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The Decemberists, la RECENSIONE di PiacenzaSera.it

E’ già febbraio e c’è ancora tutto da fare, come dicevano i nostri vecchi. E allora mettiamoci al lavoro, iniziando - prima ancora di Bjork e di Panda Bear, oltre ai Verdena - con un disco di più facile ascolto, ovvero il nuovo (settimo) Decemberists

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THE DECEMBERISTS
What a terrible world, what a beautiful world (2015)

E’ già febbraio e c’è ancora tutto da fare, come dicevano i nostri vecchi. E allora mettiamoci al lavoro, iniziando – prima ancora di Bjork e di Panda Bear, oltre ai Verdena – con un disco di più facile ascolto, ovvero il nuovo (settimo) Decemberists. Forse fin troppo facile, forse. Al primo ascolto la reazione è stata infatti questa: un po’ troppo semplice, poco ambizioso, per loro che ci avevano abituati a concept-album più complessi e articolati. (Lo stesso non si può dire del marketing, con l’atipica promozione in stile busker per le vie di Brooklyn, con una chitarra a tracolla e alle spalle un grande murales che ritrae la copertina del nuovo album, un patchwork assai gradevole).
E se fosse una fortuna?

Colin Meloy, leader dalla band di Portland, Oregon, sostiene questa tesi: “It’s blessedly free of concept”. Che sospiro di sollievo, essere liberi di scrivere e suonare quello che gli pare! «Di norma prenotiamo lo studio per quattro o cinque settimane e registriamo tutto il disco», continua. «Questa volta abbiamo cominciato prenotando lo studio per soli tre giorni, non sapendo bene cosa volessimo fare. Non c’era una direzione né una visione; volevamo semplicemente vedere cosa ne sarebbe uscito. Abbiamo registrato “Lake song” il primo giorno, live, e poi altre due canzoni in tre giorni. E lo spirito di quella sessione ha influenzato tutto ciò che è venuto dopo». Quello che è certo, è che le loro melodie alla fine, inesorabilmente, ti entrano dentro, e poi fai fatica a separartene.

L’ouverture autobiografica – “The singer addresses his audience” – è sontuosa e cacofonica, mentre la successiva “Cavalry captain” è brillante ma paga un tronfio arrangiamento di fiati. “Philomena” non lascia tracce. Il cuore dell’album ha inizio con “Make you better”, uno dei migliori singoli mai usciti dalla penna di Colin. Ed è la già citata “Lake song” a farsi amare: il riff di chitarra ricorda “Pink moon” di Nick Drake, splendida nostaglia, e si sente anche l’eco di Van Morrison (“Sweet thing”). Malinconica piano ballad, pare di essere là, sulle sponde silenziose di un lago montano fuori stagione (“to tell the truth I never had a clue”). Già lo sappiamo, sarà una delle grandi canzoni dell’anno nuovo. “Till the water’s all long gone” è un altro delicato e misterioso arpeggio, la successiva “The wrong year” un prezioso ricamo di banjo e fisarmonica (Mumford & Sons, Counting Crows).

La seconda parte del disco – invero troppo lungo, qualcosa a nostro giudizio poteva essere tagliato – non sempre è all’altezza delle aspettative, con una sequenza di brevi brani molto tradizionali, una sorta di Bignami del folk 2.0: il celtic di “Better not wake the baby” e il blues da hobo di “Carolina low”, col suo vocabolario scarno, i cori picareschi da pub di “Anti-Summersong” e lo spaghetti-western di “Easy come, easy go”. Molta accademia, poca invenzione. Come in “Mistral”, un outtake dei R.E.M., maybe. Quando la lancetta pende ormai verso il segno meno, il colpo di coda finale.

La tenebrosa “12-17-12”, che regala il titolo all’album (“Oh my God, what a world you have made…what a terrible world, what a beautiful world”), è ispirata al giorno in cui Obama pronunciò il suo discorso sulla sparatoria alla scuola elementare di Hook Sandy, Connecticut, nella quale persero la vita 27 persone, tra cui 20 bambini innocenti. Ancora meglio va con “A beginning song”, che strano titolo per il brano di chiusura. Il primo marzo saranno a Milano, ai Magazzini Generali, per la loro unica data italiana. Save the date.

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