Shoah: la storia di Carlo Abenaim, salvato da una famiglia piacentina foto

È una vicenda tragicamente simile a tante altre quella della famiglia di Carlo Abenaim. Una storia che il figlio di Carlo, Umberto, ha voluto raccontare a Piacenza in occasione della Giornata della Memoria, partendo dal libro che lui stesso ha scritto

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È una vicenda tragicamente simile a tante altre quella della famiglia di Carlo Abenaim. Una storia che il figlio di Carlo, Umberto, ha voluto raccontare a Piacenza in occasione della Giornata della Memoria, partendo dal libro che lui stesso ha scritto.

“Giorno della Memoria”, la cerimonia per ricordare le vittime della Shoah FOTO

Una storia, come ha spiegato l’autore intervenuto all’Auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, “descritta per fare in modo che mio padre riacquistasse quel ruolo di protagonista che altre ricostruzioni avevano messo in ombra”. Umberto, che ha dialogato con il rabbino capo di Parma David Elia Sciunnach, il sindaco di Piacenza Paolo Dosi, il presidente della Fondazione di Piacenza e Vigevano Massimo Toscani e la direttrice dell’Istituto Storico della Resistenza Carla Antonini, è partito nel suo racconto ripercorrendo l’infanzia del padre (un uomo eccezionale, lo ha definito, ma molto schivo e riservato), una vita semplice scandita dal grande amore per o genitori e vissuta con serenità: “La mia famiglia era perfettamente integrata nella Pisa di inizio ’900 pur mantenendo le proprie tradizioni – ha spiegato”. Dopo gli studi classici, Carlo Abenaim si laurea in ingegneria a soli 23 anni prima di intraprendere la carriera militare e partecipare alla guerra in Africa venendo decorato con la Croce al Merito.

 
Tutto cambia nel 1938 con la promulgazione delle leggi razziali da parte del governo fascista: “Il comandante dell’Arsenale di Napoli dove mio padre era in servizio – ha ricordato Abenaim – gli consegnò il congedo e l’espulsione dall’esercito a causa della sua origine ebraica”. Cinque anni dopo le deportazioni nei campi di concentramento, dove perderanno la vita sorella di Carlo, Wanda, il cognato, il rabbino della comunità ebraica di Genova Riccardo Pacifici (nonno dell’omonimo presidente della Comunità Ebraica di Roma) e il fratello Ettore, che morì a Buchenwald pochi giorni prima della liberazione.
 
Storie di deportazione, ma anche storie di salvezza costruite da tanti giusti: dall’arcivescovo di Genova Pietro Boetto e dal suo segretario don Francesco Repetto, che cercarono di salvare l’intera comunità ebraica di Genova e il rabbino Pacifici, al vescovo di Firenze Elia della Costa, che aiutò lo stesso Carlo Abenaim a nascondere i nipoti e la sorella Wanda.
 
Fra i giusti di questo racconto anche la famiglia piacentina Bosi di Riva di Pontedellolio, che nascose fino alla fine della guerra Carlo Abenaim, destinato a Piacenza come operaio alla costruzione del ponte di chiatte in sostituzione di quello sul Po bombardato. Ad aiutarlo anche un’altra piacentina, Wanda Boselli, che anni dopo diventerà sua moglie. “Mio padre si è salvato grazie a questa famiglia, per questo mi sto impegnando per farla riconoscere come “Giusti delle Nazioni””. Carlo Abenaim rimase legato alla nostra città, diventando direttore dell’Arsenale Militare di Piacenza.
 
“Ogni ebreo elabora la Shoah in maniera diversa – ha spiegato il rabbino capo di Parma David Elia Sciunnach – alcuni si sono allontanati dalla fede, altri hanno invece rafforzato il proprio credo. L’ebraismo vuole ricordare che la memoria deve servire perché quanto accaduto non si ripeta più. Non scegliamo noi dove nascere, in quale epoca e con quale religione, scegliamo solamente se fare il bene o il male. Ciascuno di noi ha il suo scopo su questa terra, e può creare un mondo che nasce da lui: per questo chi distrugge un uomo distrugge un mondo. La giornata della memoria deve recare con sè un insegnamento da portare nella vita di tutti i giorni”.
 
“Questa storia deve essere ricordata con grande attenzione – ha sottolineato il sindaco Paolo Dosi – in un momento in cui facciamo fatica ad accettare le tante diversità all’interno della nostra società: l’atteggiamento di chiudersi in se stessi – ha aggiunto il primo cittadino – può essere quello forse più naturale ma è anche il più pericoloso”. “Nella vita bisogna fare delle scelte – ha detto rivolgendosi ai tanti ragazzi presenti il presidente della Fondazione di Piacenza e Vigevano Massimo Toscani – e faticare per arrivare a ciò che si spera”.

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