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“Sulla sanità a Piacenza manca un progetto” INTERVISTA (2) a Zilocchi (Cgil)

Seconda parte dell’intervista al segretario provinciale della Cgil Gianluca Zilocchi sul futuro di Piacenza e le sue  prospettive di sviluppo

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Seconda parte dell’intervista al segretario provinciale della Cgil Gianluca Zilocchi sul futuro di Piacenza e le sue  prospettive di sviluppo. Molti dei temi sollevati riguardano anche il rapporto tra Piacenza e la Regione Emilia Romagna che proprio oggi, 6 marzo, vede la giunta presieduta da Stefano Bonaccini in trasferta nella nostra città.

In questo che diventerà una sorta di appuntamento fisso di PiacenzaSera.it proporremo una serie di interviste con gli opinion maker piacentini per fare il punto sulla situazione dell’economia locale. Che cosa ci dobbiamo aspettare dal prossimo futuro per Piacenza e per l’Italia? Questi incontri avranno tutti lo stesso format.

Una conversazione tra Mauro Peveri autore della rubrica “Pillole di economia”, e l’ospite del giorno, con il direttore di PiacenzaSera.it Mauro Ferri nel ruolo di moderatore.

Dopo il presidente della Camera di Commercio Giuseppe Parenti, abbiamo interpellato l’ “altra campana”, Gianluca Zilocchi, segretario provinciale della Cgil di Piacenza, che offre una serie di riflessioni sulla situazione economica nazionale, senza risparmiare critiche dure al Governo Renzi in relazione al Jobs act e al conflitto sull’articolo 18.

Ma il sindacato non vuole limitarsi a contestare, esprime proposte per lo sviluppo, anche quello di Piacenza. Di seguito la SECONDA PARTE dell’intervista (la prima parte è qui).

Parlando di lavoro pubblico, quale destino per i dipendenti della Provincia di Piacenza?

Bisognerebbe chiederlo al Sottosegretario Del Rio, che quando è venuto a Piacenza ha detto che il problema economico della Province si sarebbe risolto da solo perchè la metà dei dipendenti se ne sarebbe andata via da lì. Da ricollocare un po’ di qua e un po’ di là, nei vari settori dello Stato. Ma ad oggi nessuno ha ancora capito come si possa fare e come si possano garantire servizi di qualità per i cittadini, la nostra preoccupazione è enorme. Abbiamo messo un tampone ancora per quest’anno, però a detta di tutti lo Stato ha prodotto un mostro giuridico, un progetto di riordino istituzionale che doveva portarci fuori dalle secche ma che in realtà è fermo, non si va da nessuna parte. Serve una vera riforma della Pubblica Amministrazione, con la demagogia e gli slogan non si risolvono i problemi.

Ma è giusto razionalizzare anche in ambito locale il numero dei dipendenti pubblici? Ad esempio ha senso mantenere 48 comuni in provincia di Piacenza, alcuni dei quali sono solo centri di spesa? Non sarebbe stato più logico agire su questo livello?

Sono convinto che ci sia la necessità di razionalizzare i livelli istituzionali e di governo, ma è stata fatta molta demagogia. Guardiamo a Piacenza negli ultimi mesi: si è sentito di tutto, facciamo una grande provincia unificandoci con quelle vicine, c’è chi ha proposto referendum per andare in Lombardia. Io credo che bisogna capire, prima di ogni altra considerazione, quali debbano essere le funzioni e le competenze da mantenere sul territorio. Ad esempio il tema del lavoro con i centri per l’impiego, il ruolo di gestione delle crisi, le politiche attive. La proposta è quella di fare l’agenzia nazionale, punto. Ma poi mi devono dire quando si verificano vertenze locali, come la Sandvik, come si fa ad avere un tavolo sul territorio per discuterne. Decidiamo tutte le competenze che devono restare, ma come si fa? Pensiamo che strumenti di riordino ci siano già, ma siano stati utilizzati poco. Ad esempio le unioni dei comuni.

Ma le unioni dei comuni non rischiano di essere dei moltiplicatori di spesa?

No perchè anche a Piacenza abbiamo sperimentato esempi virtuosi che hanno compiuto razionalizzazioni vere. E’ dispersivo avere 48 comuni, occorre mettere mano a questo assetto, arriviamo pure a ragionare di fusioni dei comuni. Le aree vaste diventano elementi centrali. Partiamo dai confini provinciali attuali con l’esigenza di mantenere tre distretti fondamentali nei quali canalizzare i servizi, la città, Fiorenzuola e Castelsangiovanni. Garantendo anche nei comuni più piccoli le risposte. Le aree vaste possono essere una soluzione valida, ma occorre stare attenti che non producano effetti controproducenti come la perdita o l’allontanamento di alcuni servizi per il territorio, il rischio c’è. E – a proposito di fare squadra – credo che Piacenza abbia avuto forti ritardi nell’approcciare il tema area vasta: in sanità come nel trasporto pubblico locale.

Proprio in tema di sanità, lo scenario che si profila è proprio quello dell’area vasta… ha senso mantenere aperti i piccoli ospedali, magari rinunciando a investimenti su quello di Piacenza?

Noi ci stiamo alla prospettiva dell’area vasta, è una prospettiva che ha senso però se, in un progetto regionale condiviso, nei singoli territori si riescono a portare e garantire competenze e maggiore qualità dei servizi. Se il nuovo ospedale di Fiorenzuola diventasse un ospedale generico, in un ottica di area vasta, sarà massacrato. Ma siccome quell’ospedale va rilanciato, qui scontiamo i nostri ritardi. Qual è il progetto che Piacenza vuole portare all’interno della prospettiva di area vasta? Su quali competenze vogliamo investire?

Il paradosso è che abbiamo una pletora di ospedali e poi se un paziente deve fare certe operazioni specialistiche, deve andare via da Piacenza. E’ giusto andare avanti così?

Sappiamo che sul nostro territorio ci sono competenze sanitarie importanti, in particolare in alcuni settori. La domanda da porsi è cosa intende fare il sistema Piacenza di queste competenze? Se qualcuno pensa che Piacenza possa restare in attesa e che in una logica di riorganizzazione regionale di aree vaste, qualcuno venga a farci il compito per spiegarci che cosa fare, allora fra dieci anni ci troveremo a piangere sugli ospedali che chiudono e sulla perdita dei servizi. Lo diciamo noi per primi, ci vogliamo sedere a un tavolo e discutere quale prospettiva vogliamo dare alla nostra sanità. Per dire alla Regione che questi ospedali non vanno chiusi, che vogliamo ampliare la rete di case della salute, investendo su questi servizi. Se vuole mantenere le proprie eccellenze in sanità, il sistema Piacenza deve presentarsi in Regione con un progetto, ma oggi ancora non c’è.

Questo vuoto di proposta e di regia c’è, ma di chi è la colpa? E’ un problema di istituzioni che non ci sono più o si sono indebolite? o è un problema di classe dirigente, di un decadimento intervenuto negli ultimi anni della nostra classe dirigente?

C’è un contesto generale che non aiuta, la crisi condiziona i progetti del futuro. Dopodiché c’è anche un tema di classe dirigente, ma non solo quella politica, ci siamo dentro un po’ tutti in questo discorso. Quando fui eletto alla guida della Cgil di Piacenza, presentammo un piano per lo sviluppo del nostro territorio con alcune idee e proposte concrete. Uno dei temi che sollevammo era proprio la miopia della classe dirigente piacentina, la sua scarsa capacità di lavorare insieme se non su alcuni temi su interessi momentaneamente convergenti.

Uno degli esempi di questa situazione lo abbiamo vissuto di recente. Mi chiedo: è possibile che per salvare un marchio storico, una delle aziende più importanti del nostro territorio, come Rdb, non si sia fatta avanti nessuna cordata di imprenditori piacentini? La vicenda Rdb è l’emblema di questo territorio, del suo immobilismo, della sua incapacità di darsi una prospettiva di medio termine.

La Fondazione non potrebbe giocare un ruolo più attivo nello sviluppo del territorio, anche con un cambiamento del suo oggetto sociale per un maggiori capacità di intervento?

La Fondazione deve avere un ruolo attivo, non può più essere l’ente che elargisce contributi a pioggia sul territorio, per fare contenti tutti. Serve un progetto al servizio del territorio, ma è il territorio stesso che deve esprimere progetti. Sul cambio di oggetto sociale a me interesserebbe discuterne, ma già oggi ben vengano proposte su questo tema. Sono stati già stati fatti passi in avanti nella governance della Fondazione, si è aperta una stagione diversa dal passato e cerco di essere ottimista.

Sullo sviluppo del territorio di Piacenza, quali sono le idee della Cgil?

Piacenza è tuttora uno dei centri di produzione energetica più importanti d’Italia, bisognerebbe puntare di più su questo settore, con un piano sulle rinnovabili. E poi c’è un tema che non siamo ancora stati in grado di valorizzare a pieno, quello della dismissione della centrale nucleare di Caorso. Siamo fra i primi al mondo a portare avanti un decommissioning di questo tipo, realizzando uno smantellamento completo, quest’attività può diventare davvero un elemento di qualità per Piacenza, su cui fare investimenti e farne un modello di gestione degli impianti, delle scorie da esportare in tutto il mondo. Abbiamo una vera e propria urgenza idrogeologica che se affrontata con intelligenza può essere occasione anche di sviluppo, abbiamo una nuova politica dell’abitare da reimpostare con l’opportunità di riqualificare il patrimonio abitativo creando lavoro nel settore dell’edilizia, e possiamo pensare al nostro welfare territoriale come volano per la ripresa e per la salvaguardia dei livelli di assistenza e tutela della salute. Rilanciamo i distretti del manifatturiero, i tecnopoli, le aggregazioni di impresa. Sul piano dei trasporti poi Piacenza deve sfruttare meglio la sua posizione, non possiamo arrenderci.

E il famoso treno veloce per Milano, perchè non è ancora stato fatto?

Perchè altri territori sono stati negli anni più in grado di attrarre investitori, di produrre un progetto.

Expo 2015, dopo una partenza scoppiettante, la sensazione è che gli entusiasmi si siano smorzati e che si assista ad un ridimensionamento generale delle aspettative…

Credo che si sia caricato Expo 2015 di troppe aspettative, investendolo di una sorta di effetto salvifico. Sono sempre stato abbastanza freddo su questo. Per noi piacentini Expo è indubbiamente un’opportunità importante, siamo a soli 60 chilometri di distanza, bisogna tornare al discorso della valorizzazione delle nostre eccellenze enogastronomiche e del turismo. Il Comune ha fatto bene a investire risorse su questo. Ma allo stesso tempo non possiamo attenderci che Expo venga a risolverci i problemi, realisticamente i milioni di visitatori che arriveranno a Milano se ne staranno lì.

Quello che avverto sulla mia pelle quando parlo della mia città, del mio territorio, è la nostra ricerca spasmodica di idee, ma alla fine quello che manca è sempre il progetto. Si spera che qualcuno da fuori ci venga a risolvere i problemi e in questo contesto chi è più dinamico, chi ha qualche risorsa in più, alla fine sceglie di portare avanti il suo pezzo da solo e si va tutti in ordine sparso. Su Expo qualche preoccupazione ce l’ho, la sensazione è che se il progetto non coinvolge tutti, se non facciamo qualcosa di diverso, rischia di essere un’opportunità persa. L’ennesima.

FINE 

 

Mauro Peveri
mauro.peveri@gmail.com

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