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Panda Bear, la recensione di PiacenzaSera.it

Animal Collective, questo strambo collettivo di musicisti e artisti un po’ animali, è una delle cose più belle successe alla scena alternativa americana (la cosiddetta "Weird Generation") a cavallo degli ultimi due decenni

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PANDA BEAR
Panda Bear meets the great reaper
2015

Animal Collective, questo strambo collettivo di musicisti e artisti un po’ animali, è una delle cose più belle successe alla scena alternativa americana (la cosiddetta “Weird Generation”) a cavallo degli ultimi due decenni. Alfieri di un folk freak e psichedelico, sognante e raffinato, spesso costruito su più livelli, su diversi layer spesso contrapposti e non di facile lettura.

Uno dei soci di maggioranza, Panda Bear – a.k.a. Noah Benjamin Lennox – è anche capace di notevoli opere soliste  (con questa sono cinque; prima di questa, quattro anni fa, “Tomboy’” e altri quattro anni prima il capolavoro “Person Pitch”), dove canta, co-produce e si occupa di synth, piano, chitarra, batteria e percussioni. Questa volta l’artista di Baltimora, ora in pianta stabile a Lisbona, si avvale della preziosa collaborazione di Peter ’Sonic Boom’ Kember, ex leader dei seminali Spacemen 3 (chi non li conoscesse è pregato di recuperare su wiki): well done!

Sonic Boom regala infatti ai ghirigori e agli svolazzi vocali del Panda una solida base ritmica, e il risultato è un’alchimia suggestiva. Le atmosfere oniriche che una volta restavano sospese nel vuoto vengono, come dire, ancorate a terra, e tuttavia le basi elettroniche, i sample, i loop, i rumori di fondo, un po’ di sporcizia anche gratuita (anche i latrati di un cane, per esempio) si rivelano tutt’altro che una zavorra per le melodie che ugualmente sono libere di spaziare tra cori celestiali e rimandi al passato più classico (l’arpeggio di “Tropic of Cancer”: ripreso da “Lo schiaccianoci” di Cajkovskij).

Insomma, il Panda mette i muscoli, e malgrado questa preparazione atletica pesante non perde in brillantezza e lo smalto dei giorni migliori, come in “Crosswords”, “Selfish gene” e “Come to your senses”. Anche i testi sono meno leggeri, più terreni, e cupi. Il tema di fondo è infatti la morte, infatti, seppure sdrammatizzata dalla metafora del titolo – un po’ criptica e autoreferenziale, come pure lo spudorato singolo (“Mr. Noah”) -, ovvero Panda Bear incontra la grande falciatrice, e da una copertina lisergica e in stile sixties. 

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