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Piacenza e i disastri del “consenso ad ogni costo” L’INTERVISTA a Parenti 

In questo che diventerà una sorta di appuntamento fisso di PiacenzaSera.it proporremo una serie di interviste con gli opinion maker piacentini per fare il punto sulla situazione

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Nuova puntata della rubrica di PiacenzaSera.it “Pillole di Economia” curata da Mauro Peveri. Motociclista e cultore della musica rock degli anni ’70, Mauro Peveri è soprattutto un commercialista esperto di svariate materie economiche e finanziarie: si occupa, tra le altre cose, di consulenza per le imprese, gestione della corporate governance, e di organizzazione aziendale.

In questo che diventerà una sorta di appuntamento fisso di PiacenzaSera.it proporremo una serie di interviste con gli opinion maker piacentini per fare il punto sulla situazione dell’economia locale. Che cosa ci dobbiamo aspettare dal prossimo futuro per Piacenza e per l’Italia? Questi incontri avranno tutti lo stesso format.

Una conversazione tra Mauro Peveri autore della rubrica “Pillole di economia”, e l’ospite del giorno, con il direttore di PiacenzaSera.it Mauro Ferri nel ruolo di moderatore.

Nella prima di queste interviste abbiamo incontrato l’ingegner Giuseppe Parenti, imprenditore di successo e Presidente della Camera di Commercio di Piacenza. Di seguito la prima parte (la seconda sarà pubblicata nei prossimi giorni).

La conversazione prende le mosse da un tema assai caro a Parenti: il nostro Paese e anche le comunità locali soffrono di un tarlo che impedisce lo sviluppo economico sociale ed economico, la ricerca spasmodica del consenso.

La ricerca del consenso da parte della classe dirigente – afferma il presidente della Camera di Commercio – ed in particolare della politica è una cosa tremenda, dire di sì è sempre molto facile, salvo poi non mantenere, perchè dopo ci si dimentica tutto.

Dire di no, invece, è una cosa antipatica. Parlare di diritti premia, mentre parlare di doveri, no. Invece noi in Italia avremmo bisogno di una quantità immensa di no, abbiamo bisogno di una fila di no che non finisce più e dovremmo parlare di doveri e non di diritti.

Se usciamo dall’Italia e giriamo per l’Europa, ci rendiamo conto che il nostro Paese è rimasto indietro in maniera pazzesca da tutti i punti di vista. Le colpe di questa situazione di tanti, anche nostre.
Faccio un esempio.

Pensi che in tutti i paesi d’Europa, se lei ha bisogno di un’autentica di firma si presenta con la sua carta d’identità a uno sportello postale o in qualsiasi ufficio pubblico o privato e afferma : questa è la mia carta d’identità io sono Mario Rossi. Costo dell’operazione un euro.

Qual è la situazione delle imprese nel nostro Paese? Come vede la nostra economia?

Gli imprenditori negli ultimi 20-30 anni sono stati stressati da una pressione fiscale e burocratica eccessiva. Lo Stato dal canto suo ha prodotto un numero spropositato di leggi, una ragnatela, che ha ingabbiato l’attività delle imprese impedendo loro di esercitare la loro attività in modo produttivo per tutti. Negli ultimi anni si è pensato che l’impresa fosse un optional, e che il Paese potesse svilupparsi economicamente e socialmente senza impresa, dividendo la ricchezza senza produrla.
Questa impostazione ha determinato l’attuale situazione: le imprese preferiscono andare via dall’Italia ma solo non perché il costo del lavoro è alto.

Ma l’Italia secondo l’Ocse ha un costo del lavoro nella media dei 27 Paesi costituenti la Ue…

Sempre più spesso le imprese lasciano l’Italia per andare in Svizzera oppure Austria, dove il costo del lavoro è molto più alto. Perché per l’imprenditore sono altre le cose fondamentali. Un imprenditore, se vuole aprire un’attività, fare un investimento, vuole avere dalle istituzioni tempi certi e risposte certe. Abbiamo visto cosa è successo recentemente al franco svizzero (la rivalutazione adottata dal Governo svizzero rispetto all’Euro ndr), il Governo ha ritenuto che il cambio dovesse essere adeguato quindi con rapidità e efficacia ha adottato quel provvedimento senza curarsi delle opinioni contrarie. Insomma quello che conta è la competitività, perché il lavoro non è qualcosa che spetta di diritto. Noi italiani abbiamo fatto sempre una grande confusione leggendo la Costituzione: ’L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro (art 1 della Costituzione ndr), ma noi abbiamo aggiunto il concetto del “diritto al lavoro”. Il lavoro è come una nuvola che passa sopra a un territorio, tutto il mondo lo vuole, ma chi è più competitivo lo prende. Chi se lo merita lo ottiene. Il nostro sistema deve meritare i posti di lavoro.

Intende dire che questi anni si è diffusa l’idea folle che il lavoro non sia generato dall’impresa, ma in quanto diritto sia stabilito per legge attraverso una sorta di magia?

La vera emergenza del nostro Paese è il tasso di disoccupazione che ufficialmente ha raggiunto il 13 per cento ma in realtà è molto più alto perché nelle statistiche ufficiali i cassintegrati sono considerati occupati, diversamente da quello che accade in altri Paesi europei come la Spagna. Dove il tasso ufficiale di disoccupazione è pari al 24 per cento e quindi solo formalmente più alto del nostro.
Noi in Italia abbiamo poi un altro problema: l’enorme numero di pre-pensionati o baby-pensionati, che invece negli altri Paesi lavorano, e che determinano un basso tasso di attività se confrontiamo l’Italia con il resto dell’Europa. La Spagna, dopo aver fatto alcune riforme è ripartita ed ha un Pil che cresce dell’ 1,5 – 2 per cento, perché ha preso provvedimenti rapidi ed efficaci.

La situazione di Piacenza Expo, l’Ente Fiera di Piacenza

Dalle questioni economiche nazionali veniamo a quelle locali. C’è una diversa visione sullo sviluppo dell’Ente Fiera tra la Camera di Commercio di Piacenza e il Comune? In particolare sembra che la Camera di Commercio non intenda confermare la propria partecipazione alla ricapitalizzazione dell’Ente Fiera, mentre il vicesindaco Francesco Timpano ha chiesto che tutte i soci (Camera di Commercio compresa) facciano la loro parte sottoscrivendo l’aumento di capitale necessario per garantire un futuro all’Ente.

Sappiamo che l’Ente Fiera per garantirsi un futuro ha chiesto una ricapitalizzazione di un milione e mezzo di euro. E’ comunque difficile ipotecare il futuro. E’ il solito discorso del promettere qualunque cosa, perchè questa posizione ha un ritorno immediato, dire sempre sì per curare il consenso. Allora io dico che la Camera di Commercio si può impegnare per quello che può mantenere, come abbiamo fatto con Expo 2015.

La Camera di Commercio ha stanziato la propria quota della prima tranche di aumento di capitale, questo è un finanziamento sul quale l’Ente può fare affidamento. Dobbiamo invece stare attenti a creare false illusioni e generare aspettative che, se poi fossero disattese, non sarebbero comprese. Per quanto riguarda l’Ente Fiera la Camera di Commercio è fiduciosa, anche perchè dobbiamo considerare che i soldi investiti nelle manifestazioni hanno una ricaduta sul territorio pari a 4-5 volte quanto si è speso. Quindi è molto importante avere un sistema fieristico per un territorio, anche se i suoi risultati economici sono negativi perché è più importante il giro d’affari complessivo generato.

L’Ente Fiera però in futuro non potrà prescindere dalle risorse finanziarie disponibili. Io dico che per l’Ente Fiera potrebbe essere arrivata l’ora di un’aggregazione o anche una fusione con Parma, e altre province simili alla nostra, salvaguardando tutti i nostri diritti locali e adottando una governance condivisa con gli altri territori coinvolti. L’idea potrebbe essere quella di dividere i compiti e nello stesso tempo approfittare dell’unione per ridurre dei costi, senza necessariamente tagliare i servizi erogati sul territorio.

Piacenza è in una posizione strategica ma con le risorse finanziarie disponibili può fare fiere di nicchia, mentre Parma organizza fiere più grandi per le quali ha gli spazi necessari. Senza perdere le ricadute sul territorio dovremmo forse valutare se vi sono concrete possibilità di accorparci, come potrebbe accadere anche per le Camere di Commercio. E’ una strada che per la Fiera si potrebbe tentare, predisponendo un piano di fattibilità che poi verificheremmo attentamente.

Per ora abbiamo davanti a noi certamente un anno positivo, perché l’Expo porterà benefici. Nel frattempo, però, potremmo valutare le eventuali possibilità di collaborazione con le fiere confinanti, per diventare più competitivi.

Riforma della Camera di Commercio

Nella riforma delle Camera di Commercio in discussione al Senato è prevista la soppressione anche dei diritti annuali delle imprese, la riduzione di quelli territoriali e il trasferimento addirittura al Ministero dello Sviluppo Economico del registro imprese, una delle vostre attività amministrative più importanti sul territorio. Lei cosa ne pensa?

Io penso che senz’altro una riforma andava fatta. Sarebbe stato più giusto che le Camere di Commercio l’avessero anticipata, come chiese da tempo la Camera di Commercio di Piacenza, anticipando il taglio dei diritti camerali. Tagliare i diritti che le imprese versano alle Camere di Commercio è un’operazione corretta in un momento come questo in cui le stesse imprese sono in difficoltà, perché vuol dire “lasciare i soldi in tasca alle imprese”. Una forma di finanziamento diretto è la cosa migliore.

Ogni 100 euro che le imprese versano alla Camera di Commercio, quanto ritorna al territorio?

Un terzo viene riversato direttamente sul territorio, attraverso finanziamenti e iniziative promozionali, un terzo serve al funzionamento dell’Ente, mentre la quota residua viene versata all’Unioncamere e in parte se la riprende lo Stato.

Con la riforma in arrivo, Piacenza vorrebbe che si tenesse conto di un principio sacrosanto: distinguere tra le Camere di Commercio virtuose e quelle non virtuose.

Anche in questo caso la strada giusta potrebbe essere quella di accorpare tutti i servizi all’interno di un’area economica omogenea e più vasta come potrebbe essere quella tra Piacenza, Parma e Reggio. Si potrebbe valutare anche l’alleanza con Cremona, anche se ci sono difficoltà di natura normativa perché inserite in Regioni diverse, almeno i servizi tuttavia potrebbero essere centralizzati. Grazie all’accorpamento potremmo ridurre i costi d’esercizio. Con una Camera di Commercio unica sarà però necessario mantenere unità territoriali provinciali, con una struttura minima che vada a promuovere le iniziative locali. Perchè a Reggio Emilia non possono sapere quali sono le esigenze della Val Tidone o della Val d’Arda. Purtroppo i territori italiani sono tutti piccoli e assai disomogenei tra loro. In altri paesi c’è meno diversità. La fusione delle Camere di Commercio ridurrebbe i costi e consentirebbe contemporaneamente la conservazione delle autonomie e l’incremento degli investimenti sul proprio territorio di competenza a parità di entrate.

Le aree vaste si stanno diffondendo a livello amministrativo, così stanno facendo anche le categorie economiche, l’ideale sarebbe procedere in forma omogenea, altrimenti il rischio è di trovarsi in situazioni confuse.

Alla fine sono convinto che queste trasformazioni porteranno certamente dei vantaggi, perchè scuotere l’albero serve sempre. Invece spesso conservare per troppo tempo porta alla staticità ed inefficienza delle strutture.

FINE PRIMA PARTE

 

Mauro Peveri
mauro.peveri@gmail.com

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