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Sgarbi “Pallastrelli, artista dimenticato amante del bello” foto

Vittorio Sgarbi, curatore a Piacenza della mostra Uberto Pallastrelli (1904-1991) l’ultimo ritrattista, visiterà l'esposizione allestita nelle sale di Palazzo Galli (in Via Mazzini, 14) nella giornata dell'Epifania, il suo arrivo è previsto intorno alle 11 e 30

Vittorio Sgarbi, curatore a Piacenza della mostra Uberto Pallastrelli (1904-1991) l’ultimo ritrattista, in visita all’esposizione allestita nelle sale di Palazzo Galli (in Via Mazzini, 14)

Sgarbi, non potè intervenire all’inaugurazione della mostra, il 20 dicembre scorso, a causa del malore che lo colpì mentre si trovava in viaggio e per il quale è rimasto ricoverato per qualche giorno all’ospedale di Modena.

L’incontro con Sgarbi – Vittorio Sgarbi racconta Uberto Pallastrelli, artista che definisce “dimenticato”, rimasto incastrato tra le provocazioni artistiche contemporanee di Marcel Duchamp e Piero Manzoni, e dai limiti stessi della propria firma stilistica, quella del ritratto, genere ormai superato a favore della sempre più emergente fotografia.

Con il consueto stile provocatorio, Sgarbi insiste proprio sulla contrapposizione tra l’arte concettuale di Duchamp e Manzoni e quella figurativa, più classica, di Pallastrelli.

“In ogni libro d’arte trovate 50 pagine dedicate all’orinatoio di Duchamp e alla “Merda d’artista” di Manzoni, e neanche una riga su Pallastrelli. Nel 1991 il suo nome è completamente dimenticato. Il destino non gli dà quello che si merita, nonostante abbia estro, una sua forma, un suo stile. Altri avrebbero cambiato stile, lui non lo fa”.

“Oggi invece siete qui, a vedere una mostra in cui espone un pittore, e non un pezzo di m…Sarà merito del cospiratore e guastatore Sgarbi, e voi, popolo di perversi piacentini, siete qui ad ammirare l’opera di un pittore impresentabile perché non lo conosce nessuno, viene considerato inesistente. Nel Novecento, secolo travagliato secondo l’arte che produce, un orinatorio e m…in scatola purché d’artista, sembra non esserci spazio per l’arte più gradevole, figurativa; è disarmante che ci sia qualcuno che ritrae una bella donna, un bel vestito, un artista che una volta sarebbe stato parte di una uélite e adesso è invece un emarginato. Pallastrelli – continua Sgarbi – vive in un’epoca di crisi e ha come riferimento 2 artisti: Giovanni Boldini e Antonio Mancini”.

“Pallastrelli si muove in un mondo che sta per finire, e cerca di fermarlo nel tempo attraverso le sue opere per farlo diventare immortale, ritratto di Dorian Gray. Ma ora i suoi quadri ci appaiono vecchi, forse perché servono a far ricordare le persone che vi vengono ritratte ed è forse quello il limite dell’artista. L’esistenza di questi personaggi supera il ricordo, non è un caso che non vi siano monumenti a De Gasperi e Moro, ad esempio”.

“Si è consumato un genere, ma ve lo immaginate un monumento a Roberto Reggi o a Berlusconi? Si arriva a un momento in cui un genere ha consumato la sua funzione, ed è un po’ questo il limite di Pallastrelli. La nostra mente si è allontanata dalla necessità di rappresentare una persona sottraendola al tempo. Pur restando l’assoluta qualità di questi quadri, resta il fatto che questi ritratti non dicono di più della fotografia, che ha capacità di penetrazione più di qualunque altro strumento. La pittura non parte dalla realtà ma cade in conflitto con la fotografia. Il rapporto di Pallastrelli, anche per la velocità di esecuzione, è fotografico, e il tempo suo, e se un Boldini poteva anche fregarsene, perché restava il legame Belle Epoque, qui è Pallastrelli ad uscire perdente ed è per quello che il suo nome si è perso. Ciò che di lui è comunque interessante è la volontà di non voler mutare o cambiare stile: cristallizza la sua arte fino a metà degli anni 80”.

La mostra definisce l’artista già nel titolo l’ultimo ritrattista perchè Pallastrelli fu il ritrattista delle maggiori personalità e della migliore aristocrazia inglese e italiana del Novecento.

Davanti alle sue tele, lavorate quasi sempre a spatola, posarono nel corso degli anni la regina Elisabetta II, la principessa di Piemonte Maria Josè, il re della Libia Idris I, gli Agnelli, la Begum, l’Aga Khan, Anita Ekberg e l’armatore Onassis, che lo ospitò sul suo panfilo per farsi ritrarre e per fargli eseguire i ritratti dei suoi figli. Formatosi all’Istituto d’Arte Gazzola di Piacenza – sotto la guida di Ghittoni e di Nazzareno Sidoli – e all’Accademia di Brera di Milano, Pallastrelli perfezionò la propria tecnica a Parigi prima di trasferirsi – alla metà degli anni Trenta del secolo scorso – a Venezia, dove si impose in breve tempo grazie alle sue straordinarie doti di ritrattista, apprezzate anche alle Biennali del 1938 e del 1942.

Dopo Venezia, Pallastrelli soggiornò ed operò a lungo in Inghilterra, in Sud America, negli Stati Uniti e in Francia, raccogliendo ovunque unanimi consensi, sia di critica che di pubblico. Quando rientrò in Italia, visse a Santa Margherita Ligure, alternando il lavoro artistico tra la Riviera di Levante e il suo studio romano a Fontana di Trevi, che negli anni Sessanta divenne meta di illustri personaggi del mondo dell’industria, della politica, dell’aristocrazia e dello spettacolo, tutti desiderosi di farsi immortalare su tela dal grande ritrattista piacentino.

In mostra a Palazzo Galli – oltre all’esposizione di numerosi ritratti e di opere di altro tema – è stato anche ricostruito lo studio che l’artista piacentino ebbe nella città eterna. Uberto Pallastrelli morì nel 1991 a Santa Margherita Ligure. Grazie alla Banca di Piacenza, il genio artistico di questo grande ritrattista – conosciuto ed apprezzato in diverse parti del mondo – verrà celebrato per la prima volta anche nella sua terra natale.

Vittorio Sgarbi racconta Uberto Pallastrelli, artista che definisce “dimenticato”, rimasto incastrato tra le provocazioni artistiche contemporanee di Marcel Duchamp e Piero Manzoni, e dai limiti stessi della propria firma stilistica, quella del ritratto, genere ormai superato a favore della sempre più emergente fotografia.

Con il consueto stile provocatorio, Sgarbi insiste proprio sulla contrapposizione tra l’arte concettuale di Duchamp e Manzoni e quella figurativa, più classica, di Pallastrelli.

“In ogni libro d’arte trovate 50 pagine dedicate all’orinatoio di Duchamp e alla “Merda d’artista” di Manzoni, e neanche una riga su Pallastrelli. Nel 1991 il suo nome è completamente dimenticato. Il destino non gli dà quello che si merita, nonostante abbia estro, una sua forma, un suo stile. Altri avrebbero cambiato stile, lui non lo fa”.

“Oggi invece siete qui, a vedere una mostra in cui espone un pittore, e non un pezzo di m…Sarà merito del cospiratore e guastatore Sgarbi, e voi, popolo di perversi piacentini, siete qui ad ammirare l’opera di un pittore impresentabile perché non lo conosce nessuno, viene considerato inesistente. Nel Novecento, secolo travagliato secondo l’arte che produce, un orinatorio e m…in scatola purché d’artista, sembra non esserci spazio per l’arte più gradevole, figurativa; è disarmante che ci sia qualcuno che ritrae una bella donna, un bel vestito, un artista che una volta sarebbe stato parte di una uélite e adesso è invece un emarginato. Pallastrelli – continua Sgarbi – vive in un’epoca di crisi e ha come riferimento 2 artisti: Giovanni Boldini e Antonio Mancini”.

“Pallastrelli si muove in un mondo che sta per finire, e cerca di fermarlo nel tempo attraverso le sue opere per farlo diventare immortale, ritratto di Dorian Gray. Ma ora i suoi quadri ci appaiono vecchi, forse perché servono a far ricordare le persone che vi vengono ritratte ed è forse quello il limite dell’artista. L’esistenza di questi personaggi supera il ricordo, non è un caso che non vi siano monumenti a De Gasperi e Moro, ad esempio”.

“Si è consumato un genere, ma ve lo immaginate un monumento a Roberto Reggi o a Berlusconi? Si arriva a un momento in cui un genere ha consumato la sua funzione, ed è un po’ questo il limite di Pallastrelli. La nostra mente si è allontanata dalla necessità di rappresentare una persona sottraendola al tempo. Pur restando l’assoluta qualità di questi quadri, resta il fatto che questi ritratti non dicono di più della fotografia, che ha capacità di penetrazione più di qualunque altro strumento. La pittura non parte dalla realtà ma cade in conflitto con la fotografia. Il rapporto di Pallastrelli, anche per la velocità di esecuzione, è fotografico, e il tempo suo, e se un Boldini poteva anche fregarsene, perché restava il legame Belle Epoque, qui è Pallastrelli ad uscire perdente ed è per quello che il suo nome si è perso. Ciò che di lui è comunque interessante è la volontà di non voler mutare o cambiare stile: cristallizza la sua arte fino a metà degli anni 80”.

Uberto Pallastrelli (1904-1991), l’ultimo ritrattista Mostra promossa e organizzata dalla Banca di Piacenza Mostra a cura di Vittorio Sgarbi e di Laura Soprani, Carlo Ponzini, Robert Gionelli Piacenza – Palazzo Galli (via Mazzini, 14), dal 20 dicembre 2015 al 17 gennaio 2016 (giorni di chiusura: 24 e 25 dicembre e 1 gennaio) Dal martedì al venerdì dalle 16 alle 19.

Sabato e festivi dalle 10 alle 12.30 e dalle 16 alle 19 Ingresso libero alla Mostra per i soci e i clienti della Banca. Per i non clienti, ingresso con biglietto nominativo richiedibile a qualsiasi sportello dell’Istituto. Visite guidate per scuole e associazioni (prenotazioni: tel. 0523.542137 – relaz.esterne@bancadipiacenza.it)

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