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Le Rubriche di PiacenzaSera - Pillole di Economia

Pillola di economia, la competitività non dipende dal costo del lavoro

Nuova puntata della rubrica di PiacenzaSera.it "Economia in pillole" curata da Mauro Peveri. Questa volta facciamo i conti con la competitività delle imprese

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Nuova puntata della rubrica di PiacenzaSera.it “Economia in pillole” curata da Mauro Peveri. Motociclista e cultore della musica rock degli anni ’70, Mauro Peveri è soprattutto un commercialista esperto di svariate materie economiche e finanziarie: si occupa, tra le altre cose, di consulenza per le imprese, gestione della corporate governance, e di organizzazione aziendale. Ecco la sua nuova pillola. 

 

Imprese più competitive

Il dibattito politico ed economico spesso evidenzia come una delle più importanti cause della crisi economica italiana sia la mancanza di competitività delle imprese e che in larga misura questa sia determinata dal costo del lavoro.

Ma è davvero così?

Secondo IMD, una scuola di business di Losanna che ha redatto la classifica dei Paesi più competitivi l’Italia è solo al 46° posto nel 2013 e l’anno precedente era al 44° posto.
Secondo il World Economic Forum nella graduatoria 2014/2015 dei Paesi più competitivi che stila tutti gli anni l’Italia è al 49° posto.

I primi sei posti della graduatoria citata sono occupati da: Svizzera, Singapore, Usa, Finlandia, Germania, Giappone, non esattamente Paesi in cui il costo del lavoro è basso.
Se analizziamo l’ultima statistica Eurostat disponibile, possiamo osservare che nel 2013 il costo del lavoro (retribuzioni lorde + costi non salariali) orario medio stimato era pari a 23,70 euro nell’UE (28 Paesi) e 28,20 euro nell’area dell’euro (18 Paesi).

L’Italia in questa speciale classifica, diversamente dall’opinione dominante, era sotto la media dei Paesi euro, con un risultato di 28,1 euro all’ora.
Escludendo i Paesi dell’Est, di recente partecipazione all’UE, il Regno Unito e la Spagna (i soli Paesi UE con un PIL simile al nostro), il costo orario del lavoro in Italia è inferiore alla media europea e a quello di molti Paesi sviluppati: Francia, Germania, Danimarca. Olanda, Svezia, Finlandia, Norvegia, ecc.

Il grafico seguente (fonte Eurostat) conferma l’analisi:

Allora perché le imprese italiane e l’Italia hanno perso cosi tanti posti nel ranking mondiale della competitività?

Alcuni studi evidenziano che la produttività italiana ha subito un tracollo negli ultimi venti anni.
Una delle ragioni di quest’andamento negativo è la spaccatura tra le imprese esportatrici, che in questi ultimi venti anni hanno resistito alla concorrenza straniera e anzi hanno acquistato quote di mercato, e le imprese che operano sul mercato interno che invece arrancano.

Credo che il fenomeno sia spiegabile così.

Le aziende che operano sul mercato interno sono le imprese che hanno vissuto di rendita e che non si sono rese conto che il Mondo stava cambiando rapidamente.
Queste imprese sono diventate progressivamente inefficienti (anche per colpe di altri): alti costi della burocrazia, mercato del lavoro rigido, rivalutazione dell’Euro, costi dell’energia crescenti, mercato dei capitali (Borsa) e dei finanziamenti (Banche) inefficiente, concorrenza delle imprese estere mediamente più grandi e quindi più competitive. 

La reazione alla cresciuta inefficienza è stata quella di tagliare i costi: licenziamento dei lavoratori, riduzione degli investimenti, diminuzione dei costi di ricerca, di prodotto, d’innovazione tecnologia (ICT). Questa politica suicida ha provocato un aumento del gap competitivo tra le aziende italiane e quelle straniere, che hanno conquistato nuove quote del nostro mercato interno.

Le imprese esportatrici, più abituate a confrontarsi con concorrenti stranieri agguerriti che usufruiscono di costi di produzione inferiori (manodopera, burocrazia, aiuti finanziari dai Paesi sviluppati, monete più deboli rispetto all’euro), per sopravvivere hanno dovuto invece investire sulla specializzazione e sulla qualità dei propri prodotti.

In questo scenario è interessante esaminare le conclusioni di un recente studio del Fondo Monetario Internazionale sulle ragioni della teorica perdita di competitività delle imprese italiane.
Tale studio di fatto conferma che il problema italiano di competitività delle imprese non è causato dal costo del lavoro ma da altri fattori più importanti.

Segmentando le imprese in cinque macro categorie: (1) aziende che basano la loro produzione su scienza e tecnologia, (2) specializzazione tecnica (meccanica), (3 e 4)le industrie di scala con innovazione interna (grandi produzioni) (5) settori tradizionali, emerge che il mix produttivo italiano è rimasto sostanzialmente invariato nel corso degli ultimi 20 anni e si basa solo su due settori specifici: la specializzazione tecnica (meccanica in genere con particolari specializzazione nella produzione di macchinari) e i settori tradizionali (tessili ecc,).

Questi due settori hanno subito più di altri la concorrenza estera e la loro quota di mercato nel commercio mondiale è rimasta di fatto invariata.
In questi ultimi venti anni i settori che hanno maggiormente influenzato la competitività del sistema economico mondiale e che hanno visto crescere la loro incidenza sul commercio mondiale sono stati quelli basati sul progresso scientifico e tecnologico.

Purtroppo la presenza d’imprese italiane in questi settori è assolutamente marginale perché la loro dimensione media non consente di fare gli enormi investimenti in innovazione, ricerca e tecnologia necessaria.

Ma allora cosa dovrebbero fare il Governo e le imprese per invertire la tendenza e migliorare la loro competitività?

Impedire che le poche aziende che operano in Italia in settori importanti a livello tecnologico – scientifico, con dimensioni rilevanti, trasferiscono i propri centri di ricerca all’estero: aziende di telecomunicazioni, farmaceutiche, aerospaziali, ecc. 

Far nascere nuove imprese conferendo a quelle più grandi il ruolo di tutor attraverso:
la concessione d’incentivi per gli investimenti in ricerca, innovazione e sviluppo, come per esempio è stato fatto con buoni risultati nel settore delle energie rinnovabili;
la realizzazione di parchi tecnologici in cui le aziende più grandi e le start up possano fissare la propria sede grazie alla concessione di condizioni particolari: zero imposte, zero contributi, finanziamenti agevolati, veloci reti di collegamento geografiche, reti digitali, ecc.;
la creazione di reti d’impresa, la fusione e l’incremento dimensionale delle imprese, 
la costituzione di consorzi tra le piccole imprese innovative cui affidare gli investimenti comuni in ricerca, innovazione e sviluppo al fine di consentire loro di effettuare delle economie di scala e di raggiungere la massa critica necessaria,
la creazione di centri di ricerca finanziati con l’aiuto dello Stato, delle imprese e degli Enti Locali,
lo sviluppo delle Università, aumentando e migliorando i corsi di laurea tecnici,
intensificazione degli scambi tra le imprese e le Università,
l’aumento dell’attrattività del Paese per le multinazionali estere che investono una quota significativa del loro budget in ICT, 
la riduzione dei tempi della giustizia civile,
la creazione di un mercato finanziario più efficiente.

Passando ad analizzare il momento economico delle aziende locali i problemi sono gli stessi solo con scala differente.

La Provincia di Piacenza registra un buon andamento delle esportazioni da parte delle aziende specializzate nella meccanica, un discreto andamento del comparto agroalimentare e della logistica cui si contrappone un andamento negativo di chi opera sul mercato interno e disastroso nel settore delle costruzioni.
A questo punto cosa potremmo fare per invertire anche a livello locale la tendenza negativa degli ultimi anni.

Piacenza dovrebbe varare una conferenza permanente annuale (una specie di festival del diritto) alla quale dovrebbe partecipare tutta la classe dirigente locale: rappresentanti degli enti pubblici, delle associazioni di categoria, dei professionisti, del settore giudiziario, delle imprese, dei sindacati, della finanza, dell’Università.

In tale conferenza le imprese locali dovrebbero effettuare richieste specifiche per migliorare la loro competitività e insieme ai rappresentanti della classe dirigente locale dovrebbero formulare proposte concrete per la loro realizzazione.

Il nostro territorio esprime numerose eccellenze nei settori che storicamente ci hanno visto protagonisti: la meccanica, l’agroalimentare, la logistica e i trasporti.

Per aumentare il livello delle nostre esportazioni in questi settori bisognerebbe aumentare gli investimenti che abbiano un impatto positivo sulla competitività del sistema: migliorare le infrastrutture locali, con particolare attenzione alla velocità e intensificazione dei collegamenti geografici, aumentare la penetrazione commerciale nei Paesi in via di sviluppo attraverso l’uso di strumenti comuni quali l’apertura di uffici di rappresentanza, la fornitura di consulenza per l’internazionalizzazione, la concessione di finanziamenti mirati alla esportazione, l’aumento delle relazioni e degli scambi tra Università e imprese, l’accoglienza e l’invito periodico a visitare le eccellenze del nostro territorio ai rappresentanti del mondo economico e politico dei Paesi in via di sviluppo.

Per le imprese che operano invece sul mercato interno ed in particolare nell’edilizia che è stato fino al 2008 un settore trainante e oggi vive una crisi senza fine occorrerebbe mettere in campo operazioni non convenzionali quali:

il blocco delle concessioni della edificabilità delle aree in cui non sono ancora iniziati i cantieri e delle concessioni di costruire nuovi alloggi;

varo di un piano che agevoli la ristrutturazione degli alloggi privati, e la riconversione delle aeree industriali dismesse e delle aree demaniali e militari mediante la loro riduzione e razionalizzazione;
completamento della rete telematica del territorio provinciale, che ancora oggi, per una fetta consistente, non è coperto dalla rete internet veloce;

ripensare la politica commerciale della città agevolando l’apertura di piccoli negozi specializzati e di grandi strutture distributive liberalizzando definitivamente le licenze, autorizzazioni, orari, smantellando le protezioni dei pochi settori ancora protetti;

tagliare le tasse locali per un certo numero di anni a chi investe nella propria azienda commerciale o artigianale, a chi crea nuove aziende e a chi assume nuovo personale;

creare un fondo immobiliare cui i proprietari dovrebbero trasferire la gestione dell’enorme patrimonio immobiliare invenduto con lo scopo di valorizzarlo.

 

Mauro Peveri
mauro.peveri@gmail.com

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