Per non dimenticare, Piacenza celebra il “Giorno della Memoria”

Piacenza si prepara alla ricorrenza del giorno della Memoria, a 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Domani mattina cerimonia istituzionale ai giardini dello Stradone Farnese, "Storia di Roberto" al Municipale e, nel pomeriggio, presentazione del libro "Abenaim" in Fondazione. 

Piacenza si prepara alla ricorrenza del giorno della Memoria, a 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Il 27 gennaio, ricorrenza annuale del Giorno della Memoria per le vittime dell’Olocausto, vuole far riflettere sulle atrocità che sono state e che potrebbero ancora ritornare. Attorno a questa data si sviluppa quindi un ricco calendario di iniziative, in programma dal 21 gennaio al 3 febbraio.
 
Tra gli eventi più significativi, la cerimonia istituzionale alla presenza delle autorità amministrative e delle associazioni combattentistiche domani, 27 gennaio alle ore 11 al Giardino della Memoria di Stradone Farnese. Di seguito, gli altri appuntamenti in programma in città: al Municipale “Storia di Roberto” e, nel pomeriggio, la presentazione del libro “Abenaim” in Fondazione. 

In occasione della prossima Giornata della memoria il 27 gennaio 2015, alle ore 10,30 e in replica alle ore 15, presso il Teatro Municipale di Piacenza andrà in scena Il viaggio di Roberto, un treno verso Auschwitz, la drammatica storia di una delle oltre quarantamila vittime italiane della Shoah, Roberto Bachi, un bambino che visse a Ravenna dove frequentò la quarta elementare, uno degli ultimi momenti felici prima delle atrocità inaudite a cui lo sottopose la follia nazista. Nuova produzione del Teatro Alighieri di Ravenna coprodotta con il Teatro Luciano Pavarotti di Modena e la Fondazione I Teatri di Piacenza, lo spettacolo, che rientra nell’ambito delle iniziative promosse dalla Fondazione Teatri che vanno sotto al nome di “Educazione alla musica”, nasce dalla convinzione che che tra le missioni del teatro c’è quella di fare memoria, rievocare, ripercorrere il passato per vivere l’oggi con più coscienza e verità. Nato a Torino nel 1929, Roberto Bachi giunge a Ravenna in seguito al trasferimento del padre Alberto, a cui era stato affidato il comando della divisione di fanteria Rubicone di stanza a Ravenna.

Dopo l’arresto avvenuto a Torrechiara (Parma) il 17 ottobre 1943, il 6 dicembre dello stesso anno, Roberto parte dal Binario 21 della stazione di Milano, stipato all’interno del vagone di un treno diretto ad Auschwitz. Le ricerche condotte dalla madre consentono di venire a conoscenza del suo numero di matricola, 167973, e del fatto che Roberto è morto probabilmente di tubercolosi. Il viaggio di Roberto racconta quindi una storia che ci riguarda da vicino. Ricostruita nel 2002, grazie ad alcuni ex compagni di classe di Roberto Bachi che nell’anno scolastico 1937- 1938 frequentavano con lui la Scuola Mordani, la vicenda è ora trasformata in una azione scenica musicale commissionata a Guido Barbieri – che ha curato il libretto – e al compositore Paolo Marzocchi che lo ha messo in musica, mentre la regia è stata affidata ad Alessio Pizzech.

La Scuola Mordani è anch’essa strettamente coinvolta nell’iniziativa, per la dedizione del compianto Giorgio Gaudenzi, direttore didattico dell’Istituto che curò in prima persona la ricostruzione della breve vita di Roberto, e in virtù della diretta partecipazione alla messa in scena degli alunni ed ex alunni che compongono il Coro di voci bianche “Libere Note” diretto da Elisabetta Agostini e Catia Gori. Lo stesso compositore, Paolo Marzocchi, sarà direttore musicale dell’esecuzione che prevede la partecipazione del Quartetto Fauves, cui si aggiunge il contrabbassista Marco Forti, di Tetraktis Percussioni, del Quartetto Vocale Myricae e del Sassofonista David Brutti. In scena, oltre alla partecipazione di tre ex compagni di scuola di Bachi, Danilo Naglia, Silvano Rosetti e Sergio Squarzina, si alternano Marco Pierfederici e Giulio Gambi nel ruolo del protagonista quindicenne, il narratore (Vittorio) sarà Franco Costantini, Cinzia Damassa vestirà i panni di Ines (la madre di Roberto), mentre le parti cantate sono affidate al mezzosoprano Alessandra Visentin e al baritono Dario Giorgelé. Alle voci narranti, ai cantanti e alla figura muta di Roberto si uniscono gli attori del Piccolo Teatro Città di Ravenna. Scene e costumi sono a cura di Davide Amadei mentre le luci sono di Nevio Cavina.

L’autore del testo, Guido Barbieri, ha scelto di incentrare la vicenda sul “buco, nero e profondo, oltre a quello che circonda la sua morte: il viaggio. Quei sei giorni, tra il 6 e il 12 dicembre, che lo hanno fatto arrampicare su per l’Europa, tra due pareti di legno senza finestre. La memoria di quel viaggio non ha lasciato alcun oggetto dietro di se”. Guido Barbieri ha quindi immaginato un dialogo tra un personaggio immaginario, un compagno di viaggio di Roberto, Vittorio, e una persona realmente esistita, la madre Ines. Roberto, il protagonista della storia, invece è muto ed è interpretato da un ragazzo che ha solo funzioni di mimo. Ai racconti di Vittorio, immaginati, e di Ines, basati invece su memorie e documenti che ci sono pervenuti, si intercalano gli interventi cantati delle apparizioni di personaggi dei libri letti da Roberto, del padre Armando e dalla maestra Maria Rosa Gambi. Dunque parola e musica si intrecciano fortemente in questo lavoro che si colloca, secondo il compositore Paolo Marzocchi, “più o meno a metà tra l’opera intesa in senso tradizionale e il melologo. […] Nel melologo il canto è assente, ma la parola detta intrattiene con la musica un dialogo strettissimo e costante”. Se “il livello dei vivi (Ines e Vittorio) è dominato dalla parola recitata” continua il compositore, “il piano della visione è affidato alla parola cantata”. La musica è costruita di “memorie musicali”, in parte richieste dalla drammaturgia e in parte scelte dallo stesso Paolo Marzocchi, integrate a materiale costruito con “una sequenza di sei note, ricavata traslando in suoni il numero di matricola di Roberto, 167973”. Un lavoro dunque incentrato sulle relazioni, verosimili e immaginarie, che è stato possibile costruire attorno a Roberto. Afferma il regista, Alessio Pizzech: “quel viaggio diventa un racconto di legami che costituiscono il centro della nostra vita: la famiglia, gli amici più cari, le persone che abbiamo incontrato sono in noi insieme alle voci, agli sguardi di chi non c’è più e verso cui abbiamo il dovere morale di vivere con pienezza la nostra vita”. “Il viaggio di Roberto – aggiunge Pizzech – ci offre un’opportunità per consolidare il nostro senso di comunità: in tempi tanto bui, di dolore e assenza di futuro, eccoci a consegnare a voi, spettatori giovani e meno giovani, la memoria di un ragazzo che ha attraversato morte ed umiliazione e che oggi torna a dirci che siamo una comunità. Comunità di uomini, di generazioni, di storie piccole che insieme fanno la ‘grande’ storia”.

Martedì 27 Gennaio 2015 – ore 17:30 – Auditorium della Fondazione

 
Abenaim – Una famiglia ebrea e le leggi razziali
 
Presentazione del volume
 
Abenaim – Una famiglia ebrea e le leggi razzialiInterverranno, con l’autore Umberto Abenaim: 
Rav. David Elia Sciunnach, rabbino capo di Parma 
Carla Antonini, direttrice Isrec Piacenza 
Letture di Romano Gromi 
Introduce il presidente della Fondazione Massimo Toscani 
Interventi musicali del Gruppo Muzicobando 
 
Questo libro, un piccolo “lessico famigliare”, scritto da Umberto Abenaim, ci riporta con il suo racconto nel cuore dell’Italia ebraica. Quell’Italia ripudiata nel periodo 1938-1945 da un governo che condannò gli ebrei all’umiliazione di vedersi dipinti sui giornali come malfattori, alla mortificazione di essere radiati dall’esercito, alla disperazione di non poter continuare il proprio lavoro. 
(Dalla prefazione di Liliana Picciotto, storica del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) 
 
La narrazione del figlio-autore non esce dalla penna di un letterato. Nutritasi nello scavo nei ricordi, nelle conversazioni e negli archivi di famiglia, sembra piuttosto sorgere dal bisogno di confrontarsi con il racconto paterno della persecuzione subita – racconto tanto tardivo negli anni, quanto per ciò stesso più carico di significati. Soprattutto, sebbene in modo implicito, si misura con il problema dell’identità ebraica da una prospettiva non solo culturale e religiosa, ma biografica, famigliare, esistenziale. 
(Dall’introduzione di Carla Antonini, direttrice dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Piacenza)

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