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La recensione di PcSera: American Sniper

La recensione di "American Sniper", ultimo film di Clint Eastwood. 

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Premesso che ho il più grande rispetto per Clint Eastwood e che ho amato molto quasi ogni film che ha girato, con una predilezione per Unforgiven, Mystic River, Letters from Iwo Jiwa, Gran Torino, una certa adorazione per Mezzanotte nel giardino del bene e del male e molte perplessità per Flags of our fathers e ancora di più per quel film dal sapore new age con Matt Damon, American Sniper è un classicissimo film di guerra con passaggi interessanti sul disturbo post traumatico da stress, anche detto “nevrosi da guerra”.
 
Il film è tratto da una storia vera (molto di moda quest’anno, con “Big Eyes” di Tim Burton sulla pittrice Margaret Keane e “The Imitation Game” di Morten Tyldum sul matematico Alan Turing), quella di Chris Kyle, il diavolo di Ramadi (il miglior cecchino della storia militare degli Stati Uniti, 1.000 giorni in guerra), cowboy texano che trova la propria strada mettendosi al servizio del proprio paese (alzi la mano chi durante l’addestramento dei Navy Seals non ha pensato a Soldato Jane, ma torniamo dopo su Ridley Scott). 
 
Se il film abbia o meno tendenze repubblicane mi interessa non più di quanto mi abbia mai interessato se l’ispettore Callaghan aveva tendenze fasciste. Non è questo il punto, anche se su questo si concentrano quasi tutti. La storia vera! L’11 settembre! Il patriottismo! Sappiamo già tutto vero? Gli Stati Uniti sono un paese bigotto e conservatore nell’anima anche quando elegge un presidente nero. Quindi non ci stupiamo della retorica DioPatriaFamiglia di questo film, peraltro così conclamata che anche Eastwood (noto per le sue simpatie repubblicane) probabilmente la mette lì come been there, done that, got the badge, so move on.
 
Abbiamo già visto molti meccanismi della guerra moderna dai grandi film sul Vietnam in avanti: abbiamo già visto generazioni di soldati scaraventati a combattere per ragioni che poco comprendono un mondo che non capiscono affatto, dove ognuno può essere un nemico, dove non ci sono divise, e i nemici possono essere donne e bambini, così come donne e bambini possono essere i danni collaterali nel tuo mirino, dove ti si squaglia davanti agli occhi la differenza tra bene e male.

Ma quello che ho pensato guardando American Sniper è che il miglior film sulla guerra del XXI secolo è di una donna, ed è The Hurt Locker di Kathryn Bigelow (che peraltro affronta diversi anni prima lo stesso tema di American Sniper ma con maggiore profondità, giusta distanza e corretta asciuttezza della rappresentazione).
 

E se nel film della Bigelow il protagonista è un artificiere, uno che non spara, uno che protegge, uno che sta in guerra per salvare, analogamente e curiosamente nel film di Eastwood il protagonista (interpretato da un fisicamente enorme Bradley Cooper) dice “Mi dispiace per quelli che non ho salvato” (e ricorda Schindler, che dice la stessa cosa “Avrei potuto salvarne ancora”). Il tema del film è la difesa del paese, la protezione della famiglia, dei compagni, della patria. La lettura è interessante, il cecchino non si pensa come uno che uccide, si pensa come uno che salva, non è un fanatico della morte assetato di vendetta, è il cane da pastore dei suoi compagni. 
 
La Bigelow nel 2008, Sam Mendes con Jarhead nel 2005, Brian De Palma con Redacted nel 2007, Paul Haggis con Nella valle di Elah nel 2007, Jim Sheridan con Brothers nel 2009, tutti questi registi hanno provato a raccontare lo spaesamento della guerra del XXI secolo, la guerra  post 11 settembre, cercando di comprenderne i diversi meccanismi e di confrontarsi con l’incredulità e con lo spaesamento complessivo generato dall’essere attaccati a casa propria.
 
E poi c’è Homeland, ovviamente, la serie della Showtime a sua volta accusata di dipingere l’Islam come un mondo fanatico strumentale e manipolatore guardato dal punto di vista di una bipolare fanatica strumentale e manipolatrice (quantomeno è un confronto ad armi pari ;). Homeland esplora altri temi chiave, apre la quarta stagione con un episodio dal titolo “La regina dei droni”, e fotografa l’alienazione della guerra a distanza esattamente come il film di Andrew Niccol “Good Kill”, presentato a settembre 2014 alla Mostra del Cinema di Venezia.
 
L’altra cosa che ho pensato guardando quella bella scena prefinale dell’accerchiamento (bellissime le inquadrature dall’alto) è che la più bella scena di assedio degli ultimi anni l’ha girata Ridley Scott in Black Hawk Down. E’ vero, è vero, è forse esagerata, ma è una scena fantastica (ma dico, avete presente cosa sta facendo Ridley Scott in questo momento? EXODUS per la miseria, non “Le colline in fiore dalla mia finestra”, ma la Bibbia, le piaghe d’Egitto, EXODUS. L’infinita grandeur di Ridley Scott, 1492, Le crociate. Con Christian Bale. Christian Bale. Ecco, che Christian Bale si sia prestato a EXODUS, quello fa male al cuore).
 
In questo tentativo collettivo di analisi e rappresentazione della guerra del nostro secolo, Eastwood  mette giù il suo pezzo del suo domino. Meno Jersey Boys e più American Sniper per tutti.

Barbara Belzini 

tw: @BarbaraBelzini

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