Giorno della Memoria, Dosi: “Shoah e terrorismo frutto della stessa violenza” FOTO foto

“Conoscere la storia significa avere gli strumenti per sapere che non si può inneggiare alla guerra o all’intolleranza". Riflessioni sull'attualità alle celebrazioni della 71esima giornata della memoria. Consegnate le onoreficenze ai famigliari dei deportati


 

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“L’Olocausto è stato un momento buio della storia, ma non basta ricordarlo, dobbiamo aprire gli occhi su ciò che ci accade attorno per prevenire conflitti odierni più grandi”: con queste parole le studentesse del liceo artistico Cassinari di Piacenza, Arianna Badini e Xhein Xhindi, hanno testimoniato l’esperienza maturato al viaggio della memoria, nella giornata dedicata alle vittime della Shoah. 

Riflessioni sulla tragedia del passato che guardano al futuro e alla società di oggi, come esempio da non dimenticare.
 
Alla celebrazione, iniziata al Giardino della Memoria dello Stradone Farnese, hanno partecipato le autorità cittadine e militari: “Conoscere la storia significa avere gli strumenti per sapere che non si può inneggiare alla guerra o all’intolleranza – ha affermato il sindaco Paolo Dosi nel discorso ufficiale, portando in primo piano anche l’attualità -; significa rivedere, nei volti delle minoranze Yazide rapite e schiavizzate in Iraq, così come nelle vittime degli attentati del novembre scorso a Parigi, tra una folla che esprimeva soltanto gioia di vivere, lo spettro di quella violenza fine a se stessa”.
 
A seguire, un momento di preghiera affidato al parroco di S Antonino don Giuseppe Basini e la deposizione delle corone d’alloro. Presenti anche le classi 2F e 3F della scuola media Faustini- Frank e la classe 5F dell’ Itis informatico.
 
La cerimonia si è poi spostata alla Galleria Ricci Oddi dove, sopra le note di violino della studentessa del conservatorio Nicolini, Clarissa Bevilacqua, i presenti si sono riuniti per prepararsi alla consegna delle medaglie d’onore concesse ai cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti, nonché ai familiari delle persone decedute.
 
Il prefetto Anna Palombi ha consegnato 10 onorificenze ai parenti di: Annicetto Ceron, Pietro Chiappini, Eugenio Esposito, Elio Finetti, Sante Fiorcari, Giuseppe Illari, Giovanni Ismelli, Nando Panelli, Francesco Valla, nonché a Pietro Volpicelli, che ha ritirato personalmente la medaglia.
 
A conclusione, sono state ascoltate le testimonianze delle due studentesse che hanno preso parte al viaggia della memoria a Radensburg  e la professoressa Rossella Groppi, del liceo artistico Cassinari, ha letto alcuni brani del diario di Aldo Carpi, pittore deportato a Gusen.

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Ecco le altre iniziative pubbliche in programma:

– Il 27 gennaio alle 21,00, alla Sala dei Teatini, è la volta del Concerto “In memoria dell’infanzia ebraica perseguitata” ad ingresso gratuito, che vedrà l’esecuzione delle musiche originali del maestro Metti e l’intervento dello storico Bruno Maida per la prolusione ufficiale: ci auguriamo che la cittadinanza sappia cogliere un’occasione di così grande rilievo.

– Il 28 gennaio, alle 10,30, al Conservatorio di musica “Nicolini”, 300 ragazzi delle scuole medie assisteranno ad alcune esecuzioni musicali e alla visione di una videotestimonianza di  Liliana Segre, una bambina sopravvissuta ad Auschiwitz, dove fu deportata all’età di 10 anni.

– Il 29 gennaio, alle 10,30 all’Auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, Carlo Greppi intratterrà 250 ragazzi delle superiori con la solita sagacia e capacità di coinvolgere, far pensare e contemporaneamente divertire, sul tema della memoria e della responsabilità morale; in chiusura, l’Orchestra del Gioia eseguirà un famoso brano ebraico.

– Sabato 30 gennario h 21.00: “Wiegenlied Ninnananna per l’ultima notte a Terezìn”, concerto con la Pavel Zalud Orchestra e la straordinaria presenza dello scrittore Matteo Corradini. L’evento si terrà presso il Teatro Municipale, a cura della Fondazione Teatri di Piacenza. Lo spettacolo prevede musiche composte negli anni del ghetto da Ilse Weber, a cui si alterneranno letture di Matteo Corradini sui racconti dello stesso Weber.

– Lunedì 8 febbrario h 16.30: “Ho sognato la cioccolata per anni”, letture a voce alta di diari di bambine sopravvissute ai campi di concentramento; evento presso la sala Auguro Balsamo della Biblioteca comunale Passerini Landi.

Ulteriore documentazione in preparazione e accompagnamento degli eventi può essere consultata sul sito dell’Isrec: http://www.istitutostoricopiacenza.it

IL DISCORSO DEL SINDACO PAOLO DOSI
Erano circa 7 mila, i detenuti rimasti all’interno del campo di concentramento di Auschwitz, quando il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche abbatterono i cancelli del lager.

Gli stenti, la denutrizione, l’impietosa devastazione fisica e psicologica avevano ridotto in fin di vita la maggior parte dei prigionieri che ancora erano rinchiusi oltre il filo spinato, al di là di quella scritta sinistra e tragicamente solenne – “Arbeit Macht Frei” – che il mondo avrebbe imparato con orrore a conoscere nel suo vero, drammatico significato.

All’approssimarsi dell’Armata Rossa, gli ufficiali di Hitler avevano distrutto le camere a gas ancora funzionanti e costretto circa 60 mila prigionieri a evacuare il campo, uccidendo coloro che non riuscivano a mantenere il passo, lasciando che la fame e il freddo facessero il resto.

Senza dimenticare le migliaia di vittime trucidate nei giorni precedenti, nel vano tentativo di disperdere le tracce, le prove di uno sterminio pianificato con lucida follia.

Come se si potessero cancellare davvero, le storie e la memoria di un milione e trecentomila persone deportate dalle SS e dalla polizia tedesca tra quelle stesse mura, da cui un milione e centomila bambini, donne e uomini non fece mai ritorno.

Come se si potesse realmente stendere un velo di silenzio sull’enormità inenarrabile degli esperimenti genetici, sulle docce della morte in cui venivano stipati come rifiuti coloro che venivano giudicati inadatti ai lavori forzati, a produrre profitto con i loro corpi esili, violati, annichiliti dalla persecuzione e da ferite interiori che mai avrebbero potuto rimarginarsi. Come se si potesse immaginare che nessuno, di fronte a quelle vite cancellate, a quelle famiglie separate nel buio di un vagone e passate al vaglio come merce da riattare, condividesse il loro dolore e se ne facesse carico, nella commozione e nella consapevolezza del ricordo.

Perché è questo che oggi ci chiede la nostra presenza nel Giardino della Memoria; è su ciò che è stato che ci interroga la nostra coscienza, dando voce a chi è stato condannato – senza appello, né speranza di salvarsi – perché di religione ebraica, perché disabile, perché di etnia Rom, perché omosessuale o, semplicemente, perché libero nei pensieri, nelle scelte politiche, nel rifiuto di piegarsi a un’ideologia vile e totalitaria.

Scavare nei risvolti più duri di quel passato ci obbliga a fare i conti con il volto brutale di un’umanità che ha rinnegato se stessa, ma al contempo ci permette di prenderne le distanze, di riaffermare che non possiamo, ancora oggi, accettarne l’aberrazione e la vaneggiante filosofia del capro espiatorio, dell’odio xenofobo nei confronti del diverso.

Conoscere la storia significa avere gli strumenti per sapere che non si può inneggiare alla guerra o all’intolleranza. Significa rivedere, nei volti delle minoranze Yazide rapite e schiavizzate in Iraq, così come nelle vittime degli attentati perpetrati nel novembre scorso a Parigi, tra una folla che esprimeva soltanto gioia di vivere, lo spettro di quella stessa violenza fine a se stessa.

Guardando in faccia, con sgomento e con realismo, quella “banalità del male” che Hannah Arendt ha saputo spiegare così bene, esortandoci a riflettere sul fatto che a compiere quelle azioni mostruose fossero state persone “non demoniache, ma pressoché normali”.

Significa, infine, assumersi la responsabilità della cultura che vogliamo trasmettere alle nuove generazioni, ispirata alla pace e alla convivenza civile, ma vigile nell’impedire il dilagare di sentimenti antisemiti, di revisionismi strumentali e offensivi della dignità e dell’intelligenza altrui, di facili propagande belliciste frutto di una visione distorta della religione e della spiritualità.

Appare allora come un monito che non possiamo ignorare, la frase incisa in trenta lingue all’interno del campo di concentramento di Dachau: “Coloro che non conoscono il passato, sono condannati a ripeterlo”.

Dare valore alla memoria, del resto, vuol dire proprio questo: avere coscienza – e aiutare gli altri a comprendere – che non può esservi innocenza né leggerezza nel giustificare il fanatismo nazista o l’estremismo di qualsiasi matrice.

Perché guardare una persona morire, pianificarne la sofferenza come se fosse null’altro che il tassello di un ingranaggio funzionale a un progetto più grande, è semplicemente contrario a ogni principio, a ogni fondamento della nostra natura. E lo è al di là di qualsiasi credo religioso, di qualsiasi convinzione politica si possa avere.

Oggi, 27 gennaio, siamo qui perché abbiamo un debito morale, un legame alle radici del nostro stesso essere umani, con i 15 milioni di vittime che si stima l’Olocausto abbia prodotto, tra le quali 6 milioni di Ebrei caduti per il disegno genocida di Hitler.

Oggi siamo qui perché nessuno possa più incidere, nella pietra, quella scritta su cui Luis Sepulveda racconta di aver posato gli occhi a Bergen-Belsen, forse tracciata con un chiodo, forse con un coltello: “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia”. No, mai più.

IL DISCORSO DELLA VICEPRESIDENTE DELLA PROVINCIA PATRIZIA CALZA
Buongiorno a tutti i presenti, alle autorità, ai cittadini e a voi studenti, Quella di oggi non è una ricorrenza rituale, ma un ricordo che rinnova costantemente il dolore e la domanda di senso su una strage che ha funestato l’Europa e il mondo.

Il compito che ogni anno spetta ai rappresentanti delle istituzioni in questo Giorno della Memoria è un impegno importante, doveroso oltre che estremamente doloroso.

Di fronte a voi e con l’animo unito, a quanti, in queste stesse ore, stanno celebrando nel mondo il ricordo della distruzione operata dalla Shoah, ricordiamo oggi quello che è stato. Il nostro dovere – e quello delle giovani generazioni – è non solo di non dimenticare, ma anche – e soprattutto – di costruire noi stessi memoria, che possa contribuire a mantenere vivo il ricordo di una delle più grandi ferite della nostra storia.

Da sempre, fin da ragazza, da quando lessi per la prima volta il testo scritto da Primo Levi, rimasero scolpite nella mia memoria, nella mia anima, la prefazione e soprattutto le ultime righe della prefazione.

Le ricordo: Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per mezzo pane Che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, Senza capelli e senza nome Senza più forza di ricordare Vuoti gli occhi e freddo il grembo Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato: Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi; Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, La malattia vi impedisca, I vostri nati torcano il viso da voi.  (Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947)

Con Questa poesia, parafrasi di una preghiera rituale ebraica, l’autore non vuol dire solo che ciò che stiamo per leggere è accaduto e può ancora accadere ma prima di tutto che il Mondo del lager, con le sue brutture, l’annientamento dell’essere umano, la vergogna, è stato, è esistito, è stato introdotto nel mondo del possibile. È stato possibile.

Dunque come ha potuto essere possibile? Questo mi pare sia la tremenda riflessione che la vittima, ogni vittima, dell’olocausto ci rimanda. Che l’immagine, ogni immagine, dell’olocausto, ogni volta, ci provoca.
 
Dunque, stimolata, provocata  dalle ultime righe della poesia, la domanda che mi ponevo e che mi pongo e che offro alla vostra riflessione è la seguente: come possiamo dare risposta a questa accorata richiesta? Io non so rispondere che questo: tramandando i fatti, riflettendo sulle cause, assumendoci la responsabilità di fare in modo che ciò non accada più.

Il viaggio dei ragazzi, il nostro ritrovarci qui oggi, in questo giardino, sono certo una risposta: qui si fa memoria, si ricordano fatti che ancora oggi non smettono di sconvolgerci ma contribuiscono anche a tenere viva la domanda sul “perchè”.

Uniti, solidali, unanimi, ricordiamo e onoriamo la memoria dei morti ma anche dei “giusti”, di tutti coloro che si sono opposti al progetto di sterminio e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Uniti condanniamo la Shoah, la persecuzione dei cittadini ebrei e degli italiani e dei tanti che per motivi di etnia, condizione, cultura hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte.

Ma oltre a ciò, cosa altro possiamo fare? Credo che dobbiamo assumerci un impegno che non si assolve una volta all’anno ma che richiede una costante attenzione, ogni giorno: il dovere di restare umani e di vigilare come fecero i ragazzi della Rosa Bianca.

Abbiamo il dovere, in ogni luogo in cui ci troviamo a vivere e operare, di insegnare, diffondere, difendere, promuovere la libertà, la tolleranza, il rispetto, la solidarietà che sono il miglior antidoto contro ogni sorta di discriminazione fra i diritti delle persone.

Abbiamo il dovere di difendere sempre e comunque i diritti umani fondamentali, e la vita umana, sempre, perchè non abbiamo più da provare vergogna, quella stessa vergogna che oltre settant’anni fa, quando Auschwitz e gli altri campi di sterminio furono liberati, l’Europa e il mondo intero provarono, scoprendo di aver volto le spalle all’orrore, di non avere avuto il coraggio di vedere e di denunciare, di combattere l’indifferenza al male.

E’ compito di tutti noi, delle Istituzioni, della famiglia e della scuola, incoraggiare, alimentare e stimolare il desiderio di capire di più e di capire meglio, perchè la risposta alla domanda se sia ancora possibile un’esistenza dopo Auschwitz è affidata, giorno dopo giorno, a noi, chiamati a rendere possibile una nuova vita e a concretizzarla quotidianamente, “perchè ciascun uomo ha le sue responsabilità e ciascuno ha un compito cui attendere.

Ciascuno di noi ha un dovere rispetto alla società e ciascuno ne deve rispondere perché nessun’altro farà mai quello che solo noi possiamo fare”.

Zilocchi (Cgil): “Non abbassiamo la guardia: Danimarca che vuole impossessarsi dei beni dei richiedenti asilo fa tremare i polsi” – Dopo lo spettacolo di venerdì scorso in ricordo di Anne Frank in sala Nelson Mandela all’interno di Musica al Lavoro, la Cgil di Piacenza ha partecipato alle commemorazioni cittadine per la Giornata della memoria per le vittime dell’Olocausto.
 
“La Cgil è impegnata fortemente sui temi di libertà e di uguaglianza tutti i giorni – spiega Gianluca Zilocchi, segretario generale Cgil Piacenza – oggi a nostro avviso si impone una riflessione sul futuro dell’Europa: non bisogna abbassare la guardia e tenere alte le bandiere dell’accoglienza e della pace con fatti concreti, l’esatto contrario di ciò che sta accadendo con la costruzione di muri e la paventata sospensione dei trattati di Schengen. In questo contesto appare scandalosa la proposta della Danimarca che vuole impossessarsi dei bene dei richiedenti asilo. Una proposta che fa tremare i polsi e che evoca le pagine peggiori della nostra storia. Manteniamo viva la memoria tutti i giorni non solo il 27 gennaio, perché sono proprio questi fatti e altri tristi episodi che si consumano nel nostro Paese quotidianamente a ricordarci che i valori della pace e della fratellanza tra i popoli non sono mai definitivamente acquisiti”.

Shoah, Bonaccini: “La Giornata della Memoria impegna le coscienze di tutti” – “La Giornata della Memoria impegna le coscienze di tutti. Perché troppo grande è stata la tragedia che essa vuole ricordare”.

Lo ha detto Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna, in occasione della ricorrenza della Giornata nella quasi si ricorda la tragedia della Shoah. “Memoria – prosegue Bonaccini – deve essere la nostra capacità di difendere in ogni momento, ogni giorno, i principi della dignità dell’uomo, della libertà. A partire dalla lotta quotidiana per difendere la democrazia contro ogni forma di violenta sopraffazione, contro ogni tentativo di imporre tutto ciò che non è dignità, libertà e democrazia”.

“Anche il Memoriale della Shoah, che si inaugura oggi a Bologna – città vittima di tanti, troppi atti di violenza – rappresenta un luogo da vivere, per diffondere cultura e investire per la pace, come hanno detto i rappresentanti della comunità ebraica bolognese”.

“Solo la cultura – aggiunge il Presidente della Regione – può aiutarci nel cammino, non sempre agevole, di tutela della pace e di  tutti quei principi per i quali milioni di persone vennero privati – con violenza indicibile – del loro mondo, dei loro affetti e della loro vita”.

“Anche da questo monumento, qui a Bologna, deve trovare nuova forza l’impegno di tutti – conclude Stefano Bonaccini –  per la libertà e per la democrazia.

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