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“A Piacenza manca un piano industriale” L’INTERVISTA a Bolzoni

Confindustria Piacenza verso un’area vasta con Reggio Emilia e Parma. L’intervista a cura di Mauro Peveri al presidente Emilio Bolzoni che parla dell’economia piacentina e traccia anche un primo bilancio del suo mandato in scadenza alla guida degli industriali 

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Proseguono le interviste di “Pillole di Economia” la rubrica curata da Mauro Peveri su PiacenzaSera.it  In questo appuntamento fisso proporremo una serie di interviste con gli opinion maker piacentini per fare il punto sulla situazione dell’economia locale. Che cosa ci dobbiamo aspettare dal prossimo futuro per Piacenza e per l’Italia?

Questi incontri avranno tutti lo stesso format.

Una conversazione tra Mauro Peveri autore della rubrica “Pillole di economia”, e l’ospite del giorno, con il direttore di PiacenzaSera.it Mauro Ferri nel ruolo di moderatore.

Dopo il presidente della Camera di Commercio Giuseppe Parenti, e Gianluca Zilocchi, segretario provinciale della Cgil di Piacenza, è il turno di Emilio Bolzoni, presidente di Confindustria Piacenza, che parla dell’economia piacentina, dell’Expo imminente del Jobs Act e del treno veloce. E traccia anche un primo bilancio del suo mandato in scadenza alla guida degli industriali piacentini. Quanto all’associazione, la prospettiva sulla quale si sta lavorando è quella di costituire un’area vasta con Parma e Reggio Emilia.

L’INTERVISTA

Quando nel 2011 fu eletto al vertice di Confindustria si era posto degli obiettivi ambiziosi, in sintesi: il rilancio del manifatturiero, i giovani e l’occupazione, l’Expo 2015 e i collegamenti con Milano. A quasi quattro anni di distanza come vede la situazione? Partiamo dalla manifattura piacentina.

Anche dai dati della nostra ultima indagine congiunturale sulle imprese piacentine risulta evidente che la manifattura piacentina è competitiva. Da diversi semestri, per l’esattezza nove, rileviamo una continua crescita dell’export. Il dato del secondo semestre 2014 è poi particolarmente importante: più 13,01 per cento rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente. Crescere nelle percentuali di export per le aziende è come prendere un bel voto in pagella. Un risultato eccellente all’interno di un dato nazionale molto positivo, con sei semestri con segno più. Piacenza è parte di questo disegno. Il manifatturiero italiano e quello piacentino, ribadisco, sono competitivi nel mondo, riescono a vincere le loro battaglie segnando queste percentuali.

Con questi risultati, diventa ragionevole quello che dissi quattro anni fa e cioè che se vogliamo uscire dalla crisi, dobbiamo puntare sul manifatturiero. Prima della crisi c’è stata un’ubriacatura: abbiamo puntato principalmente sulla finanza e sui servizi. Abbiamo accantonato le aziende manifatturiere, ritenendole superate e più adatte a paesi di nuova industrializzazione come la Cina. La crisi, tra tanti aspetti negativi, ne ha avuto uno senza dubbio positivo. Ci ha ricordato la nostra storia la nostra tradizione e su che cosa dovevamo puntare per vincere: il manifatturiero. Direi che questi dati stanno confermando quel punto di vista. Certamente anche a Piacenza occorre sviluppare altri settori. Penso per esempio al turismo, che ha interessanti potenzialità. Ma la nostra vocazione, come quella di tutta l’Emilia e del bacino padano, rimane una vocazione fortemente manifatturiera. Piacenza deve puntare sul manifatturiero, è anche un fatto culturale. Devono cambiare gli obiettivi nella testa dei nostri ragazzi, e anche nelle loro famiglie. Negli anni sessanta, tutta la società era indirizzata verso lo sviluppo industriale, credo che si debba ritornare verso quel modello.

Occorre ripensare anche il concetto dell’impresa per porre con maggiore forza la sua centralità, non solo nell’economia ma anche nella società. Anche il sindacato ha ammesso l’importanza dell’impresa, ma pone l’accento anche sui lavoratori.

Stiamo parlando della stessa cosa: l’azienda è fatta di uomini. Forse il punto di vista del sindacato è un po’ condizionato dal fatto che il loro socio di maggioranza sono i pensionati e il pubblico impiego e questo magari influisce su certe valutazioni, ma quando qualcuno mi dice che le aziende sono fatte di uomini, lo condivido.

Un fatto importante sul quale voglio insistere è la cultura manifatturiera. Dobbiamo tornare alla nostra profonda e sacrosanta cultura manifatturiera, perché abbiamo dimostrato che così possiamo vincere. Per diffondere questo tipo di cultura ci vuole innanzitutto un piano industriale, che oggi non c’è. Non esiste a Piacenza un piano di questo tipo. E questo è un problema su cui noi abbiamo insistito e stiamo insistendo.

In quasi tutti i paesi europei, basta dare un’occhiata sul web, ci sono ben articolati piani di sviluppo industriale e di marketing territoriale. In Francia, Svizzera e Austria gli imprenditori sono stimolati, agevolati e accompagnati ad investire in quei territori. Balza immediatamente agli occhi che lì c’è qualcuno che ha pensato, che ha promosso, sviluppato e cercato di rendere accogliente il territorio per gli imprenditori che vogliono fare investimenti. In Italia questo esiste pochissimo e anche Piacenza deve fare ancora un po’ di strada. In questo ambito la politica ha un grande ruolo, lo hanno le amministrazioni locali. Dal punto di vista culturale abbiamo portato avanti importanti progetti che possono aiutare ad andare in questa direzione. Con le scuole abbiamo lavorato tantissimo: oggi abbiamo trenta classi adottate da altrettante aziende per un periodo di tre anni.

Un’operazione condotta con molta energia perché le aziende ci stanno lavorando seriamente. Il fatto di accorciare la distanza tra la scuola e le aziende è fondamentale perché è lì che si crea la cultura.Poi abbiamo fatto operazioni un po’ meno di impatto ma comunque utili, un’iniziativa che ha fatto nascere tre aziende, abbiamo dato formazione a una trentina di ragazzi che avevano un’idea imprenditoriale e siamo riusciti ad accompagnarli sino alla nascita delle imprese. Poi abbiamo promosso la nascita di un asilo nella zona industriale de I Casoni di Podenzano perché le persone che lavorano devono potersi permettere una prospettiva professionale nel rispetto della famiglia. L’azienda non è nemica della famiglia, quindi ci dobbiamo far carico delle sue necessità. Speriamo che ce ne siano altri in futuro. In questo filone complesso ci siamo impegnati molto e l’associazione ci ha messo molta energia, con l’obiettivo di ricostruire una cultura manifatturiera.

Parliamo di una questione ampiamente dibattuta; l’articolo 18, il sindacato afferma che in un momento come questo è sbagliato ridurre le garanzie, ma bisogna invece puntare sugli investimenti per aumentare l’occupazione. Il sindacato ha molto criticato il Jobs Act, lei crede che sia uno strumento utile?

Molto utile, ben scritto e fatto. Ha all’interno un compromesso che io ritengo ragionevole. Il fatto che riguardi solo le nuove assunzioni è infatti frutto di un compromesso politico poiché in questo modo si è comunque introdotta una differenza tra i nuovi assunti e le persone già occupate, ma probabilmente questo è stato il punto di caduta dell’intesa. Però per le nuove assunzioni è scritto bene e ridurrà moltissimo la conflittualità, dando certezza alle imprese ed ai lavoratori. Si è scritto molto su questo argomento.

Deve essere chiaro che questa non è una ricetta magica, perché i posti di lavoro non si creano né per legge né per decreto. Il suo grande valore sta nel fatto che in un’economia, che ci auguriamo tutti in ripresa, consentirà per esempio di stabilizzare un gran numero di lavoratori che oggi sono precari. Fino a ieri l’82 per cento dei nuovi contratti non erano a tempo indeterminato, grazie al Jobs Act la tendenza si invertirà a favore dei contratti a tempo indeterminato. Altro dato da segnalare è che tra la disoccupazione giovanile e quella dei meno giovani oggi c’è un rapporto uno a quattro, fatto unico al mondo.

Questa situazione è figlia dell’articolo 18. Io penso che nei prossimi 12 mesi molto cambierà: quell’82 per cento di contratti precari è destinato a diminuire con le assunzioni a tempo indeterminato che saranno molte di più, e il rapporto di uno a quattro diminuirà. C’è un’altra questione che nella nuova legge avrà un impatto rilevante: il costo di un licenziamento sarà assai sì più oneroso rispetto alla media europea, questo noi imprenditori lo abbiamo accettato, ma sarà un costo certo. Siccome lo si userà in solo casi estremi, non c’è più nessuno che potrà fare valutazioni discrezionali. Credo che in un anno le statistiche ci diranno se il Jobs Act è la strada giusta. Io credo di sì.

Tornando a Piacenza, secondo lei il nostro territorio fa squadra? Nelle sue istituzioni in senso lato, non solo quelle pubbliche…

Abbiamo ottenuto due risultati importanti ai quali abbiamo partecipato con molta energia, Expo 2015 e il treno veloce. Piacenza ha dimostrato di saper fare squadra.

Ma vi sono casi dove non vi sono identità di vedute, ad esempio la Fiera, Piacenza Expo. La Camera di Commercio ha chiarito la disponibilità di aumentare solo in parte il capitale, in presenza di precise garanzie.

Condivido il punto di vista del presidente della Camera di Commercio, ci vuole un piano industriale che sia integrato con le altre fiere regionali, e progettato per avere ricadute locali, che siano considerate nell’attivo di bilancio nel momento in cui si fa una valutazione di piano. L’Ente Fiera va comunque supportato, perchè abbiamo davanti un anno particolare con Expo, quindi guai se non riuscissimo a realizzare le manifestazioni previste quest’anno, ma non possiamo pensare di realizzare un piano a medio-lungo termine senza condividerlo con le altre Fiere.

Ho avuto l’occasione di parlare con il sindaco di Parma Pizzarotti, il quale sostiene che in Emilia Romagna resteranno due grandi poli fieristici: Bologna e Parma, le altre città dovranno gravitare intorno a questi due poli, per cui Piacenza si deve alleare con noi. Lei è d’accordo con questo scenario?

In questi anni si è ragionato molto secondo la logica di area vasta e diversi presidi si sono spostati a Parma. Quindi prima di tutto bisogna intendersi bene sul concetto di alleanza. Piacenza Expo ha comunque un valore per il territorio, abbiamo alcuni marchi fieristici importanti come Geofluid e quindi tutto deve essere valutato attentamente. Certo i tempi sono maturi per ricercare tutte le sinergie possibili. Lo stiamo facendo anche noi come Associazione proprio insieme a Parma e Reggio Emilia. Per le imprese il mercato è il mondo. I singoli territori per competere devono anche loro ragionare su certi temi con una prospettiva più ampia.

Quindi l’obiettivo è quello di costituire aree vaste, qualcuno ci sta lavorando, qualcuno l’ha già anche fatta, è ormai ineludibile…

Assolutamente sì, noi ci crediamo e ci stiamo lavorando. Quindi lo stesso discorso deve valere per le fiere, ma con quale la forma di collaborazione va ancora definito.

Sul tema dei finanziamenti dell’Unione Europea: nel periodo 2007-2013, Piacenza ha incamerato 88 milioni e ne ha utilizzati circa 60 per la formazione. Non ci siamo forse adagiati sulla cosa più semplice, fare tanta formazione al posto di realizzare progetti? C’è una mancanza di progettualità a Piacenza?

La formazione è una componente importante delle aziende vincenti. Il nostro centro For.pin è riconosciuto come eccellenza a livello di area vasta. Quindi massimo rispetto per la formazione: forse la ragione di questi numeri sta piuttosto nella dimensione media delle nostre aziende. A Piacenza abbiamo aziende troppo piccole che magari spendono in ricerca ma per le quali risulta complicato intercettare fondi europei che in genere richiedono compartecipazioni da parte di aziende di altri Paesi. In questo campo un buon lavoro lo sta facendo il Consorzio Musp per le aziende della meccanica. La strada quindi è ancora quella di lavorare insieme.

Ma proprio per questo a Piacenza le poche grandi aziende dovrebbero fare da partner alle piccole per spingerle a intercettare fondi europei, anche la vostra associazione potrebbe fare questo. Ad esempio, ogni grande impresa dovrebbe raccogliere intorno a sé i propri fornitori strategici, anche piccoli, per aiutarli ad intercettare i finanziamenti europei a fondo perduto disponibili. Questa non sarebbe una strada virtuosa da intraprendere?

Ha ragione, questo è certamente il mestiere dell’associazione. Le aziende vincenti oggi hanno fatto tutte la scelta di una partnership con i propri fornitori, il rapporto che va costruito dev’essere di medio-lungo periodo. Se questo è un compito delle aziende, dieci volte di più lo è per l’associazione che rappresento. Credo che passi attraverso la dimensione: oggi piccolo non è più bello, uno dei difetti del piccolo è che non può fare bene tutto. Bisogna far crescere la dimensione dell’azienda in due modi: attraverso l’internazionalizzazione e attraverso le aggregazioni.

Questo è il nostro ruolo e in questo senso ci stiamo impegnando molto, in questi quattro anni l’internazionalizzazione è stata una delle bandiere di Confindustria. Vi assicuro che i numeri dell’export sono arrivati a questi livelli perché abbiamo investito tanto, abbiamo portato un mare di piccole aziende all’estero. Le prendiamo per mano per cercare di metterle insieme, non è facile perché partiamo da una situazione molto frammentata. Quanto alle aggregazioni, in questi anni si sono costituite alcune reti di impresa sia in campo edile che in campo alimentare e poi abbiamo la bella esperienza del Rict nel settore dei servizi per il quale non escludo in evoluzione a breve verso una rete vera e propria.

Lei presidente è contento della sua quotazione (dell’azienda Bolzoni) in borsa?

Lo dico così: lo rifarei. L’elenco dei problemi che sono emersi è lungo, ma di certo lo rifarei. Abbiamo fatto di recente una riunione con 16 imprenditori sulla quotazione in borsa, anche perché finalmente c’è un settore di Borsa Italiana che è strutturato per le piccole aziende: l’Aim. Se l’Italia facesse un sforzo in questa direzione, dove siamo molto indietro, ci sarebbero benefici per la crescita delle imprese, per gli accorpamenti, per dare la forza finanziaria ad acquisire concorrenti, per andare all’estero, per fare ricerca. I soldi della finanza devono servire a questo.

Cosa pensa della vicenda Rdb? Cosa bisognerebbe fare ora e si poteva fare qualcosa in più prima?

Sulla vicenda Rdb ha pesato in maniera fortissima il mercato che ha dilatato in modo pesantemente negativo alcune scelte aziendali precedenti.

Vi siete mossi per scongiurare questo esito?

Tanto. Anche perché personalmente conservo un legame affettivo con Rdb, perché mio papà negli anni ’50 curava la manutenzione degli stabilimenti piacentini di Rdb e ha prodotto la prima attrezzatura per carrelli elevatori per il trasporto dei laterizi dentro e fuori dal forno, proprio su richiesta da Rdb. Quindi da lì è nata la storia moderna della mia azienda, è da lì che è partita e oggi siamo dove siamo. Ma c’è un fatto importante che voglio evidenziare: nel momento in cui un’azienda va in crisi, come è successo a Rdb, bisogna rendersene conto, valutare se ci sono le condizioni industriali per andare avanti e prendere in fretta una decisione.

Lei allora avrebbe chiuso Rdb?

Si è scelto di percorrere una strada che durante questi anni di crisi è stata utilizzata molte volte. Probabilmente nel caso di Rdb non era quella più adatta, visto come sono andate le cose. Quanto è costato? Ha dato certezze alle persone? Forse costa molto meno supportare le persone e le famiglie con la cassa integrazione. Questo è un tema che la società deve assolutamente affrontare. Non si possono lasciare da sole le persone quando l’azienda entra in crisi. In questi casi con il fallimento si possono aprire più possibilità di rilancio. Se l’azienda non è in condizione con le proprie forze di andare avanti, per gli imprenditori esterni è più facile intervenire se siamo in presenza di una procedura fallimentare.

La vicenda del treno veloce di Milano. Si dice anche autorevolmente che senza la sostenibilità economica non avremo treni in più dalle ferrovie per la tratta Piacenza-Milano…

Non esiste un treno che si autosostiene. Non ce n’è uno in Italia. Partendo da questo presupposto, dobbiamo ridurre al minimo i costi sociali, fare interventi razionali . Noi abbiamo 2700 piacentini che tutte le mattine prendono il treno per andare a Milano e ce n’è il doppio che usa altri mezzi perché il servizio non è soddisfacente, provocando costi, rischi, inquinamento. Noi abbiamo analizzato seriamente la situazione e pensiamo che quelle 2700 persone avrebbero diritto a un servizio decoroso.

E poi sarebbe una grande opportunità per Piacenza avere un collegamento serio con Milano, perché aprirebbe tante possibilità. Perché Piacenza è un bel posto per vivere, decisamente migliore di alcuni paesi dell’hinterland milanese, e se ci fosse un collegamento efficiente e veloce si creerebbero le condizioni per un aumento dell’appetibilità del nostro territorio. E’ doveroso fare qualcosa per chi sta andando a Milano tutte le mattine. Abbiamo scoperto che c’è un servizio ferroviario eccellente di tipo europeo che è stato organizzato per diverse città lombarde come Lodi, Como, Pavia e anche Novara, che non è in Lombardia. Questo servizio, grazie al passante di Milano, consentirà di accedere a dieci stazioni della metropolitana milanese. Nel progetto originario del passante ferroviario milanese anche Piacenza, che dal punto di vista ferroviario è considerata in Lombardia, è citata più volte. Lo abbiamo evidenziato a tutti nel corso dei tre anni di incontri che abbiamo avuto: Rfi, Ferrovie dello Stato, Regione Lombardia.

Il nostro problema è che amministrativamente siamo in Emilia e questa dicotomia è un gran guaio. Quello che stiamo chiedendo è quindi di avere lo stesso trattamento che le altre città nel raggio di 50-60 chilometri da Milano hanno già ottenuto. Per questo è importante che le due Regioni si parlino. E’ un problema politico. Poi c’è un problema di qualità del servizio. Affrontiamo Expo 2015 avendo 39 collegamenti, nelle due direzioni, con treni datati 1965. Questo è inaccettabile. Piacenza sta investendo molto per l’Expo e per il dopo Expo. Un turista che verrà a Piacenza viaggiando su un treno di 50 anni fa, non serberà certo un bel ricordo del nostro Paese. La Regione Emilia Romagna ha dato un segnale importante attraverso quel nuovo treno che con tre corse in andata e ritorno ci porterà a Rogoredo in 38 minuti durante il periodo dell’Expo. Ci aspettiamo però che l’impegno prosegua perché tutto il sistema del nostro collegamento con Milano va assolutamente trasformato e reso uguale a quello che si osserva in tante città europee nelle quali le distanze nel raggio di 60 km vengono gestite con il criterio della frequenza. Se poi usiamo il passante saremmo per esempio in 40-45 minuti a Porta Venezia.

Quali saranno le ricadute economiche di Expo sul nostro territorio? Al di là della piazzetta di Piacenza, non mi sembra si sia riusciti a fare tanto altro…

Non sono d’accordo. In questi mesi sono accadute diverse cose: le istituzioni sono state interessate pesantemente dal punto di vista della capacità di spesa. Penso alla Provincia ed alla Camera di Commercio, che hanno un ruolo molto importante. Nonostante questo siamo riusciti a condurre in porto la piazzetta. Merito di tutti e grazie al grande impegno gratuito profuso da Silvio Ferrari (il presidente dell’Ats ndr). Lo sapete che Ferrari lavora gratis? Quando avremo la piazzetta completata e Piacenza sarà promossa in modo efficiente sul web, avremo raggiunto due risultati importanti. Quante altre città hanno una piazzetta come la nostra? Piacenza per Expo ha puntato su questo e sulla visibilità su internet.

Ci sono poi tanti altri progetti che in queste settimane saranno resi evidenti. Ma i fondi, rispetto al budget iniziale si sono purtroppo ridotti per cause non dipendenti dalla nostra volontà, né dalla volontà di chi ha dato vita al progetto. La Camera di Commercio, nonostante i tagli imposti e riuscita a mantenere l’impegno. Così la Fondazione. Per la Provincia questo non è stato possibile ed anche il Comune si è trovato a dover fare i conti con diversi tagli. La piazzetta lascerà comunque una coda di visibilità significativa anche dal punto di vista del business e Piacenza sulla rete sarà un lascito estremamente importante.

Un’ultima domanda sulla Fondazione, non crede che il suo ruolo potrebbe essere quello di motore dell’economia locale? Le risorse non potrebbero essere investite in modo da ottenere una ricaduta economica sul territorio locale? Questa ricaduta non l’hanno avuta gli investimenti pregressi (tralasciando i risultati economici e patrimoniali disastrosi), ma neppure l’avranno i Bot o i Btp che sembrano essere l’obiettivo della nuova squadra di governo. Non è possibile adottare un indirizzo che consenta sia di investire in prodotti sicuri sia di privilegiare gli investimenti sul territorio come per esempio i bond territoriali?

Io credo che la Fondazione non debba avere un ruolo di intervento diretto nell’economia. Condivido il fatto che non ci sia nello statuto. Intanto non se lo potrebbe comunque permettere perchè è troppo piccola. Non ce la farebbe e dedicherebbe tutte le energie a quello. Credo che la decisione che qualcuno ha preso di lasciar fuori l’economia sia stata saggia. Noi insieme alla Fondazione abbiamo fatto due cose, Piacenza per Expo e l’asilo aziendale di Gariga, sono due progetti che incidono sull’economia. E’ vero che è sociale, ma è anche economia. Secondo me la Fondazione farà bene a indirizzare le sue iniziative su fatti di natura sociale, ma che incidono sulla formazione, sulla ricerca, sulla scuola. Anche questo è economia.

FINE 

 

Mauro Peveri
mauro.peveri@gmail.com

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