“Inferno”, la Divina Commedia di Piacenza si presenta al Melville foto

Giovedì 10 dicembre, ore 21 – Presentazione di “Inferno – La Divina Commedia arriva anche a Piacenza” a cura di Gabriele Dadati e Giovanni Battista Menzani (ed. Officine Gutenberg).

Giovedì 10 dicembre, ore 21 – Presentazione di “Inferno – La Divina Commedia arriva anche a Piacenza” a cura di Gabriele Dadati e Giovanni Battista Menzani (ed. Officine Gutenberg).

Brindisi offerto da Claudio Minò.

La Piacenza in cui viviamo tutti i giorni non è l’unica che esiste. Anzi: non è neppure quella in cui siamo destinati a trascorrere più tempo. Ce ne sono infatti altre tre che ci attendono nel per sempre che sta dopo la morte. Una infernale, una purgatoriale, una paradisiaca. Esattamente uguali a quella terrestre, ma sottoposte a tutt’altre regole.

Della prima di quelle tre città si racconta nelle pagine di questo libro. A percorrerne le strade è un Peccatore che in sogno, poco prima di morire, viene accompagnato per mano da un Agente Infernale. Scopo della perlustrazione è permettergli di compiere una scelta. Come tanti di noi – come quasi tutti noi – è stato un peccatore mediocre, che ne ha fatte di tutti i tipi. È stato un po’ ignavo e un po’ fraudolento, un po’ lussurioso e un po’ seminatore di discordia. Per non dire delle sue modeste prove come ladruncolo e le ire (oggi le si chiamano: incazzature) che l’hanno agitato più volte. Così gli è data la possibilità di scegliere. Dove prenderà alloggio per essere punito per l’eternità?

Insieme a lui, anche noialtri peccator…, ehm, lettori, abbiamo la possibilità di sbirciare cosa accade nella Piacenza infernale. Casomai ci tocchi, un giorno o l’altro.

Gli autori dei canti: Emanuela Albanese, Marina Bacchiani, Brunello Buonocore, Paola Cerri, Pietro Chiappelloni, Gabriele Dadati, Melania Dadati, Chiara Ferrari, Marco Ferrari, Domenico Ferrari Cesena, Francesco Ferri, Filippo Fornari, Nicoletta Livelli, Cristina Longinotti, Piera Marchioni, Giovanni Battista Menzani, Marco Murgia, Arianna Seminara, Claudio Sesenna, Barbara Tagliaferri, Ottavio Torresendi. 

Pubblichiamo di seguito il testo integrale del Canto dei suicidi e dei Scialacquatori di Marco Ferrari

Sale la nebbia.
 
Silenziosa e calma, l’acqua scorre
fredda, lenta, veloce e bagnata;
profonda esattamente quanto volle
 
il Padrone della Terra Infuocata.
E non si tratta dell’Acheronte,
o del Cocito dall’acqua ghiacciata;
 
non dello Stige o del Flegetonte,
ma del Po, detto anche Eridano.
Sopra di esso sorge un ponte
 
(simile a quello tra Piacenza e il Lodigiano,
famoso per le innumerevoli morti
di chi si gettava nel rivo padano).
 
È il luogo infernale degli animi contorti
di chi, avendo perso la speranza e magari anche l’amore,
risponde “La vita!” alla domanda “Cosa non sopporti?”
 
Sedute, tra le anime ricolme di dolore,
alcune di esse ancor tentano di uccidersi
cercando, inutilmente, di strapparsi il cuore.
 
I fantasmi, infatti, son dal sol riarsi,
l’afa e le zanzare tormentan la loro pelle sudata
ma, quando dal ponte tentano di buttarsi,
 
la loro gamba, ad elastici legata,
non permette loro di farla finita,
cosicché rimpiangon la vita sprecata.
 
Una volta, un’anima dalla noia colpita
(siccome l’eternità a volte è un po’ lunghetta)
raccontò ad un passante la propria vita:
 
“Io son nato a Pian della Capretta
(all’età di zero anni, o così mi sembra)
in una enorme e magnifica casetta.
 
Avevo un buon udito e forti membra:
per questo divenni cacciatore di mammuth,
se la mia mente ancor ben rimembra.
 
Chi cucinava poi quei bestioni? La mia compagna Ruth,
che adorava maciullarne le budella
quasi quanto odiava gli halibut.
 
Lei era incredibilmente bella
e per questo desiderata dal capotribù
il quale, per lei, perse le cervella.”
 
Ma in quell’istante arrivò Belzebù,
fissò il narratore con sguardo torvo
e disse: “Papè Satan, Papè Satan Aleppù!”
 
Di conseguenza, il demone si trasformò in corvo,
sbatté le ali e volò via; quindi esplose.
Il narratore continuò: “Ah, giusto, io sono Giorvo!”
 
“Io sono Apicio”, l’altro rispose,
“Ma non fermarti, prosegui nel racconto!”
“Certo. Il capotribù le portò molte rose
 
(gliene portò così tante che presto persi il conto)
e le disse che sarebbe stato un compagno favoloso.
Ma Ruth amava solo me, non quel tonto;
 
quando lui se ne accorse, divenne furioso
e ci scacciò dalla tribù dove eravamo nati,
costringendoci a vivere nel Bosco Nebbioso.
 
Qui, per evitare di venire sbranati
da una tigre dai denti a sciabola o da un lupo,
costruimmo un rifugio, appena arrivati,
 
vicino all’orlo di un dirupo.
E, sebbene pensassi “Non potrebbe andare peggio”,
presto tutto sarebbe stato più cupo.
 
Perché, dopo aver costruito uno strano aggeggio
che decisi poi di chiamare “arpa”,
mi misi, senza nessun motivo, a suonare un arpeggio.
 
E, mentre Ruth cucinava una carpa,
sentendo la melodia si mise a cantare,
attirando l’attenzione della vicina tribù dei Siarpa
 
la cui migliore cantante fa davvero vomitare.
Innamorati della voce di Ruth, la rapirono
e la portarono nel loro villaggio in riva al mare.
 
I miei piani per liberarla presto fallirono
Perché mi scoprirono e fui catturato:
comunque mi andò bene, perché capirono
 
che se mi avessero ucciso e squartato
– come avevano deciso all’inizio –
solo un cadavere avrebbero guadagnato.
 
Quindi lo stregone decise il mio supplizio:
sarei stato per un po’ suo schiavo,
almeno fino al successivo solstizio.
 
Per lo stregone spesso l’arpa suonavo
– la mia musica sembrava piacergli –
e, con le mie note, lo incantavo.
 
Spesso mi accompagnava con due sonagli,
un tamburello o altre percussioni
(che coprivano eventuali sbagli).
 
Durante le mie esibizioni
Pensavo a cosa avrei fatto dopo la schiavitù
(senza farmi troppe illusioni).
 
Forse, avrei continuato a intrattenere la tribù
con i miei arpeggi e la mia musica;
come arpista, sarei migliorato sempre di più.
 
Ma Gadolina, strega diabolica
(nonché studiosa dei vasi sanguigni),
si convinse di aver trovato la mia vena artistica;
 
volle averla per sé e, a causa di questi pensieri maligni,
tentò di estrarmela interamente
utilizzando pinze, coltelli e strani ordigni,
 
Io, quando lo capii, la fermai prontamente
ma lei si piantò un coltello nel petto.
E non mi bastò giurare di non aver fatto niente:
 
tutti pensavano che avessi ucciso per diletto,
come se fossi stato un pazzo maniaco assassino,
o qualcuno che ha perduto il ben dell’intelletto.
 
“Sangue per sangue: è questo il tuo destino”,
disse il giudice con aria severa,
“e non ci limiteremo a schiacciarti il piedino”.
 
Tutta colpa di Gadolina, quella megera!
E non solo mi condannarono a morte:
presero mia moglie e la fecero prigioniera.
 
Quindi la uccisero, quelle menti distorte!
E, quando mi portarono la sua testa,
decisi che non avrei subito la stessa sorte.
 
Fui conquistato da un’idea funesta:
mi sarei ucciso da solo, per toglier loro la soddisfazione
di vedere il mio cranio in una cesta.
 
La notte prima della mia decapitazione
vi fu una tempesta furiosa e selvaggia.
Dalla tenda dov’ero rinchiuso, sporsi un bastone
 
che avevo, qualche giorno prima, trovato sulla spiaggia:
un fulmine lo colpì e squarciò la tenda.
Io arsi vivo – le mie fiamme nella pioggia –
 
la mia carne bruciava, una sofferenza tremenda.
Il tuono svegliò tutti e coprì le mie urla.
E fu così che si concluse la mia umana vicenda.
 
Questa è la mia storia, e non si tratta di una burla:
è andata in questo modo, è così che sono morto;
non l’ho esagerata e non ho cercato di ridurla.
 
A quei tempi, non mi rendevo conto che non sarei risorto;
che, da morto, tale sarei rimasto in eterno;
ma ora sono qui, nel dolore e nello sconforto,
 
seduto, per sempre, su un ponte dell’Inferno.”
Giorvo si fermò, sospirò e chiuse gli occhi;
ripensò all’Era Glaciale: un interminabile inverno,
 
i mammuth, le pellicce, le lance e i pidocchi.
Poi Giorvo chiese ad Apicio: “Raccontami del tuo suicidio.”
E lui: “Mangiavo di tutto: dai pappagalli agli gnocchi.
 
Vissi nella Roma imperiale, ai tempi di Orazio e di Ovidio.
Ero un gastronomo, e adoravo organizzare lussuosi banchetti,
nei quali sperperai tutto il mio denaro.  Fu Egidio,
 
mio grande amico, a dirmelo: “I tuoi gustosi manicaretti
presto saranno solo un ricordo. Sei troppo povero,
ormai puoi permetterti solo scarti di calamaretti,
 
o budella e occhi di tonno, o gusci di gambero!
Dimentica i pavoni e le lingue di usignolo,
i talloni di cammello e i piedini di facocero.
 
Apicio, amico mio, ormai resta solo il picciolo
della gran mela che fu la tua ricchezza.”
Dopo queste parole, il mio morale finì sottosuolo;
 
decisi che, pur di non vivere nella squallidezza
di una vita senza nessun banchetto lussuoso,
mi sarei ucciso ingoiando un’ultima prelibatezza:
 
quella sera, bevvi tre bicchieri di un delizioso liquore velenoso
che mi preparai personalmente: in un istante,
caddi a terra sbavando, con un tonfo fragoroso.
 
E fu così che morii. Proprio come aveva scritto Dante,
suicidi e scialacquatori stanno nello stesso girone infernale:
io sono qui per entrambe le colpe.  Non è allucinante?”
 
Terminò così la storia del gastronomo imperiale.
Giorvo, all’improvviso, fu travolto dalla rabbia:
“Come hai potuto suicidarti per un motivo così banale?
 
Hai preso la tua vita e l’hai gettata via, come fosse sabbia.
Perché hai sprecato la tua esistenza in questa maniera?
Stupido idiota! Cos’avevi nel cervello, la scabbia?”
 
Giorvo si lanciò contro Apicio, colmo di furia nera,
e cominciò a colpirlo con pugni, calci, sputi e morsi,
oltre che insulti: pareva che su Apicio infuriasse una bufera.
 
Giorvo sembrò non accorgersi dei minuti trascorsi
ma quasi un’ora passò dal principio a quando finì.
Un demone lo fermò: per Apicio erano arrivati i soccorsi.
 
Il demone chiese: “Dannato Giorvo, perché lo colpisti così?
Hai forse avuto un attacco d’ira? Immediatamente
ti condurrò nel cerchio degli iracondi: non puoi più stare qui.”
 
Così dicendo, il demone lo afferrò saldamente
e se ne andò via, verso altre regioni dell’Inferno
trascinando con sé Giorvo, ancora furente.
 
La vergogna colpì Apicio dall’interno:
era stato un’idiota a suicidarsi. Giorvo aveva ragione.
Ma ormai era troppo tardi: sarebbe rimasto su quel ponte in eterno.
 
Il suo sguardo volse al fiume sottostante dove, senza esitazione,
l’acqua scorreva, fredda, lenta, veloce e bagnata,
profonda esattamente quando volle il Padrone
 
 
                         della Terra Infuocata

MARCO FERRARI (Piacenza, 1998). Scialacqua gran parte del proprio tempo libero dedicandolo alla scrittura. Offrire la propria penna alle Officine Gutenberg è stato un suicidio: i malvagi editori, infatti, non hanno scrupoli – nemmeno nello sfruttamento del lavoro minorile.

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