Le Rubriche di PiacenzaSera - Pillole di Economia

Le banche non sono aziende “normali”. La nuova pillola di Economia

Sempre più spesso quando si parla di “Banche”, anche semplicemente al bar, gli animi si accedono e chiunque si sente autorizzato a dire la propria, spesso raccontando all’interlocutore una propria esperienza negativa

Nuovo appuntamento con le “Pillole di Economia”, la rubrica curata da Mauro Peveri su PiacenzaSera.it. che torna su un tema di estrema attualità, le banche e il sistema del credito in Italia

Le banche non sono aziende “normali”

Con il mio ultimo articolo sullo stato di salute delle Banche italiane, ed in particolare delle quattro Banche oggi tecnicamente fallite, pensavo di aver anticipato il dibattito pubblico che si sarebbe sviluppato ma devo dire che il cumulo di sciocchezze tecniche e il populismo imperante di cui le trasmissioni televisive e i giornali sono piene mi stimola la redazione di questa nuova “pillola”.

Chiariamo subito alcuni concetti in modo schematico, anche se alcuni di questi sono ripetizioni della precedente “pillola”.

In prima battuta occorre premettere che il problema dell’insolvenza del sistema bancario italiano non si fermerà certo alle quattro Banche oggi nell’occhio del ciclone ma, nel prossimo futuro, riguarderà un numero elevato di Istituti che non potranno far fronte in modo ordinario alla quantità di crediti inesigibili che hanno nel loro portafoglio.

Le banche sono imprese, anche se, riprendendo il titolo dell’articolo, non sono imprese normali. Subito dopo il fallimento di Lehman Brothers nel 2008 il Governo americano e la Federal Reserve capirono che il Paese non avrebbe potuto permettersi il fallimento di altre banche, perché gli effetti di propagazione all’intero sistema del credito avrebbero inciso in modo devastante sulla situazione economica generale: crollo dei consumi, degli investimenti, esplosione della disoccupazione. Qualcuno ricorderà il motto coniato in seguito a quell’errore: “to big to fail” riferito ovviamente alle Banche di sistema.

Negli anni seguenti al 2008, negli USA e in Europa, tutti i Governi, tranne quello italiano, si affannarono per salvare le banche in crisi mediante la sottoscrizione d’imponenti misure finanziarie come aumenti di capitale o concessione di finanziamenti, politica che fece aumentare a dismisura i deficit statali. Il Governo italiano, con Tremonti ministro dell’economia e Fazio Governatore della Banca d’Italia, non intervenne, sostenendo che le banche erano solide per cui non vi era alcuna necessità di utilizzare le scarse risorse finanziarie disponibili.

Oggi scontiamo quell’errore madornale, perché nel frattempo la crisi economica del Paese si è approfondita e come ho già detto le famiglie e le imprese non sono state in grado di rimborsare i finanziamenti ricevuti incidendo in modo rilevante sull’equilibrio patrimoniale ed economico del sistema bancario.

Se i crediti non performing delle banche hanno raggiunto la cifra mostruosa di 350 mld e il loro patrimonio netto contabile (attività meno debiti) è inferiore a tale somma come potevamo pensare che i nodi di questo squilibrio non si sarebbero palesati con la crisi degli Istituti di credito più deboli?

Ma si sa l’Italia è il Paese dei miracoli.

Nel frattempo la UE, con l’approvazione di tutti i gruppi politici italiani, compresi quelli che oggi gridano al complotto, per evitare che gli Stati, finanziando le banche in default, falsassero la concorrenza del sistema e aumentassero a dismisura i propri deficit, ha introdotto una nuova normativa.

Questa nuova normativa (BAIL IN) prevede che nel caso di crisi di una o più banche, ove si proceda al salvataggio dell’attività bancaria, sia obbligatorio in primo luogo, AZZERARE IL VALORE DELLE AZIONI POSSEDUTE DAGLI AZIONISTI, poi il IL VALORE DELLE OBBLIGAZIONI SUBORDINATE E ALTRE OBBLIGAZIONI, esolo se insufficienti questi strumenti – far pagare anche ai correntisti l’eventuale differenza. 

Il sistema del credito italiano ha introdotto una limitazione ulteriore a questo principio, inserendo una salvaguardia per i conti correnti sotto i 100mila euro, per i quali – nel caso di default – interverrebe il fondo di garanzia dei depositi. 

La normativa europea è stata costruita con queste modalità in considerazione del fatto che coloro che avevano deciso (nessuno li aveva obbligati) di partecipare, a proprio rischio, al capitale delle Banche, e i correntisti più ricchi, non avevano, ovviamente, alcun diritto di essere rimborsati, come avviene in una qualunque procedura d’insolvenza.

A nessuno in Europa è venuto in mente di mettere in dubbio questo semplice principio insito nel nostro sistema capitalistico.

E’ ovviamente una cosa diversa salvare l’attività bancaria, cioè, in sintesi, i depositi inferiori a 100mila euro e i posti di lavoro dell’azienda, che, ripulita dei debiti, possa continuare ad avere il ruolo, delicatissimo, d’intermediario tra chi ha necessità di un finanziamento (imprese e famiglie) e chi vuole far fruttare i proprio risparmi (le famiglie).

Ma cerchiamo di analizzare le cause della crisi economica delle banche italiane.

Le banche, proprio perché aziende, hanno attraversato un lunghissimo periodo di recessione (ormai quasi decennale) pagando pesantemente in termini di risultati economici e di equilibrio patrimoniale.

Qualcuno si è reso conto di quante famiglie o imprese non hanno rimborsato i mutui o i finanziamenti ricevuti, oltretutto in un periodo in cui i tassi d’interesse (che rappresentano un indice segnaletico dei ricavi per una banca) sono crollati vicini allo zero?
Qualcuno poteva pensare che i bilanci delle banche non avrebbero pagato questa situazione che si protrae da anni?

Le decine di migliaia di fallimenti che hanno interessato le imprese italiane negli ultimi 10 anni, con centinaia di migliaia di creditori che non hanno incassato i propri crediti o i dipendenti che non hanno ricevuto gli stipendi maturati hanno forse sollevato l’interesse dell’opinione pubblica?

E’ brutto affermarlo ma i fallimenti in un sistema capitalistico hanno una funzione sociale, ripuliscono il sistema dalle aziende che non sono efficienti.

Se qualcuno ha un modello di società migliore si faccia avanti e lotti per realizzarla, ma quella che abbiamo è oggi per la stragrande maggioranza degli individui la migliore possibile.
Ma gli italiani, sappiamo, sono una “razza” a parte.

Nel dna degli italiani c’è l’idea che lo Stato sia una cosa diversa dai singoli individui, per cui il principio di socializzare le perdite e conservare gli utili è sempre di moda; se fallisce una banca lo Stato (cioè gli altri) deve intervenire rimborsando gli azionisti, mentre se l’azione si rivaluta o incassa un dividendo, in questo caso, lo stesso azionista ha diritto di percepirlo.

Riuscirà l’opinione pubblica italiana, qualche volta, a non farsi travolgere dagli interessi dei singoli e prendere in giro dai populisti, che, in modo apparentemente schizofrenico, un giorno votano in Europa per il “Bail in” e alcuni mesi dopo, essendo fallite alcune banche, cavalcano la protesta chiedendo al Governo di rimborsare gli stessi azionisti e obbligazionisti delle loro perdite?

Allora domani tutti gli azionisti e obbligazionisti delle centinaia di migliaia di aziende industriali, commerciali, artigiane fallite in queste ultimi 10 anni in Italia saranno legittimati a chiedere un rimborso allo Stato?

Lo Stato deve salvare le banche in quanto Istituti sistemici ma non chi ha investito i propri soldi in attività rischiose come azioni e obbligazioni che, chiunque può capire, sono prodotti finanziari senza alcuna garanzia di rimborso.
E’ chiaro che salvare l’attività bancaria degli Istituti non dovrebbe significare assolvere i responsabili dell’insolvenza di una banca.

In questo caso, l’ho già detto, se ci sono dei responsabili devono pagare: gli amministratori che hanno male amministrato, i controllori (Sindaci, Revisori, Consob, Banca d’Italia) che non hanno vigilato, i funzionari della Banca che vendevano azioni e obbligazioni agli ignari depositanti senza evidenziarne i rischi.

Per limitare fenomeni come quelli oggi analizzati il sistema bancario dovrebbe essere profondamente riformato.

La prima riforma da attuare potrebbe essere quella di vietare che le banche vendano prodotti finanziari come le proprie azioni o obbligazioni, operazione normalmente compiuta con un evidente conflitto d’interesse.

Inoltre occorrerebbe vietare che gli amministratori, sindaci e Revisori possano essere allo stesso tempo clienti della banca e quindi prevedere che gli stessi e i loro familiari non possano ricevere finanziamenti da parte della banca che amministrano o controllano, per evitare intrecci pericolosi tra chi eroga il credito e chi lo riceve. Solo Banca Etruria ha erogato finanziamenti ai propri amministratori, sindaci per circa 190 milioni di euro di cui oltre la metà, secondo un articolo del “Sole 24 ore”, non sono stati rimborsati.

Un’altra riforma decisiva dovrebbe prevedere che i sindaci e i revisori non siano nominati dagli amministratori soci, che controllano l’assemblea degli azionisti, organo, in teoria, deputato alla loro nomina. La nomina dei sindaci e dei revisori dovrebbe avvenire mediante estrazione a sorte, attingendo ad un elenco di professionisti che possiedano un curriculum adeguato e una fedina penale immacolata, magari adottando un sistema che crei categorie professionali ad hoc in cui un professionista, anche se stimato, non possa fare indifferentemente l’amministratore, il revisore, il socio, il debitore, il consulente della banca.

Un’altra riforma utile sarebbe quella di modificare i criteri di selezione della classe dirigente del ceto bancario, per cui conti di più il curriculum e il merito rispetto alle conoscenze e al sistema autoreferenziale che permea purtroppo la società italiana in cui pochi individui che si scambiano potere e favori decidono quasi tutto.

Oggi tuttavia l’opinione pubblica è giustamente scandalizzata dalla mancanza di informazioni che ha accompagnato l’emissione dei titoli bancari sottoscritti da decine di migliaia d’ignari azionisti/obbligazionisti.
A questo proposito gli strumenti per verificare la bontà dei titoli emessi dalle Banche in teoria esistono anche nel nostro Paese ma spesso sono “spuntati” dai conflitti d’interesse.

Le società di revisione e i sindaci controllano gli amministratori; altre società di revisione, o società di consulenza a queste collegate, assumono l’incarico di effettuare la perizia di valutazione dei titoli emessi e sottoscritti dagli ignari cittadini. Questa perizia è lo strumento che dovrebbe certificare l’esatto valore delle quote emesse.

Le stesse società di revisione, o loro “amiche”, con cui  si scambiano i clienti, hanno incarichi di consulenza da centinaia di migliaia di euro per redigere il bilancio consolidato delle banche stesse, che è il documento principale che dovrebbe garantire lo stato di salute della banca emittente; il tutto dunque in un intreccio inestricabile di conflitti d’interesse che emergono solo in casi eclatanti.

Le società di revisione che controllano il mercato della revisione e della consulenza in Italia e nel Mondo sono solo quattro e le società di rating sono tre, forse nel settore occorrerebbe introdurre una maggiore concorrenza.
Ma purtroppo sappiamo che il conflitto d’interessi in Italia è una materia che non attrae l’interesse di un’opinione pubblica distratta.

Occorre poi considerare che le banche sono, in larga misura, amministrate da persone per bene e qualificate ma che poco possono fare per modificare la situazione economica del Paese, che negli ultimi anni è stata drammatica.
Concludo questa seconda puntata sullo stato di salute delle banche evidenziando come l’opinione pubblica percepisca in modo diverso fenomeni che di fatto sono uguali, solo perché gli attori sono formalmente diversi.

La Fondazione di Piacenza e Vigevano, il salvadanaio dei Piacentini, con un patrimonio di oltre 300 milioni nel 2008, come ho più volte scritto, ha acquistato una quota rilevante della Banca del Monte di Parma pagandola oltre 70 milioni di euro.

Poco dopo si scoprì che i bilanci della Banca del Monte di Parma erano pieni di crediti inesigibili e il suo patrimonio fu travolto dalle loro svalutazioni. I risultati economici portarono la Banca sull’orlo del fallimento, ma allora non c’era il “bail in”.

La “moda italiana” imperante in quel momento era quella di salvare le banche sull’orlo del fallimento obbligando altre banche ad intervenire. In quel caso Banca Intesa intervenne salvando la Banca del Monte di Parma dal fallimento, acquistandola e ricapitalizzandola.

Con questo intervento gli obbligazionisti e i correntisti furono salvati mentre gli azionisti hanno perso gran parte del loro investimento. La nostra Fondazione in quanto azionista ha perso in questa operazione quasi 50 milioni di euro avendo venduto la propria quota nel 2015 per 28 milioni di euro.

I 50 milioni di euro (100 miliardi delle vecchie lire) persi nell’operazione acquisto / vendita delle azioni Banca del Monte di Parma erano di fatto soldi dei piacentini, pur essendo nominalmente la Fondazione un organismo privato.

Mi chiedo se la perdita di 50 milioni di euro fosse stata distribuita direttamente tra i piacentini quali sarebbero state le loro reazioni?

Probabilmente anche nella nostra città avremmo visto scene drammatiche davanti al Comune e alla Provincia con richieste di “fucilazione” per gli amministratori, sindaci e revisori, rei di aver rovinato migliaia di famiglie.
Perché invece questa reazione non c’è stata?

Perché l’opinione pubblica italiana ritiene che lo Stato o anche una Fondazione, che pur gestisce soldi pubblici, siano altro rispetto ai singoli individui.
Questo conferma uno dei problemi più difficili da risolvere in questo Paese: l’opinione pubblica spesso ha una percezione distorta della realtà perchè gli individui distinguono in modo singolare ciò che è proprio da ciò che non lo è solo formalmente.

 

 

Mauro Peveri
mauro.peveri@gmail.com

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di PiacenzaSera, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.