“Giorno della Memoria”, la cerimonia per ricordare le vittime della Shoah FOTO foto

Piacenza celebra la ricorrenza del giorno della Memoria, a 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Alle 11 cerimonia istituzionale ai giardini dello Stradone Farnese, "Storia di Roberto" al Municipale e, nel pomeriggio, presentazione del libro "Abenaim"          

Piacenza celebra la ricorrenza del giorno della Memoria, a 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale.
 
Il Giardino della Memoria è stato teatro della tradizionale cerimonia istituzionale dedicata al ricordo delle vittime della Shoah, con l’intervento del sindaco Paolo Dosi e per la Provincia del consigliere delegato Stefano Perrucci.

I discorsi ufficiali delle autorità civili, alla presenza delle associazioni combattentistiche, dei reduci e dei familiari dei Caduti, sono stati seguiti dalle riflessioni di due studenti – Luca Villa dell’Isii Marconi e Jasmine Faouzi del liceo Colombini – che hanno preso parte, l’anno scorso, al viaggio organizzato con l’Istituto storico per la Resistenza, a Norimberga e Flossenburg. La cerimonia si è chiusa con le parole e la benedizione di don Giuseppe Basini, parroco di Sant’Antonino.

Discorso per il Giorno della Memoria del sindaco Paolo Dosi

Settant’anni fa, il 27 gennaio 1945, nel freddo inverno polacco si aprivano alla libertà i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, abbattuti dalle truppe sovietiche.

Celebrando il ricordo di questo storico avvenimento, nella giornata ufficialmente istituita per commemorare le vittime dell’Olocausto, il nostro pensiero è rivolto innanzitutto agli uomini, donne e bambini che da quella prigione – e dalle troppe altre simili ad essa, in un’Europa devastata e annichilita dal nazismo – non fecero ritorno a casa. Il nostro abbraccio stringe, idealmente, coloro che di quell’orrore sono stati superstiti e testimoni, trovando la forza di riaffacciarsi alla vita nonostante il dolore, nonostante le ferite mai rimarginate, nonostante quel numero impresso sulla pelle che tentava di negare l’umanità, la dignità e l’individualità della persona.

“E così è cominciato quel viaggio verso Auschwitz, che io non sapevo nemmeno dov’era. Un viaggio che non parte da qui, ma da molto prima di qui. E’ cominciato dalle cancellazioni dei nostri nomi dagli elenchi telefonici, dalle espulsioni dalle scuole, dall’indifferenza…”. Sono le parole con cui Liliana Segre, superstite e testimone dell’immane tragedia della Shoah – matricola 75190 impressa sul braccio, al suo arrivo al campo di concentramento – rievoca l’orrore della deportazione, il caricamento su uno dei convogli della morte in partenza dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano, ma prima ancora la sofferenza dell’isolamento e della persecuzione.

Ogni anno, in questa occasione, ripetiamo insieme “mai più”. Come ogni anno il Giorno della Memoria stimola alla riflessione e all’approfondimento su temi che, alla luce della rinascita dell’antisemitismo, del razzismo e dell’intolleranza in Europa e nel Mondo, appaiono sempre più di strettissima attualità. Isis, Boko Haram, Al Qaeda e le loro ragnatele, i loro metodi di sterminio e la dichiarata volontà di conquistare il mondo sono storia di oggi. Gli ebrei sono ancora da cancellare, e insieme a questi molte minoranze etniche come ad esempio i rom e i sinti. Il mirino di questi carnefici mette a fuoco quanti sono ritenuti nemici perché diversi: cristiani, ebrei e i musulmani “infedeli” che pregano e credono (la stragrande maggioranza) in un Profeta senza kalashnikov né mannaie.

Allora i nazisti bruciavano i libri, cacciavano gli ebrei dalle scuole, riempirono tragicamente le fosse comuni d’Europa: oggi come allora si incendiano le sinagoghe, si attaccano le chiese cristiane e i luoghi di culto dei musulmani non fanatici, si massacrano come in Nigeria le bambine e le ragazze che vanno a scuola. C’era ieri chi combatteva l’orrore, e c’erano i Giusti allora e ci sono oggi: come Ahmed Merabet e Lassana Bathily, musulmani, il poliziotto giustiziato sotto la redazione di Charlie Hebdo e il commesso del negozio kasher che ha salvato molti ostaggi.

Gridiamo pure, dunque, “mai più!”. Ma avendo ben chiaro che per sbarrare la strada che porta al baratro è necessario l’impegno fondamentale di tutti e un serio, anche doloroso, dibattito all’interno della nostra comunità e una lotta senza quartiere a ogni forma di razzismo, xenofobia, antisemitismo, islamofobia e disumanità, la stessa di chi durante il secondo conflitto mondiale programmò lo sterminio di milioni di innocenti. E ancora quella che, purtroppo, ancora oggi cova in Europa in movimenti che coniugano, con ferocia, nazismo e razzismo.

“Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio e lavarono i bambini e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino non gli dareste oggi da mangiare?”. Primo Levi, nel primo capitolo di “Se questo è un uomo” e con la sua testimonianza, ci ha ricordato che quando l’intolleranza verso l’”altro” o il “diverso” si trasforma in un disegno politico allora il pericolo è dietro l’angolo. Per questo non bisogna abbassare la guardia, non bisogna sottovalutare parole e gesti che contribuiscono a fomentare odio e violenza.

Ricordare, allora, non si esaurisce nel gesto di riprendere in mano testi e documenti, cristallizzando i fatti e gli eventi, relegandoli a mera nozione. No, la ragione vera per cui è stato istituito il Giorno della Memoria è quella di fornire, alla società contemporanea e ancor più agli adulti di domani, gli strumenti per ripensare a quanto è successo. Perché la memoria sia strumento critico, coscienza partecipata e condivisa, elemento necessario per disinnescare le violenze quotidiane. Un bene prezioso, che ognuno di noi è chiamato a coltivare. Grazie

In occasione della prossima Giornata della memoria il 27 gennaio 2015, alle ore 10,30 e in replica alle ore 15, presso il Teatro Municipale di Piacenza andrà in scena Il viaggio di Roberto, un treno verso Auschwitz, la drammatica storia di una delle oltre quarantamila vittime italiane della Shoah, Roberto Bachi, un bambino che visse a Ravenna dove frequentò la quarta elementare, uno degli ultimi momenti felici prima delle atrocità inaudite a cui lo sottopose la follia nazista. Nuova produzione del Teatro Alighieri di Ravenna coprodotta con il Teatro Luciano Pavarotti di Modena e la Fondazione I Teatri di Piacenza, lo spettacolo, che rientra nell’ambito delle iniziative promosse dalla Fondazione Teatri che vanno sotto al nome di “Educazione alla musica”, nasce dalla convinzione che che tra le missioni del teatro c’è quella di fare memoria, rievocare, ripercorrere il passato per vivere l’oggi con più coscienza e verità. Nato a Torino nel 1929, Roberto Bachi giunge a Ravenna in seguito al trasferimento del padre Alberto, a cui era stato affidato il comando della divisione di fanteria Rubicone di stanza a Ravenna.

Dopo l’arresto avvenuto a Torrechiara (Parma) il 17 ottobre 1943, il 6 dicembre dello stesso anno, Roberto parte dal Binario 21 della stazione di Milano, stipato all’interno del vagone di un treno diretto ad Auschwitz. Le ricerche condotte dalla madre consentono di venire a conoscenza del suo numero di matricola, 167973, e del fatto che Roberto è morto probabilmente di tubercolosi. Il viaggio di Roberto racconta quindi una storia che ci riguarda da vicino. Ricostruita nel 2002, grazie ad alcuni ex compagni di classe di Roberto Bachi che nell’anno scolastico 1937- 1938 frequentavano con lui la Scuola Mordani, la vicenda è ora trasformata in una azione scenica musicale commissionata a Guido Barbieri – che ha curato il libretto – e al compositore Paolo Marzocchi che lo ha messo in musica, mentre la regia è stata affidata ad Alessio Pizzech.

La Scuola Mordani è anch’essa strettamente coinvolta nell’iniziativa, per la dedizione del compianto Giorgio Gaudenzi, direttore didattico dell’Istituto che curò in prima persona la ricostruzione della breve vita di Roberto, e in virtù della diretta partecipazione alla messa in scena degli alunni ed ex alunni che compongono il Coro di voci bianche “Libere Note” diretto da Elisabetta Agostini e Catia Gori. Lo stesso compositore, Paolo Marzocchi, sarà direttore musicale dell’esecuzione che prevede la partecipazione del Quartetto Fauves, cui si aggiunge il contrabbassista Marco Forti, di Tetraktis Percussioni, del Quartetto Vocale Myricae e del Sassofonista David Brutti. In scena, oltre alla partecipazione di tre ex compagni di scuola di Bachi, Danilo Naglia, Silvano Rosetti e Sergio Squarzina, si alternano Marco Pierfederici e Giulio Gambi nel ruolo del protagonista quindicenne, il narratore (Vittorio) sarà Franco Costantini, Cinzia Damassa vestirà i panni di Ines (la madre di Roberto), mentre le parti cantate sono affidate al mezzosoprano Alessandra Visentin e al baritono Dario Giorgelé. Alle voci narranti, ai cantanti e alla figura muta di Roberto si uniscono gli attori del Piccolo Teatro Città di Ravenna. Scene e costumi sono a cura di Davide Amadei mentre le luci sono di Nevio Cavina.

L’autore del testo, Guido Barbieri, ha scelto di incentrare la vicenda sul “buco, nero e profondo, oltre a quello che circonda la sua morte: il viaggio. Quei sei giorni, tra il 6 e il 12 dicembre, che lo hanno fatto arrampicare su per l’Europa, tra due pareti di legno senza finestre. La memoria di quel viaggio non ha lasciato alcun oggetto dietro di se”. Guido Barbieri ha quindi immaginato un dialogo tra un personaggio immaginario, un compagno di viaggio di Roberto, Vittorio, e una persona realmente esistita, la madre Ines. Roberto, il protagonista della storia, invece è muto ed è interpretato da un ragazzo che ha solo funzioni di mimo. Ai racconti di Vittorio, immaginati, e di Ines, basati invece su memorie e documenti che ci sono pervenuti, si intercalano gli interventi cantati delle apparizioni di personaggi dei libri letti da Roberto, del padre Armando e dalla maestra Maria Rosa Gambi. Dunque parola e musica si intrecciano fortemente in questo lavoro che si colloca, secondo il compositore Paolo Marzocchi, “più o meno a metà tra l’opera intesa in senso tradizionale e il melologo. […] Nel melologo il canto è assente, ma la parola detta intrattiene con la musica un dialogo strettissimo e costante”. Se “il livello dei vivi (Ines e Vittorio) è dominato dalla parola recitata” continua il compositore, “il piano della visione è affidato alla parola cantata”. La musica è costruita di “memorie musicali”, in parte richieste dalla drammaturgia e in parte scelte dallo stesso Paolo Marzocchi, integrate a materiale costruito con “una sequenza di sei note, ricavata traslando in suoni il numero di matricola di Roberto, 167973”. Un lavoro dunque incentrato sulle relazioni, verosimili e immaginarie, che è stato possibile costruire attorno a Roberto. Afferma il regista, Alessio Pizzech: “quel viaggio diventa un racconto di legami che costituiscono il centro della nostra vita: la famiglia, gli amici più cari, le persone che abbiamo incontrato sono in noi insieme alle voci, agli sguardi di chi non c’è più e verso cui abbiamo il dovere morale di vivere con pienezza la nostra vita”. “Il viaggio di Roberto – aggiunge Pizzech – ci offre un’opportunità per consolidare il nostro senso di comunità: in tempi tanto bui, di dolore e assenza di futuro, eccoci a consegnare a voi, spettatori giovani e meno giovani, la memoria di un ragazzo che ha attraversato morte ed umiliazione e che oggi torna a dirci che siamo una comunità. Comunità di uomini, di generazioni, di storie piccole che insieme fanno la ‘grande’ storia”.

Martedì 27 Gennaio 2015 – ore 17:30 – Auditorium della Fondazione

 
Abenaim – Una famiglia ebrea e le leggi razziali
 
Presentazione del volume
 
Abenaim – Una famiglia ebrea e le leggi razzialiInterverranno, con l’autore Umberto Abenaim: 
Rav. David Elia Sciunnach, rabbino capo di Parma 
Carla Antonini, direttrice Isrec Piacenza 
Letture di Romano Gromi 
Introduce il presidente della Fondazione Massimo Toscani 
Interventi musicali del Gruppo Muzicobando 
 
Questo libro, un piccolo “lessico famigliare”, scritto da Umberto Abenaim, ci riporta con il suo racconto nel cuore dell’Italia ebraica. Quell’Italia ripudiata nel periodo 1938-1945 da un governo che condannò gli ebrei all’umiliazione di vedersi dipinti sui giornali come malfattori, alla mortificazione di essere radiati dall’esercito, alla disperazione di non poter continuare il proprio lavoro. 
(Dalla prefazione di Liliana Picciotto, storica del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) 
 
La narrazione del figlio-autore non esce dalla penna di un letterato. Nutritasi nello scavo nei ricordi, nelle conversazioni e negli archivi di famiglia, sembra piuttosto sorgere dal bisogno di confrontarsi con il racconto paterno della persecuzione subita – racconto tanto tardivo negli anni, quanto per ciò stesso più carico di significati. Soprattutto, sebbene in modo implicito, si misura con il problema dell’identità ebraica da una prospettiva non solo culturale e religiosa, ma biografica, famigliare, esistenziale. 
(Dall’introduzione di Carla Antonini, direttrice dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Piacenza)

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