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Tra bellezze e contrasti, il viaggio di Elisa in Senegal con Kamlalaf  foto

La bellezza degli scenari naturali, la libertà della spiaggia, la fatica della vita quotidiana e della povertà, il peso della storia. Sono i contrasti che racconta Elisa Vezzulli, nel suo diario dal Senegal, dove è in viaggio con Ismaila Thioune dell’associazione Diaspora Yoff, nell’ambito del progetto Kamlalaf

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La bellezza degli scenari naturali, la libertà della spiaggia, la fatica della vita quotidiana e della povertà, il peso della storia. Sono i contrasti che racconta Elisa Vezzulli, nel suo diario dal Senegal, dove è in viaggio con Ismaila Thioune dell’associazione Diaspora Yoff, nell’ambito del progetto Kamlalaf.

Lunedi 10 agosto, ore 12.03 – Lago Retba (il Lago rosa) 
Dopo averlo contempleato per giorni su Google e dopo un’ora tra le strade trafficate di Dakar, finalmente ci siamo. Ed è rosa per davvero!
Magai, il barcaiolo più esperto, ci accompagna in un viaggio fantastico al centro delle sue acque. Ci spiega che prima l’acqua era blu e popolata di pesci. Prima pioveva di più, ci dice, tanti anni fa, e c’era un braccio di mare che sfociava nel lago, portanto sempre acqua nuova. Ma con gli anni il cielo è divenuto sempre più avido d’acqua. E ora il lago Ratba si è chiuso in se stesso. E le alghe che stanno sul suo fondale, adesso, quando il sole esce, lo trasformano in quella distesa di acqua rosa che oggi qui non riesco a smettere di fissar con la bocca aperta.

Poi c’è il sale. 380 grammi per ogni litro d’acqua. 96.000 tonnellate estratte all’anno. Uomini d’ogni dove che si dedicano a questo duro lavoro. Che si recano qui per estrarlo a mano. E rivenderlo. A noi, ad esempio, perchè possiamo riversarlo sulle nostre strade europee coperte di neve. Uomini dal Ghana, Mali, Gambia, si ricoprono di burro di karite per far fronte alle 8 ore di immersione, alla ricerca dell’oro bianco.

Gli europei al resort accanto ci fanno solo il bagno, per diletto. Che si può, sì, ma non più di 30 minuti, ci spiega sempre Magai. Il sale è davvero troppo per rimanere di piu. Allora capisco il perché del burro di Karite, per chi ha bisogno di ben più di 30 minuti. Un mondo a parte. Faticoso, duro. Ma affascinante. E quando il lavoro in acqua degli uomini finisce, inizia quello delle donne, sulla terraferma. Per ogni recipiente di sale trasportato dalla barca alle saline 0.03 cent di euro. E una conchiglia nel sacchetto per tenere il conto.

Lunedi 10 agosto, ore 18 – Yoff, spiaggia.
Mai vista così tanta gente in spiaggia. Sarà perché è libera, per tutti. Come dovrebbe essere, in fondo, no? Ci sono bancarelle dove grigliano il pesce, bancarelle che vendono manghi. E poi quelle che vendono la Madda (almeno credo di aver capito che si chiami così), un fantastico frutto arancione dal sapore aspro di cui mi sono innamorata. Zucchero a parte non ho ben capito le spezie con cui lo condiscono, ma me ne accaparro subito uno, facciamo due. L’amore più grande rimane, peró, quello per l’acqua salata. E come resistere al richiamo dell’Oceano?

Martedì 11 agosto, Isola di Gorée.
“Sono nata dove la pioggia porta ancora il profumo dell’ebano / Una terra là dove il cemento ancora non strangola il sole / Tutti dicevano che ero bella come la grande notte africana / E nei miei occhi splendeva la luna, mi chiamavano la Perla Nera…A sedici anni mi hanno venduta, un bacio a mia madre e non mi sono voltata.”

Mi viene in mente questa canzone dei Modena City Ramblers, mentre il battello mi porta all’isola di Gorèe: 400 anni, mi ripete più volte la nostra guida. Me lo ripete per tutta la durata della visita, guardandomi fisso negli occhi. E se ci pensi, fa paura. La persecuzione ebraica e i campi di sterminio. Un decennio più o meno. Decisamente di più i Gulag. Una cinquantina d’anni. Cicatrici storiche ben note a tutti.

Non già che ci siano tragedie peggiori di altre, né di più narrabili. Ma la tratta degli schiavi, la tratta di esseri umani, venduti come bestie. A essere onesti, noi bianchi sembriamo davvero averlo dimenticato. Non smette di sottolinearlo, quattrocento anni “Madame”. Quattrocento, fa segno con le dita. Vuole che almeno io me lo ricordi. Come tutti loro. “Oui, le perdon. Jamais l’oubli.”

Camminiamo nelle strade di una Gorée rinata, che pullula di turisti, ristoranti e bancarelle piene di souvenir. Una Gorée che va fiera del suo riscatto. Gorée, che significa proprio “dignità”. Gorée, proprio il nome che, per deformazione linguistica dei francesi, ha finito per diventare il nome che ancora oggi usiamo per chiamare quest’isola. Ma perchè scegliere proprio un nome simile per un luogo su cui ben poco avveniva di dignitoso?  Chiedo più volte. Non capisco. “Honneur n’est être des esclaves, honneur est avoir des esclaves”. Continuo a non capire.

Mi affaccio alla “porta del non ritorno”, alla fine della Maison des Esclaves, e le emozioni sono troppe e troppo forti per discernerle con chiarezza e metterle in riga. Penso alla vita. Alla grande fortuna che abbiamo di essere nati liberi. Ma al fatto che, nonostante quattrocentro anni, troppo spesso, ancora, ci dimentichiamo che la nostra libertà finisce la dove inizia quella dell’altro. Ci sono cose che puoi capire solo se certe esperienze le fai. Qualsiasi diario di viaggio tu possa leggere, non sarà mai la stessa cosa.

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