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Le Rubriche di PiacenzaSera - Le Recensioni CJ

The Chemical Brothers, la recensione di CJ

Furono con i Prodigy  i maetsri della musica dance/techno – il cosiddetto Big Beat - tanto in voga nei club inglesi negli anni Novanta. Ma mentre i Prodigy si sono ormai ridotti a scimmiottare loro stessi senza nemmeno averne troppa voglia

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THE CHEMICAL BROTHERS
Born in the echoes 2015

 
Furono con i Prodigy  i maetsri della musica dance/techno – il cosiddetto Big Beat – tanto in voga nei club inglesi negli anni Novanta. Ma mentre i Prodigy si sono ormai ridotti a scimmiottare loro stessi senza nemmeno averne troppa voglia, il duo dei fratelloni chimici (al secolo: Ed Simons e Tom Rowlands) continuano a divertirsi. Magari non hanno più il fisico per le anfetamine e i rave notturni alla Hacienda, ma in compenso hanno acquisito mestiere e saggezza.

In “Born in the echoes”, che segue di cinque anni l’apprezzato “Further”,  c’è – inutile negarlo – la loro indole smaccatamente tamarra (il singolo “Go”, l’iniziale “Sometimes I fell so diverted” e “EML”, decisamente la più riuscita del lotto), ci sono i proluvi di tastieroni e gli effetti speciali, c’è l’eco nostalgico per gli anni della Cool Britain.

E ci sono le consuete collaborazioni, a un livello assai più alto rispetto – ad esempio – agli Week’nd, che per il loro “Beauty behind the madness” hanno chiamato Lana del Rey ed Ed Sheeran, gente da classifica: qui ci sono Q-Tip degli A Tribe Called Quest e la cantautrice Cate Le Bon, ma spiccano i featuring di Beck (“Wide open”, dalla quale ci si poteva aspettare di più…) e St Vincent (nella gotica “Under the neon lights”: “And she moves to suicide / In and under neon lights”).
Ma cercate bene. Troverete la trama orientale di “I’ll see you there” (tra i Kasabian e “Tomorrow never knows”), lo strumentale “Reflexion” che è il seguito ideale di “Swoon” e infine la gemma psichedelica “Radiate”, un lento tanto inconsueto quanto prezioso, che pare un omaggio ai primi Pink Floyd.
 
Giovanni Battista Menzani
@GiovanniMenzani

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