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Le Rubriche di PiacenzaSera - Cinema

La recensione di PcSera: The look of silence

Recensione del film "The look of silence" di Joshua Oppenheimer, Gran Premio della giuria a Venezia. 

The look of silence (Gran Premio della Giuria Venezia 2014)

Il film del regista statunitense Joshua Oppenheimer (presentato a Venezia 2014, Premio Speciale della Giuria e vincitore morale del Festival, così come la sua opera precedente e direttamente collegata, The Act of Killing, vincitore del Bafta 2014 come miglior documentario e candidato all’Oscar per miglior documentario 2014) racconta il massacro dei comunisti (un milioni di morti stimati, cinquecentomila accertati) avvenuto in Indonesia tra il 1965 e 1966 ad opera del regime di Suharto.

Se The Act of Killing illustrava la storia dal punto di vista degli assassini, con The look of silence il regista si concentra sulle vittime. Proprio durante la realizzazione del primo film Oppenheimer ha compreso di non aver finito il lavoro e ha deciso di girare anche questo secondo documentario, per dare voce ai morti e ai parenti sopravvissuti ai morti. Il film si concentra in particolare su Adi Rukun e sulla sua storia, Adi incontrato durante le riprese di The Act of Killing, Adi fratello “sostitutivo”, concepito per compensare la perdita del fratello Ramli, ferito gravemente dall’esercito, fortunosamente sopravissuto e rifugiato a casa della madre, recuperato dai militari e massacrato sulla riva del fiume. La prova vissuta di quello che era accaduto davanti agli occhi di tutti.

Adi l’optometrista che non sapeva nulla e ha scoperto tutto dai racconti degli esecutori stessi durante il primo film, in The Look of Silence va da questi stessi assassini per misurare loro la vista, per parlare degli omicidi, della morte del fratello, per sentire se hanno qualcosa da aggiungere, per cercare di aiutare il suo paese a liberarsi dal passato. Perché la dittatura militare è finita solamente sulla carta e i criminali genocidi girano liberi testimoniando la banalità del male, l’ordine da eseguire. Un lontano parente di Adi, ex secondino, racconta di avere assistito mentre portavano via Ramli e di non avere tentato di salvarlo, no. Un altro racconta di aver bevuto il sangue delle vittime, almeno due bicchieri, per non impazzire. Altri due si fanno fotografare vicino al fiume dove buttavano le vittime. Una carrellata di vecchi inebriati dal potere di vita e di morte di cui hanno potuto abusare per oltre un anno. Perlopiù se ne vantano, ridono, qualcuno forse si fa qualche domanda, ma è ancora la paura a prevalere, esemplificata dalla vita fianco a fianco con gli assassini di tuo figlio che conduce la mamma di Adi, che quotidianamente li vede e quotidianamente augura loro un uguale dolore “Prego tutte le sere che i figli degli assassini soffrano quanto hanno sofferto i nostri”.

La catarsi è lontana, il perdono inimmaginabile, le responsabilità appena accennate dal governo indonesiano che, dopo la candidatura agli Oscar di The act of killing o ha ammesso “che il genocidio del 1965 è stato un crimine contro l’umanità, e che l’Indonesia ha bisogno di un atto di riconciliazione, ma solo a tempo debito” (dal pressbook del film). Dopo la realizzazione del film i parenti di Adi sono stati trasferiti, tutta la troupe è rimasta rigorosamente anonima, Adi Rukun e Joshua Oppenheimer non possono più tornare in Indonesia. Un film pieno di violenza solamente raccontata, immenso, che ha spinto il giurato Tim Roth a rompere il protocollo della premiazione per ringraziare il regista: “Questo film e’ un vero capolavoro, e’ stato spettacolare e mi ha commosso. E’ stato come vedere i propri figli che nascono. Grazie per averlo realizzato”.

Barbara Belzini 

Tw: @BarbaraBelzini

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