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Le Rubriche di PiacenzaSera - Cinema

Dal Festival di Venezia 72: “Black Mass” con Johnny Depp foto

Dal Lido di Venezia ecco le recensioni dei film presentati durante la 72esima edizione del Festival. 

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Dal Lido di Venezia, la recensione di 3 film presentati durante la manifestazione, scritta per noi da Barbara Belzini

Black Mass Fuori Concorso

La presenza di Johnny Depp, protagonista di Black Mass, fa virare sul divismo l’attenzione che merita questo film, girato da Scott Cooper di cui ricordiamo Crazy Heart con Jeff Bridges del 2009.
Tratto da un romanzo, Black Mass racconta l’ascesa del piccolo criminale irlandese Jimmy Bulger (Depp) a boss della criminalità organizzata nella South Boston degli anni ’70 e ’80, favorita dall’amicizia con l’altrettanto irlandese agente dell’FBI John Connolly (Joel Edgerton), a discapito della mafia italiana.
A parte i due protagonisti, é presente nel film una folta schiera di comprimari di livello decisamente sotto utilizzata che sembra semplicemente evocare grandi personaggi della storia del cinema recente, dalla compagna Dakota Johnson (che non è Ginger McKenna di Casinò) al funzionario dell’FBI Kevin Bacon (che non é Sean Devine di Mystic River), per non parlare di quanto appaia sprecato e sofferente Benedict Cumberbatch nel ruolo del fratello senatore che finge di non sapere e non vedere.
La struttura di Black Mass é solida, ma non aggiunge molto all’ampia filmografia del genere: siamo dalle parti di Mann e Scorsese senza avere a disposizione Mann e Scorsese.
In ogni caso, dopo tanto tempo Depp, ricoperto di cerone, calvo e con gli occhi azzurri, azzecca film e ruolo e risulta credibile.

Francofonia (Venezia 72 in concorso)
Aleksandr Sokurov prosegue coerentemente il proprio percorso registico proponendo, con “Francofonia” una ulteriore riflessione sull’arte, dopo “Arca russa” del 2002, girato all’Ermitage di San Pietroburgo in un intero piano sequenza.
Il regista utilizza alcuni personaggi storici (Napoleone), del mondo della cultura (Cechov, Tolstoj), del mondo delle arti figurative (Marianne, simbolo della Francia, la ragazza raffigurata nel famosissimo quadro di Delacroix “La libertà che guida il popolo”), per introdurre il racconto sulla storia, sulla bellezza, sull’arte, sulla gestione del potere, sulla sensibilità che ha portato il Conte Franziskus Wolff-Metternirch, funzionario nazista “custode” del patrimonio culturale dei territori occupati dalla Germania, a collaborare con  il direttore del Museo Louvre Jacques Jaujard per salvaguardare i capolavori del Louvre, trasferiti nei Castelli del sud della Francia.

I momenti migliori sono tra il materiale di repertorio, quando, nella Parigi occupata (chiamata “città aperta”, ovvero aperta all’occupazione), alcuni operatori filmano la città deserta e l’arrivo dei tedeschi. “Questi matti di francesi che continuano a filmare”, commenta Sokurov, notando qualcosa che anche Tarantino ci ha ricordato in Inglorious Basterds, ovvero che l’amore dei francesi per il cinema non si ferma neanche davanti alla guerra. Docufiction più che cinema, molto lontano dagli stilemi che conosciamo, sicuramente ostico per il pubblico, Francofonia é tra i favoriti in questa edizione del Festival di Venezia, e Sokurov, che ha vinto il Leone d’oro nel 2011 con Faust, con questo film conferma e celebra il proprio supremo disinteresse per il box Office.

Looking for Grace (Venezia 72 in concorso)

La regista australiana Sue Brooks porta in concorso un film non particolarmente originale per la storia (che si concentra sulla fuga di una adolescente e sulla reazione della famiglia di lei alla notizia) ma più interessante per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi. Utilizzando uno stilema ormai abusato, ovvero il racconto dal punto di vista dei diversi protagonisti e l’incrocio naturale delle varie storyline, la Brooks valorizza benissimo il proprio cast di attori che somigliano a, però meno belli (la figlia Odessa Young sembra una giovane Scarlett Johansson, la madre Radha Mitchel sembra Naomi Watts, il padre Richard Roxburg sembra Daniel Craig) dipingendo una famiglia realistica, imperfetta ma non traumatizzata, capace di convivere con le proprie nevrosi, desideri, segreti e bugie.

Barbara Belzini 

tw: @BarbaraBelzini

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