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Luci e ombre con “Aure”: successo ai Filodrammatici

Un capolavoro lo spettacolo “Aure” con la regia di Alessandro Serra andato in scena lunedì al Teatro Filodrammatici per il festival di teatro contemporaneo L'altra scena

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Un capolavoro lo spettacolo “Aure” con la regia di Alessandro Serra andato in scena lunedì al Teatro Filodrammatici per il festival di teatro contemporaneo L’altra scena.

Con Daria Menichetti, Chiara Michelini e Francesco Pennacchia – la Compagnia Teatropersona nata nel ’99 – “Aure” ha fatto centro. Seppur ispirato al romanzo “Alla ricerca del mondo perduto” di Marcel Proust, la parola è assente, ma così emozionante attraverso le immagini, le ombre e le luci, gli archetipi sottili, quasi impercettibili ma presenti.

Sul palco tre porte, una sedia e uno scrittoio; una domestica ottocentesca che entra ed esce dalla scena, e gli amanti di una storia. Lo spazio è ispirato ai quadri del pittore danese Vilhelm Hammershoi e i movimenti sono il fulcro della scena. I suoni sono essenziali, solo note classiche e rumori lignei.

Ma i veri protagonisti sono la luce e l’ombra: il confine tra il conscio e l’inconscio, tra la ragione e l’inconsapevolezza, tra la realtà esterna e quella interna. Al centro di tutto vi è la stanza della memoria, quasi fosse il riflesso del sonno. “Aure” pretende solo il completo abbandono all’arte e al teatro, un abbandono pervaso dal silenzio delle parole, dalla bellezza contemplativa.

Il prodotto è una relazione con il pubblico fondata sulla sensazione, ma è un’emozione fine a se stessa, una commozione concettuale. I danzatori-attori, come poli che si attraggono e si respingono, si schiudono e si abbandonano, si accarezzano ma poi fuggono. E così, attraverso la luce e i giochi di ombre e candele, lo spettatore immedesima se stesso nella scena. Ciò che ne esce è un prodotto unico, assolutamente libero, originale.

I danzatori, la cui formazione si focalizza sullo studio dei principi della biomeccanica, sul teatro corporeo e sulle azioni fisiche di Grotowski, sembrano marionette, manichini leggiadri ma allo stesso tempo schizofrenici corpi che impazziscono. E così, mentre un corpo si sveste e scivola via in una porta, la luce fa capolino e sparisce anch’essa.

Sicuramente l’assenza di un filo narrativo spiazza lo spettatore che attende un racconto, ma quando dimentica tutto e osserva, plasma da solo la storia, quella delle proprie riflessioni. E così i gesti si mischiano, i movimenti si intrecciano fino allo spegnersi dell’ultima candela. Poi, lunghi minuti di applausi.

Valentina Barbieri

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