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Le Rubriche di PiacenzaSera - Cinema

La recensione di PcSera: The imitation game

Ennesimo biopic, questa volta tratto da una biografia, in lavorazione da diversi anni, prodotto dal grande manovratore Harvey Weinstein, The Imitation Game racconta la storia del matematico e crittografo inglese Alan Turing e del contributo fondamentale che lui e il suo team hanno dato alla fine della Seconda Guerra Mondiale decifrando il codice di Enigma, la macchina usata dai tedeschi per inviare messaggi in codice.

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Ennesimo biopic, questa volta tratto da una biografia, in lavorazione da diversi anni, prodotto dal grande manovratore Harvey Weinstein, The Imitation Game racconta la storia del matematico e crittografo inglese Alan Turing e del contributo fondamentale che lui e il suo team hanno dato alla fine della Seconda Guerra Mondiale decifrando il codice di Enigma, la macchina usata dai tedeschi per inviare messaggi in codice.
 
L’operazione intorno a The Imitation Game risponde a tre diverse esigenze: rendere omaggio a un personaggio perseguitato perché omosessuale, raccontare il suo contributo fondamentale alla vittoria degli alleati nella seconda guerra mondiale, valorizzare il suo primato nello studio dell’informatica e dell’ intelligenza artificiale.
 
La capacità di analizzare i dati ha vinto la guerra, più che l’ordine, la disciplina, la catena di comando. Anche se ovviamente i dati sono ordine, disciplina, catena di comando. Ma senza emozioni e senza errori. “What am I? Am I a machine? Am I a person? Am I a criminal?” ci chiede Alan Turing e noi ce lo chiediamo insieme a lui. E’una macchina perché fa le giuste scelte per le quali è impostato (il bene comune e non la salvezza del singolo). E’ una persona perché è il genio in grado di progettare la macchina che decifrerà il codice. E’ un criminale (per l’epoca) perché è omosessuale (o perché è stato coinvolto in decisioni che hanno provocato anche la perdita di vite umane). Ma il racconto di una personalità complessa in un particolarissimo momento storico rimane solamente in superficie, una teoria non dimostrata.
 
La sottotrama relativa all’omosessualità viene trattata, si potrebbe dire, “con delicatezza”, privandolo quindi di momenti che potevano essere interessanti per approfondire la personalità del protagonista. Si passa direttamente dalla relazione platonica della preadolescenza al momento in cui viene scoperto a pagare marchettari nei vicoli come un Pasolini qualunque, in un eccesso di riservatezza british in un film che peraltro non è solo british. Il resto della storia si sviluppa secondo i passaggi che esattamente vi aspettereste. E dunque, che noia questo film che sembra un compitino ben fatto, realizzato per esaltare l’interpretazione di Benedict Cumberbatch che, dopo Sherlock Holmes e Julian Assange, si specializza in geniacci gelidi (aiutato dalla combinazione vampiresco pallore-magrezza-sguardo algido) con problemi relazionali. 
 
Cumberbatch è una figura quasi androgina e sembra più vicino al mondo dei rettili che a quello degli umani, eppure non riesco a non ridere ogni volta che rivedo il suo photobomb di quest’anno ai Golden Globes, alle spalle di Meryl Streep.
 
E’ una bella storia ed è bello che sia stata raccontata. Ma non è un bel film The Imitation Game. E’ un discreto film ma non un grande film. E’, in piccola scala, il “12 anni schiavo” del 2015 e veleggia verso le candidature agli Oscar con una quantità infinita di premi e nomination.
 
Noi comunque ringraziamo per il co-protagonista Matthew Goode che esce dal piccolo schermo di The Good Wife, e ne vogliamo ancora e ancora. La verità è che quando Matthew Goode è in scena tutto il resto diventa “inutili scene senza Matthew Goode”.

Barbara Belzini

@BarbaraBelzini

 

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