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Il lavoro da ripensare (“l’art.18 non è il problema”) INTERVISTA a Zilocchi (Cgil)

In questo che diventerà una sorta di appuntamento fisso di PiacenzaSera.it proporremo una serie di interviste con gli opinion maker piacentini per fare il punto sulla situazione

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Nuova puntata della rubrica di PiacenzaSera.it “Pillole di Economia” curata da Mauro Peveri. Motociclista e cultore della musica rock degli anni ’70, Mauro Peveri è soprattutto un commercialista esperto di svariate materie economiche e finanziarie: si occupa, tra le altre cose, di consulenza per le imprese, gestione della corporate governance, e di organizzazione aziendale.

In questo che diventerà una sorta di appuntamento fisso di PiacenzaSera.it proporremo una serie di interviste con gli opinion maker piacentini per fare il punto sulla situazione dell’economia locale. Che cosa ci dobbiamo aspettare dal prossimo futuro per Piacenza e per l’Italia? Questi incontri avranno tutti lo stesso format.

Una conversazione tra Mauro Peveri autore della rubrica “Pillole di economia”, e l’ospite del giorno, con il direttore di PiacenzaSera.it Mauro Ferri nel ruolo di moderatore.

Dopo il presidente della Camera di Commercio Giuseppe Parenti, abbiamo interpellato la cosidetta “altra campana”, Gianluca Zilocchi, segretario provinciale della Cgil di Piacenza, che offre una serie di riflessioni sulla situazione economica nazionale, senza risparmiare critiche dure al Governo Renzi in relazione al Jobs act e al conflitto sull’articolo 18.

Ma il sindacato non vuole limitarsi a contestare, esprime proposte per lo sviluppo, anche quello di Piacenza. Di seguito la PRIMA PARTE dell’intervista (la seconda parte nei prossimi giorni).

Non possiamo non partire dalla crisi strutturale dalla quale non riusciamo ad uscire, Piacenza ha perso posizioni anche rispetto ad altri territori dell’Emilia-Romagna. Quale ricetta ha la Cgil per superare questa fase?

Piacenza deve ripensarsi diversa da quella che è stata fino ad oggi, per guardare a una prospettiva di sviluppo. Per anni siamo stati uno dei principali poli meccatronici del nostro paese, da noi il peso del manifatturiero è stato molto importante, ma credo che Piacenza sia di fronte all’esigenza di reinventarsi nei prossimi 20-30 anni. E in questo senso la Cgil qualche idea ce l’ha. Per fare questo serve la capacità costante nel tempo di fare squadra… Non mi viene un termine migliore anche se questo è certamente abusato e lo trovo talvolta insopportabile, ma abbiamo questa necessità. Significa far lavorare attorno a un progetto le migliori energie e intelligenze. Ma c’è un tema a monte di tutto questo che ci condiziona, la situazione nazionale ed europea.

Ma le istituzioni e le parti sociali di Piacenza fanno veramente squadra?

Secondo me no. Non siamo stati in grado di farlo in maniera continuativa nel tempo. Il tema non è chi non partecipa alla squadra, è innegabile che ci siano a volte interessi contrastanti, ma il vero tema è che in questi anni è mancata una regia, attenta e costante nel tempo. Anche i soggetti istituzionali, se guardiamo a quanto sta succedendo con la Provincia, sono venuti a mancare nel tempo. Ho vissuto in prima persona una fase in cui un lavoro comune sul territorio realizzato da Provincia, parti sociali, anche dal Comune, da diverse organizzazioni di categoria, e dalla Direzione del Lavoro ha governato un tema importante come quello della logistica. E’ un esempio virtuoso, ma quella che è venuta a mancare è la continuità.

La logistica ha però creato soprattutto facchini occupando grandi porzioni di territorio…

E abbiamo attratto un po’ di capitali e qualche grande investimento immobiliare. La logistica ha prodotto una grande cementificazione e tuttavia dal punto di vista della qualità del lavoro non ha portato nulla. Vent’anni fa ci si diede un progetto di sviluppo, ma la traduzione in concreto di questo progetto è stata soprattutto cementificazione, investimenti immobiliari e una scarsa capacità di integrazione nel sistema della città. Con la creazione di un ghetto. Basta guardare il polo con le immagini dall’alto sul web, si vede Piacenza e a fianco una città parallela fatta di capannoni dove si crea un disagio sociale, con qualità di lavoro spesso pessima.

In questi anni si è cercato di migliorare la situazione, ma per troppo tempo abbiamo avuto file di persone al sindacato che ci raccontavano di casi di irregolarità, a partire dai primi insediamenti di 15 anni fa. E anche recentemente si sono scoperte situazioni con centinaia di persone con la busta paga a zero e le aziende che pagavano in contanti… Si è creato un quadro sociale non governato, una città parallela dove gravitano migliaia di persone, lavoratori soprattutto extracomunitari abbandonati a se stessi, che poi si sono riversati sulla città. Dove non è stata pensata per tempo una politica abitativa adeguata e di servizi sociali. Si sono così creati i disagi che abbiamo conosciuto.

Per cambiare questo modello di sviluppo cosa bisognerebbe fare?

Ci sono due livelli sui quali agire. Il primo è quello di alzare la qualità del lavoro che già c’è all’interno del polo logistico, ad esempio è stato creato un corso di studi apposito ma non basta. Bisogna puntare anche sull’estensione di buone prassi già attuate in Emilia Romagna, come la legge sugli appalti che introduce regole chiare, come le white list delle aziende in regola con le applicazioni contrattuali e dei versamenti contributivi. Dobbiamo cercare di attrarre solo nuova logistica di eccellenza. L’altro tema riguarda gli investimenti per le infrastrutture, io penso che le ricette keynesiane siano ancora valide e quindi che un ruolo del pubblico in una situazione di crisi quale quella che stiamo vivendo sia centrale.

Ma i soldi dove li prendiamo?

I soldi ci sono. Questo paese accumula centinaia di miliardi di euro di evasione fiscale ogni anno sui quali non si fa nulla. Si possono tassare patrimoni veri invece di tassare le rendite delle pensioni integrative dei lavoratori, come è stato fatto di recente. Si legalizza l’evasione fiscale sotto una certa soglia, siamo all’assurdo. Non si va ad agire dove i patrimoni ci sono. Siamo in un continente, l’Europa, che oggi è un’aggregazione di soggetti che fanno fatica a stare insieme e producono una politica economica che impedisce ogni prospettiva di rilancio dell’economia. E’ la politica dell’austerity che abbiamo subito negli ultimi anni.

Allora la soluzione è l’uscita dall’euro?

Assolutamente no, ma se non si fa qualcosa, l’euro rischia di morire. Se il progetto politico-economico è quello di soffocare i paesi dentro vincoli che sono stati pensati 20 anni fa e che oggi non funzionano più. Oggi siamo di fronte al fallimento di quelle politiche di austerità. Più che a guardare singoli modelli come Grecia, Spagna o quant’altro, guardo a cosa succede dall’altra parte dell’oceano dove abbiamo il paese capitalista per eccellenza che è uscito dalla crisi stampando moneta, ripensando a un ruolo del pubblico. Negli Stati Uniti Marchionne ha salvato la Chrysler con i soldi di Obama.

Che cosa c’entra con la politica capitalista questo intervento? Niente. Eppure lì ci sono state azioni, affiancate da politiche sociali come la riforma sanitaria e la tassazione delle rendite e dei patrimoni che dimostrano che si può produrre una grandissima discontinuità con le logiche che hanno prodotto la crisi. Qual è la contraddizione? Che la crisi è scoppiata negli Stati Uniti e gli Stati Uniti stessi hanno prodotto una politica di controtendenza rispetto alle cause che l’hanno generata.

L’Unione Europea al contrario è stata investita dalla crisi nata in America, ma decide di replicare negli anni quel modello, illudendosi di uscirne. Così è il cane che si morde la coda, e non ne usciamo da lì. Il governo italiano è stato d’accordo solo a parole con la discontinuità di queste politiche. Renzi è andato dalla Merkel, la Merkel gli ha detto ’stai buono’ e dopodichè abbiamo eseguito il nostro compitino a casa, con l’introduzione del Jobs Act…

Come Cgil è comprensibile che dobbiate difendere i diritti dei vostri iscritti, ma nel nostro paese vi sono milioni di disoccupati che non hanno nessuna tutela. Alla Cgil non importa di queste persone? Anche sul tema dell’articolo 18, penso che non sia così centrale, tranne per coloro sono toccati dalla questione. Ma il lavoro lo creano le imprese e non è un diritto acquisito…

Le imprese creano lavoro perchè ci vuole l’imprenditore che ha le idee, le risorse, che rischia. Ma il lavoro lo creano anche le persone che lo fanno. Dietro la parola lavoro c’è un universo. C’è un sistema politico che ritiene che il lavoro sia centrale, nella nostra Costituzione abbiamo scritto determinate cose. Il lavoro poi non è solo l’impresa, ci sta anche il libero professionista. Mi convince l’idea che il lavoro sia uno scambio, io appartengo a quella scuola. Questo paese è stato grande nelle fasi storiche quando si è instaurato un equilibrio tra i lavoratori e gli imprenditori, che aveva al centro lo Stato Sociale come elemento di tutela ed equità. E grazie a politiche che hanno messo al centro la possibilità di creare lavoro. Oggi questo non c’è più.

La Cgil è stata trascinata nello scontro sull’articolo 18 perchè il governo ha affermato il principio che togliendo alcune garanzie e alcuni diritti fondamentali riconosciuti nello statuto dei lavoratori si possa creare maggiore occupazione. Stiamo discutendo di un paradosso, creare lavoro partendo da come licenziare. Se affrontiamo il tema della creazione di nuovo lavoro e ci occupiamo esclusivamente dell’anello finale della catena, ovvero di come licenzio, è un’operazione che non porta da nessuna parte.

E sono le stesse imprese a sostenerlo. Ricordo un’intervista di Bernardo Caprotti, patron di Esselunga, che è il “padrone” per eccellenza, sostiene che l’articolo 18 è un falso problema, lui dice ’fate infrastrutture e gli investimenti’. Che cosa c’entra con la crescita e la necessità di creare nuovo lavoro, la scelta di cancellare le norme sul videocontrollo dei lavoratori, sul demansionamento? Niente. E’ un’operazione ideologica, di chi pensa che nel 2015 i problemi dell’economia italiana si risolvano colpendo il lavoro e le tutele.

L’impianto va rovesciato. Il Governo Renzi ha obbedito ai diktat dell’Unione Europea perchè il disegno sociale e politico di chi governa le istituzioni europee è l’attacco allo stato sociale, al lavoro pubblico. C’è bisogno di fare altro. Come si crea il lavoro? La precarietà in questo paese non l’ha creata il sindacato, a chi ci chiede dove eravamo quando sono state introdotte norme come la legge 30, rispondiamo che eravamo nelle piazze a fare scioperi generali contro chi proponeva quei provvedimenti. Qualcuno che ha governato con i voti degli italiani ha fatto norme che hanno tolto strumenti a noi del sindacato per rappresentare quelle tipologie di lavoratori.

Oggi la disoccupazione giovanile ha raggiunto percentuali altissime, oggi a un giovane non interessano le tutele, interessano le opportunità, che mancano drammaticamente…

Da questa situazione si può uscire cercando di dare risposte a due mondi distinti, chi il lavoro lo perde e chi il lavoro lo sta cercando. Oggi il problema di chi va cercando un’occupazione, è che non la trova. Il lavoro non c’è e va creato. Tenere insieme chi perde il lavoro oggi e chi lo va cercando significa fare un’operazione che nel nostro paese non si è più fatta da una vita. Significa dotarsi di un piano industriale e di un piano per il lavoro, dove si possa ragionare di includere chi oggi è tagliato fuori.

Una delle parole chiave del Governo era superare il dualismo del mercato del lavoro, superando la distinzione tra tutelati e non tutelati. Grandi slogan ma alla fine ci si è ridotti ad aver sottratto alcuni diritti ad una fascia di persone con il contratto a tutele crescenti, anche se sarebbe più giusto chiamarlo a monetizzazione crescente visto che le tutele sono stati tolte e rimangono solo dei risarcimenti, creando un nuovo dualismo tra vecchi e nuovi assunti, persone che lavorano fianco a fianco ma con diritti e tutele diversi e che non potranno mai avrei la stessa condizione.

In Italia abbiamo 47 contratti di assunzione diversi, il contratto a tutele crescenti per alcuni aspetti poteva essere una svolta importante. Noi siamo a favore di un cambiamento delle regole del gioco perchè il mercato del lavoro italiano è vetusto, la Cgil non pensa di lasciare le cose come stanno, ma vanno fatte cose che servono. Con 47 contratti diversi, l’uno in concorrenza con l’altro, puoi introdurne anche uno nuovo, ma l’imprenditore, in un momento come questo, andrà sempre alla ricerca della situazione più conveniente. Noi eravamo d’accordo per lasciare 4 o 5 tipologie contrattuali, se c’è un contratto di inserimento che si chiama apprendistato, si deve usare solo questo, le altre forme non servono e svuotano quelle più utili.

Se si liberalizza completamente l’utilizzo del contratto a termine, quello a tutele crescenti non funziona più. Invece il contratto a tempo determinato va utilizzato sulla base delle ragioni per cui era nato, per i picchi di produzione in certi settori, per la sostituzione di alcune persone, in agricoltura. Non si possono avere una miriade di forme di lavoro autonomo, per non parlare delle tipologie peggiori come il lavoro a chiamata e i voucher, strumenti che tolgono dignità al lavoro facendolo diventare solo una merce. E che non vengono minimamente insaccati con i provvedimenti del Governo. La precarietà rimane, più di prima. E’ il supermercato del lavoro. E l’Italia sotto questo punto di vista si trova in una situazione unica nel mondo. In un’impresa tedesca non funziona così, nel manifatturiero in Germania il 70 per cento dei lavoratori sono a tempo indeterminato.

Ma non hanno l’articolo 18 in Germania…

Non c’entra l’articolo 18, in Germania il lavoro si crea. Perchè c’è un progetto industriale. Quello che manca in Italia è un piano per il lavoro, per stabilire dove crearlo, come, con quali idee, con quali risorse. Invece qui leviamo l’articolo 18 e spacciamo questo come una riforma del mercato del lavoro, ma manca tutto il resto. Io vorrei sedermi a un tavolo e discutere di tutto…

Con i decreti attuativi del Jobs Act si peggiora la situazione con le norme sui licenziamenti collettivi. Perchè il vero tema era quello, l’articolo 18 era una bandierina, usata ideologicamente, perchè questo era il vero obiettivo delle imprese, e qui si è stabilita un’alleanza strategica con il governo che ha scelto una parte sola. E’ questo che rimproveriamo al Governo, quello di non aver messo intorno a un tavolo tutti i soggetti con una mediazione, ma di aver scelto una parte, il mondo dell’impresa. Perchè pensano che sia soltanto lì che si generi il lavoro, senza dare strumenti, risorse… Il discorso alle imprese è stato questo: vi leviamo l’articolo 18, adesso create lavoro.

Ma non conosco nessun imprenditore che licenzi le persone perchè vuole fare più utili, invece abbiamo visto anche a Piacenza situazioni di aziende che hanno scelto di andarsene per delocalizzare. Credo che in questo caso manchi un intervento incisivo del sindacato e anche delle autorità locali. Non bisognerebbe introdurre norme penalizzanti per impedire il trasferimento da un territorio per ragioni esclusivamente economiche?

Come possiamo non essere d’accordo? Posso citare un esempio eclatante, quello della Sandvik. Una multinazionale che aveva uno stabilimento a San Polo, con i livelli di produttività più alti di tutta Europa, che ha improvvisamente deciso di chiuderlo. Nemmeno è stata un’operazione di trasferimento dove il costo del lavoro è più basso, semplicemente ha ridotto il numero di stabilimenti e lo ha tagliato. E’ vero non ci sono gli strumenti per impedire questo. Ma è la dimostrazione della mancanza di politiche industriali.

E’ stato detto dal Governo: rendiamo universale il sistema di ammortizzatori sociali. Invece lo hanno ridotto, e toglieranno anche la mobilità e le casse in deroga tra un po’. Su questo tema la Cgil ha presentato un progetto tre anni fa che si autofinanzia. Nel nostro paese si verifica un’anomalia che va superata: ci sono imprese che pagano il contributo per la cassa integrazione e gli altri ammortizzatori, e non li utilizzano. Poi ci sono imprese che pagano poco o nulla e che utilizzano tutti gli strumenti. E poi ci siamo dovuti inventare soluzioni come la cassa integrazione in deroga che in questa regione ha salvato migliaia di imprese, ancor prima di posti di lavoro.

E’ la centralità dell’impresa che consideriamo sbagliata, ma poi sappiamo bene che l’impresa ci deve essere: si salvano dunque le imprese ma tenendo attaccati i lavoratori. E quindi in Emilia Romagna negli anni di crisi con qualche miliardo di ore di cassa in deroga si è fatto tanto. La nostra proposta è di una rimodulazione dei contributi a sostegno di queste forme di tutela per far pagare anche chi non paga ed estendere a tutti il principio di copertura della disoccupazione e degli altri ammortizzatori. Si può fare.

Ma non si fa, perchè tutto ruota intorno all’articolo 18. E pensare che solo due anni fa lo stesso Renzi aveva sostenuto che l’articolo 18 non c’entrava nulla. L’operazione è stata richiesta dalle istituzioni economiche e finanziarie del nostro continente perchè vogliono avere un’omogeneità di condizioni sociali. L’attacco è stato uguale dappertutto, in Spagna e in Grecia, sul modello di welfare, il lavoro pubblico, il mondo del lavoro. C’è un modello sociale europeo che va ribaltato completamente.

FINE PRIMA PARTE

 

Mauro Peveri
mauro.peveri@gmail.com

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