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Il Racconto dei Racconti, la recensione di PcSera

Le opinioni su Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone, in concorso al Festival di Cannes 2015 stanno tra “sommo capolavoro” a “zozza pacchianeria”, senza vie di mezzo. Film divisivo. Già questa discussione in corso nel paese depone a suo favore

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Le opinioni su Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone, in concorso al Festival di Cannes 2015 stanno tra “sommo capolavoro” a “zozza pacchianeria”, senza vie di mezzo. Film divisivo. Già questa discussione in corso nel paese depone a suo favore. Già che ci sia una discussione nel paese su un film del genere lo rende un’opera memorabile (leggevo in questi giorni i dati sui film italiani già usciti e che usciranno nel 2015 sono circa 80, più una 50ina di corti, sulla memorabilità del tutto facciamoci due domande, che di offerta mi pare ce ne sia fin troppa).

Garrone è regista di culto, cocco di Cannes (dove ha vinto 2 volte su 2 il Premio Speciale della Giuria), che con pochi film e in pochi anni (dal 2002 de L’Imbalsamatore, film quasi underground al 2008 di Gomorra, candidato a Miglior Film Straniero al Golden Globe) è diventato, insieme a Sorrentino, il simbolo della rinascita del cinema italiano nel mondo. In tutto questo, niente mi toglie dalla testa che la sua opera migliore sia Primo Amore, rarissima categoria di film intimista capace di attaccarti alla poltrona.

E cosa fa Garrone, dopo due film totalmente contemporanei come Gomorra e Reality? Fa un film da un’opera barocca del ‘600 del napoletano (qui troviamo una costante) Giambattista Basile. A tutti quelli che avevano letto una riga di Basile prima che uscisse questo film facciamo un silenzioso applauso di stima.

Ma non mi interessa parlare dei costumi (bellissimi, realizzati del resto da un allievo di Gabriella Pescucci, Oscar 1994 per L’Età dell’innocenza di Scorsese: lunga è la tradizione delle costumiste italiane celebrati in terra straniera, Milena Canonero, ad esempio, Oscar 2015 per Grand Hotel Budapest di Wes Anderson è stata nominata per 9 volte, vincendo 4 Oscar.

Scorrendo i titoli dei film ai quali hanno collaborato vengono i brividi) né delle ambientazioni (strepitose location italiane, dalle Gole dell’Alcantara al Castello di Donnafugata in Sicilia – un castello con un labirintooooo – al parco archeologico delle cave del tufo di Sorano in Toscana, ai boschi del Lazio, ai castelli in Abruzzo, paesaggi che sono a loro volta personaggi), né dell’uso intelligente ed efficace degli effetti speciali combinati con l’artigianato, né dell’elegantissima estetica complessiva del film, volutamente impressionante e d’effetto (quella Salma Hayek che mangia il cuore del drago non si scorda facilmente), né della sfilza di nomi altisonanti del cast prevalentemente estero (da Vincent Cassel alla Hayek ai nomi meno noti di Toby Jones che pure era in Harry Potter, Hunger Games e Captain America, a John C. Reilly che per non essere da meno era in Guardian Of The Galaxy), né di queste meravigliose donne protagoniste dei 3 capitoli, che con ogni mezzo cercano di ottenere quello che vogliono, che si sporcano le mani di sangue, che non hanno paura di niente (menzione d’onore alla figlia del re Viola ed all’espressione con cui pronuncia la battuta “Padre, ecco il marito che hai scelto per me”).

No, mi interessa il coraggio di Garrone nel proporre un film di taglio fantasy in Italia nel 2015 con l’obiettivo di raggiungere il grande pubblico e non il solito qualitativo circuito ristretto dei Festival. Mi interessa il fegato di Matteo Garrone che prende le sue ossessioni su ambizione, desiderio, sacrificio e trova una sponda in un narratore di fiabe horror del ‘600. Con questa operazione rischiosa Garrone spara alto e mette una linea distintiva indelebile tra il proprio cinema e il cinema italiano che ci è stato proposto negli ultimi anni, nella versione commedia, interpretato dai soliti attori tutti amici tra loro, spesso chiuso dentro quattro mura, ammiccante al contemporaneo, pieno di canzonette ruffiane e nella versione dramma, dove è tutto uguale ma non ci sono le canzonette ruffiane. Poi dice perché non vai a vedere i film italiani.

Per onestà, in un grande spettacolo tra draghi, mostri, incantesimi e sangue non sempre il film riesce ad arginare un vago senso del ridicolo. E fa sorridere leggere le interviste in cui Garrone dichiara lo smarrimento provato nel momento in cui qualcuno dei suoi sceneggiatori gli ha rivelato l’esistenza di Game Of Thrones, la serie tv fantasy più famosa del mondo, in onda dal 2011, che di draghi ne ha addirittura 3. Poi dice perché guardi la televisione.
 
Barbara Belzini

Tw: @BarbaraBelzini

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