La via Francigena, da Bobbio a Borgo Val Taro, il diario della terza tappa FOTO foto

Diario di viaggio di Mara Pedrazzini (nelle foto alcuni dei momenti della marcia)

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TERZA TAPPA della Via Francigena interna appenninica : DA BOBBIO A BORGO VAL DI TARO  1-2-3 Maggio 2015

Diario di viaggio di Mara Pedrazzini (nelle foto alcuni dei momenti della marcia)

Avevamo lasciato i nostri Pellegrini in quel di Bobbio, con il cuore pesante e i piedi bollenti, un poco tristi per la fine (certo non definitiva) del loro cammino, ma già speranzosi per l’anno a venire, già pronti a proseguire lungo la Via degli Abati.

E l’anno è venuto, si è fatto il tempo di riprender le fila di quel lungo percorso verso Lucca e verso l’agognata assoluzione, pur consapevoli in fondo al cuore di quanto cantava Fabrizio De Andrè: ‘Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti’.

Il Narratore non può che cominciare il suo racconto contando il numero dei peccatori, constatando amaramente che ogni anno va di male in peggio… si è raggiunta la ventina! Che forse si sia sparsa la voce di una certa Via Crucis d’osterie? Che la paura della fatica sia stata presto vinta da quel certo sentor di sugo d’uva? Fatto sta che i Pellegrini aumentano e il Ruggente Ruggero, rude pastore di codeste pecorelle, non potrà ch’essere felice di tanto desiderio d’espiare, di tale sete di redenzione… il Ruggente, giusto! Ma dove sta? L’ora stabilita è giunta e lui non compare all’orizzonte? Per forza! Dorme beato il malandrino, convinto com’è di un appuntamento in ora più tarda. Smonta dal giaciglio e scapicolla fino a Piacenza, giustificato solo dal fatto di aver speso molte energie nella preparazione del viaggio, considerando anche il sopraggiungere dei nuovi Pellegrini.

Tutto è bene quel che finisce bene e quando finalmente si approda in quel di Bobbio, attraversato il secolare Ponte Gobbo, il Baffo Ruggente ha ritrovato spirito e sorriso ed è pronto a far da guida ai suoi degni compari. Il cielo sembra non apprezzare troppo lo sforzo delle gambe stracche lungo la salita verso Coli, perché rimane uggioso e poco disposto a dar segni di redenzione. Bisogna raggiungere la Sella dei Generali, la strada è lunga e sicuramente occorrerà trovare un luogo adatto ove posare lo zaino, rifocillare le pance vuote e dissetare le gole asciutte. Detto, fatto. Il Ruggente ha sentenziato: ‘Ci si ferma tutti a Cornaro’. Poche sparute dimore, uno slargo che sembra far al caso loro, ci si sceglie un angolo protetto dal vento, ancora così poco primaverile, e ognuno attinge alle provviste ben stipate nella scarsella. Quello che pensano glielo si può leggere in viso: ‘Neanche un’osteria!’. Peccatori! Affidatevi alla Provvidenza e non lamentate sempre la vostra cattiva sorte! Ecco infatti comparire una donna gentile che, tra una chiacchiera e l’altra, offre loro un bottiglione di Lambrusco, ottima medicina per riscaldare i cuori e le lingue, che si sciolgono più rapidamente. Arriva anche un tè corroborante, al sentor di arancia e frutti di bosco, preparato con cura dalla Madre della donna appena incontrata, una matrona che di mestier faceva l’ostessa e che ancor non disdegna di offrire ai Pellegrini i suoi servigi. Il rischio di piantar le tende in quello slargo è grande, anche perché la Signora Madre sarebbe capace di offrir loro anche ben altre leccornie… Ma il Ruggente inforca lo zaino, saluta e non si volta indietro… è tempo di partire.

La pioggia resta impigliata nell’aria frescolina, le nuvole sono scure e minacciose, ma nei loro cuori regna la pace e la gioia, perché il Pellegrino in cammino sa di non essere solo, può contare sulla presenza di chi fatica al suo fianco, può condividere pensieri ed emozioni, parlare e ascoltare, tacere e vivere… vivere avendo il tempo ‘giusto’ per osservare se stesso, gli altri e il mondo. Il tempo di guardarsi in volto e conoscersi, i Vecchi e i Nuovi peccatori; alcuni son giunti fin qui da terre lombarde, come le Fanciulle di Mantova e Milano, altri son Concittadini, poi ci sono il Moro di Correggio e la Bionda Guerriera, la sua slanciata compagna… tutte gambe allenate alla fatica e pronte al sacrificio.

Approdati alla Sella dei Generali, in balia di folate dispettose e immersi in un paesaggio brullo ma affascinante, ecco giungere anche l’ultimo Pellegrino, uno dei pilastri di questo gruppo di ‘assatanati’ (così benevolmente soprannominati dal Ruggente), il Vignaiolo di Parma. Purtroppo però, il Destino (tanto per non scomodar sempre la Provvidenza o il Divino) ha in serbo un’amara sorpresa e, per un Pellegrino che arriva, ce n’è un altro che parte, accidenti! La bella consorte dell’Uomo Appenninico, instancabile camminatrice da sempre abituata ad affrontare anche più ardue fatiche, questa volta, dolorante, è costretta ad abbandonare l’allegra brigata, più ferita nell’animo che nel corpo.

Il meriggio scivola via, in discesa, verso Farini e il Campeggio Le Rossane, dove, oltre a comodi giacigli, li attende un desco imbandito (altro che pasto frugale!), su cui fan bella mostra di sé due poderose bottiglie del Nostro Vignaiolo, sempre generoso e pronto a ristorar le ugole prosciugate dalla fatica. Un brindisi anche alla faccia delle funeste previsioni metereologiche, che avevano fatto rimembrar al Ruggente come nel 1369 un gruppo di peregrini ‘con numero grande di persone, con pale che spalavano la nieve, furono costrecti ritornare a rietro. E nel ritornare, alcuno morì nella nieve di freddo’!

Non si sa se la notte abbia portato buoni consigli, ma di sicuro ha portato la pioggia e il secondo giorno si apre baciato dal sole. Salutati i cordiali ospiti e rinfrancata dall’accogliente luce mattutina, la truppa riparte verso Groppallo, perché poi dovrà salir fin sopra al passo di Linguadà e puntare sul vero obiettivo, Bardi. Il Narratore si è scordato di dire che la strada, questo spazio sacro dove avvengono gli incontri, dove i viandanti si salutano e si confrontano, la strada dunque, ha regalato ai Nostri altri due compari, i cui nomi, Giacomo e Michael, e la loro bella gioventù ricordano più storie partigiane che di pellegrinaggio. Giusto loro ritrovano in sosta all’osteria del Passo di Linguadà, dove i modi bruschi della Padrona di Casa, ostessa ancora in attività, fanno presto rimpiangere quelli della ormai pensionata Matrona conosciuta a Cornaro. Ma non tutte le ciambelle escono col buco e quella del Linguadà è  riuscita proprio un po’ troppo asciutta e poco dolce!

La giornata è lunga, la salita anche! Ma i sorrisi non vengono mai offuscati dalla fatica e c’è sempre abbastanza fiato per le chiacchiere e le risate… altro che preghiere e pianti! Quando la Fortezza di Bardi si palesa alla vista, dominante la vallata, la pietra antica dei Landi è ancora illuminata dalla luce del sole, luce che presto si farà crepuscolare, per poi spegnersi e lasciare posto al buio della notte, che sussurra storie di fantasmi e apparizioni. Ma non son certo le ectoplasmatiche presenze ad interessare i Pellegrini, quanto la primaria necessità di rinfrescar li piedi e soddisfar le panze! A sfamare gli affamati ci pensano i gestori dell’Albergo-Ristornate La Baracca, allestendo una tavolaccia degna dei banchetti dei castellari!

Ed eccoci al terzo giorno di cammino e non è che il Narratore voglia tagliar corto, ma sa bene che è giusto non tediar i suoi lettori con dovizie di particolari noiosi, perché lo scopo è innanzitutto quello di dar parola allo spirito che anima codeste persone, alla schiettezza dei loro animi. Son uomini e donne che ancor aspirano alla libertà dell’attraversar luoghi con le proprie gambe, curiosi d’osservar un fiore o un paesaggio, ansiosi di incontrar le genti, di leggere le rughe dei loro volti e ascoltar le loro storie, raccontate più con gli occhi che con l’eloquio. Son uomini e donne che portano seco tutto codesto bagaglio, in giro per lo mondo, nel cuore e nello zaino!

Il terzo giorno, or dunque, porta già con sé la malinconia di quel treno che li aspetta a Borgo Val di Taro e il ciel di nuovo grigio non conforta i Nostri Pellegrini, ma neanche li spaventa! Si passa a Monastero di Gravago, si sale a le Tre Croci, si scende verso il torrente Rosta, si risale verso Osacca e  il Passo di Santa Donna (toponimo che rende onore alle Pellegrine di codesta brigata!)… Sali e scendi, scendi e sali, si fa l’ora fatal in cui si vuol tergiversare, procrastinar la fine del cammino… per questo non può mancar la sosta godereccia in quel villaggio che porta il nome di Porcigatone. Anche là dove sembra non esservi osteria, i Nostri riescono a trovar ciò che fa al caso loro, ovvero un ristorante che un tempo fu balera, animata discoteca, come ci precisa il vispo Signor Gianni, ottuagenario che rimembra il roboante passato della sua creazione, lui che visse anco nelle Americhe e che a Porcigatone volle crear il tempio dello sgambettamento ritmico, lui che oggi offre un Bargnolino fatto in casa e osserva sornione queste genti strane.

Lo spirito rallegrato, non dall’idromele ma da altrettanto alcoliche bevande, i Pellegrini inforcano nuovamente lo zaino e puntano decisi verso Borgotaro, ma le menti un poco annebbiate e troppo intenti alla chiacchiera, si accorgono di aver perduto la via maestra e tocca ritornar sui propri passi. Nulla di grave! Il Ruggente ridacchia sotto i baffi e vien il sospetto che abbia voluto menar pel naso i suoi ‘assatanati’, che comunque fan spallucce senza troppo lamentarsi. Giunti infine nella piazza del Borgo, occorre immortalar la truppa! Vien fermato un ignaro passante, che, incaricato del ritratto, vien subdolamente costretto a reiterar lo scatto, più e più volte, poiché ogni Pellegrino desia il proprio.

Il convoglio, che riporta i Pellegrini in quel di Piacenza, risuona di saluti un poco tristi, di promesse per rivedersi presto, ma ognuno viaggia assaporando ancor lo piacere dell’esperienza testè vissuta, vissuta e condivisa. E forse, anche se loro un treno arrugginito ce l’hanno, possono comunque intonar con il Nostro De Andrè: ‘Quello che non ho è un orologio avanti/per correre più in fretta e avervi più distanti/quello che non ho è un treno arrugginito/che mi riporti indietro da dove sono partito’.

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