‘nazionale’ che non sfuggì a Massimo D’Azeglio in visita a Parma nel 1838. In questa prospettiva, di Giordani saranno esaminati, in particolare, il Discorso sul rame dello Spasimo di Sicilia di Raffaello, capolavoro di Toschi (1833), e la lettera aperta al grande incisore Sul vero nelle arti del disegno e della parola (1836).

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