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La salute delle nostre banche (e dei nostri risparmi) La nuova pillola di Economia

Sempre più spesso quando si parla di “Banche”, anche semplicemente al bar, gli animi si accedono e chiunque si sente autorizzato a dire la propria, spesso raccontando all’interlocutore una propria esperienza negativa

Nuovo appuntamento con le “Pillole di Economia”, la rubrica curata da Mauro Peveri su PiacenzaSera.it. Questa volta il tema sono le banche e il sistema del credito in Italia

Le ultime vicende riguardanti gli Istituti di Credito italiani commissariati (Banca Marche, Banca dell’Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara, Cr di Chieti), in “odore” di fallimento (Liquidazione coatta amministrativa), con il rischio che gli azionisti, gli obbligazionisti e i correntisti, che hanno depositato più di 100.000 euro (vedi riforma bail-in), vedano sfumare i loro risparmi, mi spingono a fare le seguenti riflessioni sul sistema del credito in Italia.

Sempre più spesso quando si parla di “Banche”, anche semplicemente al bar, gli animi si accedono e chiunque si sente autorizzato a dire la propria, spesso raccontando all’interlocutore una propria esperienza negativa: dalla richiesta di finanziamento negato, al costo esorbitante delle operazioni, all’opacità dei criteri con cui sono erogati i prestiti.

Lo scollamento registrato tra l’istituzione “Banca” e la società è determinato da ragioni che potremmo definire esterne e interne.

Fino alla fine degli anni ’70 la “Banca” godeva di un prestigio come poche altre Istituzioni: chi ci lavorava era considerato una persona speciale e aveva una serie di privilegi, tra cui lo stipendio, nessuno, tranne alcuni casi eclatanti (Banco Ambrosiano di Calvi e la Banca Privata Finanziaria di Michele Sindona), dubitava della sicurezza dei propri risparmi depositati o del valore delle azioni/quote sottoscritte.

Il rapporto tra le “Banche” e la clientela era improntato alla fiducia reciproca, i banchieri erano persone rispettabili e spesso formavano la classe dirigente di punta e illuminata delle comunità.

La Banca d’Italia, organo deputato al controllo delle Banche, era l’Istituzione economica più rispettata del Paese, come dimostra l’infinita serie di suoi funzionari che sono diventati ministri e, in alcuni casi, Presidenti del Consiglio. Alcuni dei suoi ex Governatori (Carli, Ciampi) erano talmente stimati che il loro peso internazionale era addirittura superiore a quello che avevano in italia.

Questo stato idilliaco delle cose aveva però dentro di se i germi del futuro disamoramento, di cui oggi possiamo misurare facilmente gli effetti negativi.

Per trent’anni l’economia del nostro Paese è cresciuta per cui tutto era più facile, non solo fare gli imprenditori, i professionisti o gli amministratori pubblici ma anche, ovviamente, dirigere e gestire una Banca.

Questo stato di cose ha fatto pensare, in modo miope, che la nostra società fosse destinata a uno sviluppo senza limiti, per cui il modello tipo della Banca italiana andava bene così ed era inutile apportare cambiamenti sostanziali.

Il mondo però nel frattempo stava cambiando: da un’economia provinciale e comunque di prima industrializzazione degli anni ’60, in cui i redditi e i consumi erano crescenti, con un sistema creditizio costituito da piccole o medie Banche controllate dallo Stato, che operavano in un regime di semi-monopolio, si è passati negli anni ’80-’90 a un’economia globalizzata in cui il mercato del credito è stato liberalizzato e la Banca d’Italia privatizzata è stata separata dallo Stato (forse l’errore più grande della politica economica degli ultimi 30 anni se consideriamo che Banca d’Italia non avendo più il compito di acquistare i titoli di Stato invenduti fece esplodere i tassi dei titoli di stato con conseguenze disastrose per il debito pubblico di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze).

La liberalizzazione del mercato ha avvantaggiato le Banche straniere che avendo dimensioni multinazionali hanno potuto fare affidamento su strumenti professionali ed economie di scala irraggiungibili per i nostri Istituti di credito e ha fatto emergere le inefficienze di un sistema “protetto” costituito da Istituti impreparati a reggere la concorrenza straniera. Una parte dei banchieri “italiani”, per adeguarsi a questo nuovo mercato ha ritenuto che sarebbe stato sufficiente modificare la struttura delle proprie Banche adeguando semplicemente la loro dimensione a quelle degli Istituti internazionali per continuare a prosperare.

Questa corsa alla crescita a tutti i costi è stata adottata seguendo tre linee guida diverse:

• la crescita Interna grazie all’aumento del prestiti, che, in alcuni casi, hanno superato il 100 % dei depositi (molti anni prima il loro peso dei prestiti sui depositi era di poco superiore al 60%),

• la crescita esterna attraverso l’apertura o l’acquisizione di nuovi sportelli, le acquisizioni di altri Istituti di credito nazionali e internazionali,

• una proliferazione incontrollata di nuovi Istituti di credito a carattere locale, spesso sottocapitalizzati e privi dei requisiti manageriali necessari.

Questo nuovo modello di sviluppo ha creato più problemi di quanti ne abbia risolti.

Il sistema del credito invece di rincorrere modelli dimensionali diversi ai quali gli Istituti di credito locali non erano patrimonialmente e managerialmente preparati avrebbe avuto bisogno di una profonda ristrutturazione interna: aumento dell’efficienza, taglio dei costi e fusioni vere.

Spesso inoltre le fusioni e acquisizioni realizzate si sono scontrate con l’inadeguatezza culturale o peggio, in diversi casi, la corruzione delle persone scelte per governare gli Istituti di credito, i quali, a volte, hanno usato queste operazioni per fare i propri affari e quelli dei propri amici o semplicemente per aumentare il proprio potere personale.

Pochi banchieri hanno compreso la rivoluzione digitale che ha investito il rapporto cliente / Banca e che ha modificato radicalmente il sistema tradizionale degli sportelli (nell’ultimo anno credo di essere andato in Banca non più di 1/ 2 volte).

A questo proposito segnalo che fino a 5/6 anni fa tutte le Banche rincorrevano l’acquisizione o l’apertura di nuovi sportelli, naturalmente in nuovi territori dove già c’era una concorrenza elevatissima, senza un concreto business plan che indicasse loro i costi e ricavi di quelle nuove unità.

Questa politica era ovviamente in linea con il desiderio di una parte dei Banchieri di far assumere alla propria Banca una dimensione superiore, indipendentemente dal fatto che la crescita programmata fosse omogenea e si traducesse in superiori risultati economici ma, più spesso, avendo come unico obiettivo quello di aumentare il proprio prestigio personale e il proprio potere, anche di visibilità, all’interno della propria comunità.

Pochi Banchieri si sono posti il problema se il proprio Istituto avesse al suo interno le risorse manageriali necessarie per gestire un processo di sviluppo così costoso e complesso.

Se dunque esternamente gli Istituti di credito hanno rincorso in modo dissennato la crescita dimensionale, internamente il modello di sviluppo ha convinto i Banchieri ad aumentare i prestiti alle imprese e ai privati, considerando che fosse fondamentale aumentare il “margine d’interesse” (semplificando la differenza tra i ricavi per interessi sui prestiti e gli interessi concessi sui depositi), magari senza preoccuparsi troppo della capacità delle persone e delle imprese di restituire i prestiti ricevuti; tutti facevano affidamento sul principio che il Pil sarebbe cresciuto all’infinito e così il valore delle case e dunque la capacità di rimborso dei soggetti affidati.

Mentre questo modello di sviluppo inadeguato stava imperversando nel 2008 è arrivata la “crisi”.

Le aziende non sono state in grado di restituire i prestiti ricevuti e le persone fisiche, che hanno perso il posto di lavoro, non hanno rimborsato il mutuo sottoscritto per acquistare la casa di proprietà. Le Banche hanno dunque registrato un aumento eccezionale dei crediti in sofferenza (crediti in parte inesigibili). Alcune Banche straniere sono fallite (Leman Brothers, Banche Islandesi) e molte altre hanno chiesto aiuto ai Governi, che hanno ripianato le loro perdite con centinaia di milioni di euro di soldi pubblici (Banche Francesi, americane, Inglesi, tedesche).

In Italia invece non si è intervenuti (mi ricordo ancora le interviste di qualche anno fa a Tremonti ministro dell’economia e a Fazio Governatore della Banca d’Italia) facendo passare il messaggio che i nostri Istituti, anche per il loro presunto “provincialismo”, non avevano bisogno di capitali perché non avevano speculato su “derivati” e “mutui subprime” considerati la causa della crisi del sistema bancario europeo e mondiale.

Oggi però questa illusione è finita e gli errori di valutazione e di gestione di un’intera classe dirigente si stanno palesando in tutta la loro crudezza.

La BCE ha calcolato che le sofferenze (i crediti – prestiti – inesigibili), al lordo delle svalutazioni effettuate, del sistema bancario italiano “veleggiano” intorno ai 200 miliardi di euro, e sono in costante aumento, e si avvicinano in modo preoccupante al patrimonio netto contabile (le attività meno i debiti) delle Banche italiane, che possiamo stimare in un valore di poco superiore ai 200 miliardi di euro.

Se consideriamo che solo la metà di questi crediti, cosiddetti non performing (cioè crediti che hanno problemi di esigibilità), è stata coperta da accantonamenti contabilizzati nei bilanci delle Banche italiane possiamo facilmente capire come il loro Patrimonio reale, al netto delle perdite su crediti non ancora contabilizzate, nonostante le garanzie dei debitori, sia in diversi casi assolutamente insufficiente per costituire una garanzia sufficiente per i correntisti che hanno depositati la loro liquidità sui conti correnti.

Considerando che il “buco” di bilancio calcolato da alcuni osservatori per i soli Istituti di credito in crisi dichiarata (Banca Marche, Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara e CR Chieti), è quantificato in circa 10 miliardi di euro è logico che il Governo stia cercando una soluzione a questo spinoso problema.

Le due soluzioni previste sono:

• la creazione di una bad bank: società cui conferire i crediti in sofferenza, magari trovando un modo per evitare che il loro trasferimento avvenga a valori troppo bassi, operazione che altrimenti farebbe emergere perdite insostenibili per i già risicati patrimoni degli Istituti di credito;

• facendo acquistare le Banche in difficoltà dall’istituto che garantisce i depositi, anch’esso a sua volta di proprietà del sistema bancario.

Entrambe le soluzioni non piacciono alla UE che considera tali interventi un aiuto di Stato oggi proibito ma di cui, negli anni passati, hanno beneficiato tutte le banche europee.

Ma qual è la situazione patrimoniale degli Istituti di credito locali?

La nostra Provincia, esaminando i bilanci approvati e depositati (2014) dei due più importanti Istituti di credito su Piazza: la Banca di Piacenza e Cariparma, sembra aver meno problemi di altri territori vicini.

Gli indici universalmente utilizzati per verificare la solidità patrimoniale delle Banche sembrano confermare l’affermazione precedente:
 

  Banca di Piacenza
2014
Cariparma
2014
Risultati delle banche italiane Parametri BCE
CET1 Ratio^ 18,3%° 11,2%° 11,1% 8%*
Total Capital Ratio^ 18,6%° 13,5%° 14,1% n.d
sofferenze nette / impieghi netti^ 3,15%° 7,1%° 11% n.d

^ Legenda indici: i primi due indici + sono alti + la Banca è solida, mentre per il terzo vale naturalmente il contrario.
° fonte bilancio 2014
* aumentato da BCE al 10,5% nel 2015.

Gli indici evidenziano come Banca di Piacenza e in misura minore Cariparma registrino una solidità patrimoniale molto superiore alla media delle Banche nazionali e a quella richiesta dai parametri BCE.

Il buon rating delle due Banche esaminate potrebbe avere le seguenti motivazioni:

In via preliminare occorre considerare che le imprese ma soprattutto le famiglie che risiedono nei territori in cui operano le due Banche hanno sicuramente una situazione patrimoniale e finanziaria migliore della media nazionale come dimostra l’indice dei depositi pro capite per cui Piacenza in tutte le statistiche nazionali e sempre ai primi posti.

In modo più analitico bisogna poi ricordare che la Banca di Piacenza ha puntato tutto sulla sua specificità di Banca Locale, rinunciando a qualsiasi ipotesi di aggregazione o trasformazione in Spa, e per questo, in passato, è stata molto criticata avendo privilegiato e rafforzato la propria connotazione di Banca del territorio. Questa scelta sembra invece essere stata vincente.

Se infatti i suoi costi di gestione hanno un’incidenza sicuramente maggiore di quella di Istituti di grandi dimensioni  la Banca gode di una importante capacità di presidiare, monitorare e conoscere il territorio in cui opera limitando in questo modo, probabilmente, il rischio di finanziare grandi operazioni o società / Gruppi di grandi dimensioni, la cui crisi ha prodotto percentualmente il maggior valore di sofferenze bancarie.

Nello stesso tempo la presenza e conoscenza del territorio le ha consentito di conservare la fiducia dei correntisti che appunto vivono e lavorano nella stessa Provincia.

Cariparma, pur facendo parte di un gruppo internazionale (la proprietà è del Gruppo francese Credit Agricole), ha probabilmente cercato di sfruttare sia la sua specificità di Banca del territorio (nasce infatti dall’aggregazione delle Casse di Risparmio delle Province di Parma e Piacenza) sia il travaso di prodotti e conoscenze manageriali di un grande gruppo internazionale.

Vorrei infine concludere questo esame, affermando che i problemi del settore non potranno certo essere risolti con una semplice modifica della Governance delle Banche Popolari (vedi riforma delle Banche Popolari che ha individuato nel voto “capitario” – cioè ogni socio ha diritto ad un voto indipendentemente dal numero di azioni posseduto – il problema dei problemi) ma semmai modificando la modalità di selezione e le qualità professionali della classe dirigente chiamata a governare e controllare gli Istituti di credito.

E’ chiaro che il futuro è incerto per tutti e 200 miliardi di euro di sofferenze sono un problema che il Governo in qualche modo dovrà affrontare per evitare che il sistema del credito italiano imploda, inopinatamente, quando gli Istituti degli altri Paesi hanno superato il momento più critico.

La soluzione, nonostante la nota fantasia italica, non può che essere l’intervento diretto o indiretto dello Stato per evitare quanto successo nel settore delle imprese e cioè che le Banche straniere si comprino per “quattro soldi” l’intero sistema del credito per poi magari investire i corposi depositi degli italiani all’estero, operazione che provocherebbe nel nostro Paese e nei nostri territori una crisi di sistema senza ritorno.

 

 

Mauro Peveri
mauro.peveri@gmail.com

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