Vittime delle foibe: le riflessioni del sindaco Paolo Dosi 

Il 10 frebbario si celebra la Giornata del Ricordo

Giorno del Ricordo per le vittime delle foibe. Le riflessioni del sindaco Dosi. Il comunicato stampa

Il 10 febbraio di ogni anno, si celebra il Giorno del ricordo, dedicato alle vittime delle foibe e a tutti gli esuli dalmati e istriani di origine italiana costretti dal governo e dalle truppe jugoslave di Tito ad abbandonare le proprie case alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Così come per la Giornata della memoria , al di là di ogni polemica e scontro ideologico, il Giorno del ricordo serve per non lasciare che si perda nell’oblio una pagina nera della storia contemporanea, per far sì che le coscienze rimangano vigili e attente e che si evitino i terribili errori del passato. Il ricordo però va alimentato: ecco allora queste parole che intendono soffermarsi su un fenomeno passato sotto silenzio per troppi anni.

Dopo la fine della guerra, tra il maggio e il giugno 1945, migliaia di italiani della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia vengono uccisi dall’esercito jugoslavo del maresciallo Tito, molti di loro sono gettati nelle Foibe, che si trasformano in grandi fosse comuni, molti altri deportati nei campi della Slovenia e della Croazia, dove muoiono di stenti e di malattie. Le stragi si inquadrano in una strategia politica mirata a colpire tutti coloro che si oppongono all’annessione delle terre contese alla nuova Jugoslavia: cadono collaborazionisti e militi della repubblica di Salò, ma anche membri dei comitati di liberazione nazionale, partigiani combattenti, comunisti contrari alle cessioni territoriali e cittadini comuni.

L’istituzione della Giornata del Ricordo, in memoria delle vittime delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, è quindi qualcosa di più profondo dell’impegno politico nel recuperare una tragica pagina di storia del nostro Paese, troppo a lungo sottaciuta e, con ogni probabilità, poco nota alle giovani generazioni.
Ciò che questa ricorrenza rappresenta, innanzitutto, è l’umana partecipazione al dolore di una comunità sopraffatta dall’atrocità di una violenza inasprita, figlia della ritorsione che lacerò famiglie e interi paesi nel nome di ideologie nazionalistiche e razziste di cui tutti i popoli europei pagarono il prezzo.

Per molto tempo, la questione dell’Istria e della Dalmazia è stata interpretata in maniera riduttiva, unicamente alla luce della sua connessione con l’avvento del fascismo, nonché come conseguenza dell’aggressione nei confronti della Jugoslavia: a distanza di settant’anni, tuttavia, nel dramma delle Foibe non possiamo che leggere l’orrore di una pulizia etnica che indiscriminatamente mirava a colpire tutto ciò che era emblema di italianità, tutti coloro che rifiutavano l’annessione balcanica. Senza distinguere tra fascisti e antifascisti.

In questa luce, occorre finalmente capire il complesso ruolo giocato dai comunisti italiani in quella terra di confine. Nel secondo dopoguerra, mentre si andava delineando lo scenario della guerra fredda, le missioni dei delegati italiani e sloveni si scontravano sulle divergenze politiche e militari, sulle questioni resistenziali e sul massacro delle foibe.
Ancora oggi – nonostante l’istituzione del Giorno del ricordo il 10 febbraio e nonostante il dibattito che da anni imperversa su questo tema – il dramma delle Foibe resta sconosciuto ai più, quasi fosse una pagina rimossa della Seconda Guerra Mondiale.

Eppure, si stima che vi abbiano trovato la morte migliaia di persone, “cancellate” alla memoria dei posteri proprio dalla barbara modalità con cui trovavano una sommaria sepoltura. Ecco perché vale la pena ricordare queste vittime, anche attraverso i diari e le testimonianze di quel periodo. Storie particolarmente significative perché raccontano di una inspiegabile rimozione: il silenzio calato per decenni sulle Foibe e il riserbo che si imponeva allora.

Come è stato ribadito più volte nei giorni scorsi, nessuno, adesso, può dire di non sapere. E ciascuno di noi ha il dovere morale, prima ancora che politico, di superare qualsiasi forma di reticenza su questa tragedia che è un capitolo buio, ma ineludibile, della storia d’Italia.
E’ per questo che oggi vorrei che fosse chiaro il senso di ciò che siamo chiamati a commemorare: una sconfitta che ci accomuna tutti, in quanto italiani e in quanto persone, di fronte all’annullamento estremo dell’individuo e del suo fondamentale diritto alla vita, alla libertà, alla democrazia e all’appartenenza alla sua terra e alla sua Patria.

Nella consapevolezza che il dramma delle Foibe non può né deve essere dimenticato, ma resta un monito importante per costruire il nostro cammino futuro di italiani ed europei e per recuperare dal passato un insegnamento morale, una nuova consapevolezza civile riguardo al valore universale della pace e all’importanza della coesione sociale.
Paolo Dosi
Sindaco di Piacenza

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