Francigena, da Villafranca a Pieve San Lorenzo. Il diario della quinta tappa  foto

Il diario di viaggio della quints tappa della Via Francigena interna appenninica scritto da Mara Pedrazzini

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QUINTA TAPPA della Via Francigena interna appenninica: DA VILLAFRANCA A PIEVE SAN LORENZO – 26-27 Settembre 2015

Diario di viaggio di Mara Pedrazzini (nelle foto alcuni dei momenti della marcia)

Zaini, pedule, cuori e pensieri son nuovamente chiamati a raccolta per proseguir lo viaggio verso Lucca e il Volto Santo (che si fa un poco meno Santo, a sentirsi nominar invano, ad ogni piè sospinto, dagli irriverenti Pellegrini).

Vetusti e novelli compagni di ventura, attendon paciosi il Ruggente Ruggero, che con bordone e scarsella farà nuovamente da guida lungo le antiche mulattiere della Lunigiana. Ad aspettarli a Villafranca c’è il giovin Ligure Apuano, che di nome fa Oreste e che insieme al Ruggente ha pugnato tenacemente contro le frasche de li boschi, innocenti invasori, per ritrovar la via un tempo percorsa dai Pellegrini e da chi teneva commerci fino a lo mare. Ma l’ora si fa tarda, la rotaia non aspetta e ancor non compaiono bordone e scarsella…

Ruggente dove sei? Il fato ostile ha voluto che il Nostro, con le terga del suo destriero motorizzato, sia finito dentro un fossato a far compagnia a le ranocchie! Ingresso trionfale rovinato, ma niente paura: è in arrivo il Cavalier Silente con i lasciapassare per l’amico capotreno… troppo tardi! In quel mentre la locomotiva se ne va… Necessita una partenza ritardata! Un poco scoraggiati ma ancora saldi, i Pellegrini, aiutati dal piede svelto ed allenato, non si lasciano sfuggir le successive coincidenze e giungono finalmente in quel di Villafranca.

Quando finalmente irrompe in scena anche il Ruggente (animo e corpo neanche minimamente scalfiti dal rovinoso risveglio), non c’è più tempo per i convenevoli, urge recuperar lo tempo perduto: subito in marcia verso Virgoletta e Castiglione del Terziere!

Lo camminar di codesti piedi peregrini è gioioso e leggero, il loro calpestio risuona sugli antichi selciati dei piccoli borghi che attraversano, così come il loro chiacchiericcio si perde tra le fronde degli alberi, si spande nell’aere come dolce melodia… almeno per le orecchie del Narratore! Gli Apuani Liguri, che vivono in codesti luoghi, sono più stupiti che estasiati dal loro musical trottamento e certo non son da meno gli abitanti del bosco, poco avvezzi a codeste ridanciane sonorità.

Oreste, barbuto e paziente compagno di ventura di codesta truppa, è un po’ il Virgilio che accompagna i suoi Alighieri fin sulla cima del Monte del Purgatorio (i Nostri l’Inferno l’han scampato, ma la carne è debole e un piede in fallo può costar loro un penoso capitombolo in qualche girone infernale, con molta probabilità quello dei Golosi!).

Conta loro dei Malaspina e dei Bosi, dei loro traffici e dei loro amori, spiega che la Lunigiana era terra ambita e che ivi sorsero molti manieri, come quelli di Monti e di Pontebosio… Quale piacere nel poter toccar la pietra silente ma piena di vita, testimone di tempi che furono, abitata e calpestata da le genti antiche, di cui accolse voci e sentimenti, sudore e lacrime, cassa di risonanza per grida di dolore e di gioia, capace di serbar il rosso del sangue come quello del tramonto… La pietra sussurra all’orecchio che a lei si tende!

Il Ruggente non dà tregua ai suoi compari, ha fretta di raggiungere Moncigoli prima del calar del sole, ma, a dire il vero, l’affanno suo è di giunger per tempo affinché l’oste, che ospiterà la truppa penitente, possa rifocillar le pance vuote e le gole arse. Nessuno resterà deluso! Giunti al Bardellino, locanda sorta là dove un tempo fu lo podere de li Conti Jacopetti Danesi, al cospetto del profilo severo delle Alpi Apuane, i Nostri trovano comodi giacigli, ma soprattutto (come sempre!!) un desco carico di prelibatezze di codesti luoghi, a partir da sgabei e panigacci.

E ahimè li Penitenti, invece di purificar lo corpo e il core, non disdegnano di sollazzarsi, resi ancora più allegri dal nettare violaceo, che l’oste spreme dalla sue proprie uve.

La notte fa tutto inchiostro, di nero avvolge le sagome del Pizzo d’Uccello e del Pisanino, non è più tempo di lucciole, ma non manca qualche stella da salutar prima di andarsi a coricare. Orsù dunque Pellegrini, posate le gote sui guanciali, coprite li piedi stracchi e lasciate che Orfeo vi faccia dono di quel sonno ristoratore, che cala il sipario sulle pene quotidiane e lascia vagar le menti ne lo mondo effimero del sogno, dove le paure e i desideri si confondono.

L’Alba ha già ripiegato le sue vesti rosate, quando tutti hanno di nuovo inforcato gli zaini ed Oreste, solerte Virgilio, è giunto a spronar la compagnia. È tempo di posar lo sguardo su Fivizzano, la Firenze della Lunigiana, che diede i natali a quel Jacopo da Fivizzano, colui che fu tra i primi ad approcciar la stampa con i caratteri mobili, battendo sul tempo i compari suoi che abitavano al di là degli italici confini.

Oreste narra e cerca di guidar gli sguardi agli angoli di codesta Piazza Medicea, che forse volle proprio il Granduca Cosimo III, li accompagna lungo i vicoli angusti ancor fedeli agli antichi acciottolati, fin dove affacciano sugli ‘orti’, là dove i Pescia ardentemente vollero un lavoro agricolo non più di sussistenza, ma capace di sfamar le bocche cittadine e di rinvigorir li commerci.

Tanti sono i secoli di storia che si dovrebbero raccontar delle pietre di Fivizzano, come quelle di Turlago dove i Pellegrini giungono dopo aver lottato contro le spine dei rovi e i tronchi caduti, tenaci guardiani di passaggi dimenticati. Ante tempo, prima di guidar li piedi peregrini dei compari, il Ruggente ed Oreste sono andati riscoprendo le vie, a furia di faticar tra la boscaglia, imboccando false piste e dovendo tornar spesso sui loro passi.

Proprio a Turlago, dopo aver furtivamente raccattato dal terreno qualche pomo caduto (il Narratore giura solennemente che nulla fu colto dall’albero stesso!), i Nostri sostano all’ombra dei castagni, accanto al sagrato della Chiesa romanica di San Felice. Poiché l’omo è cacciatore ma ancor prima raccoglitore, qualche ardita fanciulla (si dice la pecca ma non lo peccatore) si lascia tentar dai ricci dischiusi dei castagni e aiuta il dolce frutto a liberarsi delle spine, per poi riporlo in quelle scarselle alleggerite lungo il cammino. E tutto ciò al cospetto di quel tempio divino che dovrebbe ricordar loro lo scopo di codesto peregrinar verso il Volto Santo!

Da lì al grazioso borgo di Reusa e fino a Pieve San Lorenzo il tempo corre veloce, ma senza fatica alcuna, lo testimonia l’allegro vociare dei Pellegrini, che non disdegnano d’arrestar la corsa per far parola con le genti del posto. Uomini e donne che la città non è riuscita a richiamar seco, fedeli invece al richiamo ancestrale di  codeste terre, non sempre facili e generose, che han curvato schiene, solcato visi di rughe e indurito di calli le mani.

A Pieve San Lorenzo li attende nuovamente la rotaia, che ancora una volta li riporterà ai loro focolari, ripercorrerà a ritroso il corso dei loro passi e dei loro pensieri. C’è tempo per rinfrescar le ugole assetate e per ritrovar le giovanili attitudini grazie a uno scalcinato marchingegno, che di nome fa Biliardino o Calcio Balilla, ricordo di meriggi all’oratorio infocati di passione.

C’è tempo per raccoglier le idee e, una volta in viaggio, di osservar lo cielo che prima avvampa e poi scurisce, portando seco la leggerezza del giorno, lasciando incalzar la malinconia dell’imbrunire.

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