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Kamlalaf, Elisa rientra dal Senegal con una valigia piena di ricordi IL DIARIO foto

E’ il diario degli ultimi due giorni in Senegal, quello che arriva da Elisa Vezzulli, rientrata ieri dal viaggio con l’associazione Diaspora Yoff, accompagnata da Ismaila Thioune, nell’ambito del progetto Kamlalaf

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E’ il diario degli ultimi due giorni in Senegal, quello che arriva da Elisa Vezzulli, rientrata ieri dal viaggio con l’associazione Diaspora Yoff, accompagnata da Ismaila Thioune, nell’ambito del progetto Kamlalaf. PRIMA PARTESECONDA PARTE TERZA PARTE

Venerdì 14 agosto, ore 21 – Yoff
Ci ho sperato fino all ultimo, ma ahime, è arrivato anche per me il temutissimo giorno di mal di pancia da “cambio aria, cibo” e chi più ne ha più ne metta. Cosi mi alzo dal letto niente meno che alle 17, a stomaco vuoto. Un giro in compagnia sulla spiaggia, al mercato del pesce. La comunità di pescatori di Yoff è davvero affascinante.  E poi la tappa più importante, bella e triste della giornata. Andare a salutare le mie giovani amiche e la famiglia di Ismaila. Le trovo ancora tutte li, belle e sorridenti. Mamme e bambine. Mi offrono come sempre quel the squisito che, anche se l’ho comprato e ci proveró, non mi verrà mai bene come lo fanno loro.

Le piccole cantano ancora. Letteralmente mi sopraffano. Facciamo un sacco di foto. E arrivato il momento del distacco, le barriere si rompono definitivamente e alla loro consueta stretta di mano si aggiungono dieci, cento, mille baci. Domani è l’ultimo giorno. Ma ci voglio pensare domani…

Sabato 15 agosto – Dakar
Un ultimo giro per la città di Dakar. Voglio riempire la valigia di Manghi e Madd (ho scoperto che il nome è senza la A finale) da far assaggiare in quel di Piacenza. Poi tutti al mare. L’ultimo tuffo nell’Oceano… e fa presto a ingrigirsi il cielo sopra Dakar. Un po’ come il mio umore.

Leggo un sacco di commenti al mio diario di viaggio. Mi fanno i complimenti. Non capisco per cosa. Mi fanno i complimenti per la persona che sono. Chi mi conosce sa che continueró a non capire. La persona che ha deciso di partire per questo viaggio non era una persona che se ne sentiva all’altezza, nè tanto meno una persona che credeva di essere migliore o degna, tanto da avere la presunzione di partire per portare qualcosa in Senegal. Qualcosa di europeo, conoscenze, modi e stili di vita migliori, più avanzati. Puah. La persona che ha deciso di partire per questo viaggio non l’ha fatto per portare qualcosa di buono o di “migliore” qui. Se mai l’ha fatto per il motivo opposto. Ho portato semplicemente me stessa. Un contenitore perennemente vuoto, come mi definirei.

Essere nati “dalla parte del mondo perfetta”, come ironizza J-Ax in una delle sue canzoni, con le strade pulite, la tavola ben apparecchiata, scarpe apposta per ogni occasione, wi fi e raccolta differenziata, non fa certo di noi persone migliori. Sono qui davanti al mare, vedo bambini che probabilmente stasera non ceneranno che giocano a calcio e ridono. Non smettono mai di ridere. In dieci giorni non ne ho mai visto piangere uno. Mai. Bambini che giocano con un pallone, col mare, con altri bambini. Senza niente. Nessun tipo di oggetto o giocattolo. Le bambine di Yoff si divertono semplicemente cantando.
Vedo le famiglie la sera, dopo che mogli e mariti rientrano dal proprio lavoro – che sia sotto il sole africano a vendere pesce, verdure o vestiti usati al mercato oppure acqua ai bordi delle strade o guidare il taxi o fare il commesso con l’aria condizionata, o il sarto magari; li vedo stare insieme, aspettarsi per cenare. E parlare. Tenere in braccio i propri figli e parlare con loro. Giocarci. Non c’è tv. Non c’è ipad o iphone. Eppure un sacco di comunicazione. Autentica.

Vedo le coppie di adolescenti. Oggi al mare non li ho persi di vista. E ho pianto. La coppia da parte a me, 20 anni circa entrambe. Hanno PARLATO tutto il pomeriggio, guardandosi negli occhi. Lei civettava. Lui la stuzzicava. Nessuno dei due ha mai tirato fuori un cellulare. Vedo mogli, di mariti in Europa a lavorare, rimanere fedeli e madri. Vedo mariti immigrati in Europa che lavorano 12 ore al giorno, per riuscire a comprare una piccola casa qui in Senegal, per poter tornare dalla propria famiglia. Vedo un distacco che è forza per stare insieme.

Vedo una luce negli occhi di queste persone. Vedo sorrisi, sempre, nonostante tutto. E allora penso che si, noi forse abbiamo di più. Ma abbiamo le cose sbagliate. Ed ecco allora il motivo del mio viaggio. Trovare ció che conta davvero. L’essenziale. Per diventare allora si, davvero, migliore.

16 Agosto, ore 6.30 – Aeroporto di Dakar
Una valigia. Per metterci i ricordi, gli insegnamenti di questo viaggio. Ma anche la voglia e l’emozione di tornare a casa. Come prima. Meglio di prima. Perchè nulla è costante come il cambiamento. E nulla ti cambia più di un viaggio. Perchè come dico sempre, non sono le persone a fare i viaggi, ma i viaggi a fare le persone. E che sia una settimana in Senegal o la vita, felicità non è la meta, ma il viaggio.

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