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Pausa caffé con Nereo Trabacchi: La mattinata

Pubblichiamo il racconto di Nereo Trabacchi. 

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La mattinata

di Nereo Trabacchi

Quando gli fu diagnosticata la malattia, sua moglie era al terzo mese di gravidanza. “Quattro mesi, sei al massimo…” furono le lapidarie parole utilizzate dal medico quando tassativamente pretese di sapere la verità. Una sentenza di morte, senza appello, il cui risultato fu quello dell’immediato distacco di quella sorta di “spinotto” alla base del capo collo attraverso cui tutti noi trasmettiamo e facciamo viaggiare ordini e informazioni dal cervello al resto del corpo.

Così, navigando in quella sorta di incoscienza e artificiosa falsa serenità prodotta e trasformata dai farmaci in chimica indulgenza, il compito più difficile era la tassativa necessità di tenere due precisi conteggi in simultanea, entrambi alla rovescia: il primo conducente alla sua prematura morte, il secondo indirizzato alla nascita del figlio. Entrambi improvvisamente velocissimi, necessari, inevitabili e soprattutto improrogabili. Certo, l’unico preciso scopo era quello di posticipare al massimo il primo e sperare che senza complicazioni, si anticipasse leggermente il secondo, solo così poteva sperare di conoscere il proprio figlio e poter passare, per quanto minimo e sterile di ricordi paterni, un po’ di tempo insieme a lui. I giorni passavano spediti tra inutili lacrime familiari, stupide pacche di speranze, saluti di commiato più necessari ai sani e salvi che non a lui, e soprattutto ai continui calcoli con datario alla mano, che lo gettavano nello sconforto più totale quando i dolori nel suo corpo si facevano più intensi, e lo risollevavano quando il ginecologo della moglie li rincuorava sulla regolarità delle tempistiche.

Trascorsero così cinque lungi ma veloci mesi, vissuti da lui esattamente come il Bianconiglio di Alice nel Paese delle Meraviglie, orologio alla mano e in perenne ansia di essere in ritardo, là dove nel suo caso però si augurava di non essere troppo in anticipo. A venti giorni dalla data prevista per il parto, mancavano anche venti giorni alla scadenza dei suoi sei mesi, e mentre i due tempi viaggiavano continuamente e con tragica precisione in parallelo, lui comprese, come solo il malato terminale può comprendere, che non un’ora in più gli sarebbe stata concessa. A dieci giorni dal punto di non ritorno, mentre era coricato nel letto impegnato a raccogliere ogni briciolo di forza per accarezzare suo figlio nel ventre materno, ragionava su come quei pochi centimetri di pelle e carne fossero la più crudele delle barriere e di quanto spesso le persone ne erigano di inutili perdendo così il profumo di tantissime cose.

In quell’istante lo abbandonarono i sensi rendendo necessario il suo immediato ricovero con il viso rigato da un pianto cadente fino a una bocca grata del fatto che lacrime non abbiano sapore. Mancavano ormai solo due giorni e come un piano quasi perfettamente riuscito, la moglie fu colpita dalle prime doglie e ricoverata nello stesso ospedale che in barba a tutte le regole li mise nelle stessa stanza. Lui pretese la somministrazione di farmaci minima, ma solo necessaria a non morire prima per i dolori che non per la malattia, al fine di rimanere il più lucido possibile e portare con sé, ovunque fosse diretto come miscredente, un vago ricordo del viso e dell’amore figliale.

In cuor suo sapeva che poteva farcela… Era l’alba del gran giorno, il suo bambino nacque alle sei del mattino e gli fu adagiato nel letto, tra il suo fianco e lo scheletrico braccio a far da provvisoria, fragile ma fortissima culla. Lui che pensava di “non avere tempo”, ebbe la grande fortuna e ricchezza di avere una mattinata intera, tutta per loro. Quasi quattro ore, durante le quali le loro vite riuscirono a correre parallele, con uno scambio di leggeri sorrisi, senza lacrime e senza vagiti, protetti da una bolla di serenità talmente spessa e resistente che se fosse caduto loro addosso l’ospedale intero ne sarebbero usciti illesi. Poi, come previsto, il braccio/culla si lasciò cadere dal bordo del letto, il piccolo fu riportato dalla madre e proiettato verso una vita senza padre, ma già carico di una prima grande esperienza che in tanti non comprendiamo neppure in tarda età, là dove pensiamo di avere tutto il tempo, ma non essendo così è necessario viverlo per qualità e non per quantità

. Alice: “Per quanto tempo è per sempre?” Bianconiglio: “A volte, solo un secondo”.

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