Quantcast

Paolo Resmini, l’architetto e l’uomo. Il ricordo di Sergio Signorini foto

Sono ormai trascorsi sei anni dalla scomparsa dell'architetto Paolo Resmini. In due precedenti articoli (pubblicati su Libertà 15 Febbraio 2011 e 3 Febbraio 2012) se ne è ripercorsa sommariamente la ricca messe di opere lasciate in eredità. Nel presente si intende ricordarne le doti umane

Più informazioni su

PAOLO RESMINI, L’UOMO – Il ricordo dell’Ingnegner Sergio Signorini
 
Sono ormai trascorsi sei anni dalla scomparsa dell’architetto Paolo Resmini. In due precedenti articoli (pubblicati su Libertà 15 Febbraio 2011 e 3 Febbraio 2012) se ne è ripercorsa sommariamente la ricca messe di opere lasciate in eredità. Nel presente si intende ricordarne le doti umane.

Si tratta in sostanza di quanto già esposto pubblicamente in occasione della presentazione del film di Tommaso Ferrari – Paolo Resmini: architetto e designer (edito da Officine Gutenberg e ancora in vendita in libreria e in edicola) – il 18 Maggio 2015, al Teatro dei Filodrammatici di Piacenza.

Paolo era uomo istintivo, impetuoso, passionale e insieme – paradossalmente – riflessivo, persino meditativo, razionalissimo. Teneva imbrigliati gli opposti reggendone la tensione, più spesso fissato negli estremi – nell’uno “o” nell’altro, ma anche nell’uno “e” nell’altro –  meno frequentemente nell’ovidiana aurea mediocritas, che osservava con sospetto e che mal si addiceva al suo pressante bisogno di sentirsi vivo, vitale, rischiando anche, per guadagnare la sensazione – direbbe Vasco Rossi – di “andare al massimo”. Tratto caratteriale, questo, che certamente gli ha consentito di spendersi con generosità, senza risparmio alcuno.

La generosità, caratteristica prettamente maschile, non gli ha impedito però di agire anche un’accoglienza “femminile” dei bisogni altrui, riservando ai più ascolto attento e profondo, ben oltre il narcisismo secondario che molti gli imputavano quale difetto. Narcisismo che era invece – particolarmente in lui – di sostegno al “dubbio categorico”, col quale analizzava ogni questione, anche professionale, nella recherche patiente – citava sempre Le Corbusier a questo proposito – per conseguire la minima certezza che l’avrebbe smosso dalla ragione per consentirgli di inseguire il sentimento.

Fu anche uomo improvviso, dirompente, lacerante. Spesso le sue relazioni professionali, sociali, politiche e umane terminavano inaspettatamente, con scarti repentini, con la messa in campo di un’inflessibilità quasi puritana, che per altri versi certo non gli si addiceva, tanto era aperto al “tutto è possibile e niente impossibile!”

Insomma, uomo di forti e intense contraddizioni, dalle quali scaturiva la sua tormentata, convinta e convincente creatività: fonte perenne.
Elencare le caratteristiche principali di Paolo rende più immediato tracciarne un ritratto a tutto tondo. Sono 7, enucleate dai ricordi: chi lo ha ben conosciuto può certamente confermare.
           
1 – Vitalità. Paolo possedeva un’energia smisurata, che spesso lo spingeva a compiere azioni temerarie nel mettersi alla prova, soprattutto nelle attività atletiche e sportive. Il suo desiderio di godersi l’esistenza in ogni più minuta piega era sempre attivo ed esuberante. Ricordo che, durante un viaggio di lavoro d’inizio primavera, nelle Marche, in attesa che riaprissero appositamente per noi un ristorante, nel quale avremmo gustato ottimo pesce, fresco della pesca di quel mattino, decise che il sole era troppo radioso e caldo per rinunciare a un bagno in mare. Si spogliò rapidamente e si tuffò, guadagnando il largo con ampie e vigorose bracciate. Intanto Giulio, un pescatore che ambedue conoscevamo da anni, corse a casa a prelevare qualcosa perché potesse asciugarsi. Paolo uscì dall’acqua ancora gelida d’inverno e si stese al sole, la pelle intirizzita e accapponata: si sdraiò, aderendovi, sugli scogli, dichiarando con voce convinta di sentirsi benissimo dopo la nuotata. Noi, ancora protetti da giacconi e sciarpe, non potevamo che attendere Giulio: arrivò, poco dopo, arrancando di corsa sulla sabbia, data l’età, portando l’unica cosa che era riuscito a recuperare: un bianco lenzuolo matrimoniale. Paolo si strofinò, asciugandosi, e si rivestì gioioso. Per ringraziarlo, invitò Giulio a pranzo con noi. Nei giorni successivi non accusò neppure un raffreddore. La sua vitalità aveva addomesticato le temperature dell’acqua e dell’aria e aveva saputo mettere in campo una salvifica resistenza.
           
2 – Curiosità. Non la comunemente diffusa intorno alla vita e ai fatti altrui, ma quella preziosa e necessaria che spinge a cercare la verità al fondo di ogni cosa, che induce a cogliere il senso e la direzione di un percorso, le ragioni di un comprendere mai appagato. Una sete insaziabile, anche di conoscenza: Paolo possedeva una cultura variegata e molteplice, che lo spingeva, momento per momento, ad interessarsi agli ambiti più disparati; dalla letteratura alla storia; dall’architettura all’arte e al design; dalla poesia alla politica; dalla botanica – amore trasmessogli dal padre – all’arte dei giardini e del paesaggio; dalla matematica, che lo sorprendeva costantemente per la magia dei numeri, alla geometria, della quale si nutriva quotidianamente nel disegno (foto 3-4), lasciando che la sua mano scorresse liberamente sui fogli, per successivi passaggi, incastrando forme semplici e significanti l’una nell’altra, rendendole tangenti, intersecate, ruotate: cerchi – quarti di cerchio in particolare – quadrati, triangoli, rettangoli allungati in foggia di feritoie medievali ricorrono con rigore in ogni sua composizione. Era devoto cultore della sezione aurea e della serie di Fibonacci, alle quali spesso si riferiva per le sue dimostrazioni. Mostrava con orgoglio che sapeva imbrigliare l’informale, scaturente dalla sua intuizione, restituendolo a un ordine razionale che non mancava mai di accenti poetici. La sua sfida in architettura era attrarre l’attenzione sulla materia che la struttura, perché lo spazio involucrato sia libero di aleggiare indirettamente nella percezione, sublimato, respirato, accolto in modi che rendono difficile restituirne l’esperienza a parole, ma la rendono indimenticabile ed unica nella percezione, nel vissuto.
           
3 – Intelligenza intuitiva. Paolo possedeva il dono dei grandi architetti: vedeva lo spazio e lo percorreva mentalmente prima ancora di disegnarlo. Ma la qualità della sua intelligenza spaziale non gli impediva, per semplice piacere, di indagare la forma attraverso molte e a volte elaborate sperimentazioni grafiche, abbozzi, schizzi (foto 5). Nel dire intelligenza intuitiva – vero e proprio ossimoro – si intende ricomprendere due suoi estremi tenuti pericolosamente insieme: intuire gli garantiva con immediatezza la realizzabilità nel mondo fisico del pensiero scaturito improvvisamente e con certezza indimostrabile dall’ignoto; intellegere, invece, gli consentiva di dare forma sensata ed appropriata all’intuizione. Dalla sinergia di intuizione e intelligenza razionale scaturivano le sue opere, sempre personali, ben distinguibili, nutrite da escursioni storiche, ma rigorosamente – e sempre – connotate da un “linguaggio Moderno”; di più, contemporaneo (foto 6). Sul piano umano, delle relazioni, Paolo era sensibilissimo: sapeva cogliere ogni sfumatura dell’umore altrui e intuire le attese delle persone, ma era disposto ad assecondarle solo nei limiti in cui le richieste non si trasformavano in pretese in contrasto col suo sentire. Era inflessibile in alcuni casi, duro, rapido, imprevedibile. Non temeva di lasciare, di rinunciare, di separarsi da ciò e da chi entrava in conflitto insanabile con la sua sensibilità. Talora preveniva gli eventi, ne fiutava gli sviluppi: perciò taluni distacchi, talune chiusure rimasero ai più incomprese e gli valsero la fama di un’intransigenza che di certo non gli difettava, ma solo in termini di fedeltà a se stesso. Come uomo politico non fu alieno da compromessi: d’altronde non si può convivere con la politica senza un po’ di machiavellismo. Fu amato e considerato da politici di statura nazionale e internazionale e anche con loro, pur consapevole dell’infida e incostante correttezza, osò sempre, rischiò tutto. Ne trasse vantaggi e débâcle, ma la sua vitalità lo rigenerava ogni volta: un’Araba fenice.
           
4 – Creatività giocosa. Paolo Resmini amava talmente il suo “mestiere” da viverlo come un gioco, nel quale l’espressione creativa era fonte di felicità. E il suo bambino interiore, spesso pronto ad affiorare all’improvviso, giocava nel modo in cui giocano i bambini: molto seriamente! Era creativo in ogni ambito della vita. Una sera, dopo la cena conclusiva di un gruppo di lavoro al quale appartenevo, si alzò in piedi e avviò un brindisi, che promise di una ventina di minuti, “giusto per mostrare come va il mondo”: parlò – all’apparenza – in modo forbitissimo, ma in “politichese”, come lo si definiva allora; sfoderò un pirotecnico metalinguaggio puro; parlò venti minuti dicendo … assolutamente niente! Divertiti, affascinati, stupefatti, gli chiedemmo un altro brindisi in “architettese” e il sentirci chiamati in causa in prima persona dal suo specchio vagamente spocchioso rese straniante il secondo exploit. Chi voglia comprendere di cosa si trattasse, può immaginare Paolo anticipatore dell’intelligentissima satira di Maurizio Crozza, quando evoca il mondo dorato delle “archistar” attraverso il personaggio dell’architetto Fuffas, il cui nome, assonante con quello di un deus ex machina nazionale, è già evocativo, se non indicativo, degli sfuggenti contenuti del linguaggio.
           
5 – Passione relazionale. Paolo amava, più di tutto, essere in relazione: si potrebbe affermare, senza timore di essere smentiti, che l’intera sua vita sia stata costruita intorno e grazie alla sua capacità di intessere relazioni. E non è casuale il termine intessere: si adoperò spesso per creare sinergie fra persone motivate da un comune interesse e scopo. Ciò avvenne in politica, per esempio nel lungo periodo nel quale diresse la Commissione Urbanistica del Partito Socialista; nella professione, per esempio quando si mise a disposizione per strutturare il nascente Ordine Provinciale degli Architetti; ancora nella professione, quando organizzava gruppi di lavoro nei quali integrò sempre giovani alle prime esperienze, per trasmettere le sue ampie competenze; nelle amicizie che, in assenza di altro tempo, trovavano spazio in generosi inviti a pranzo o cena per condividere se stessi nel piacere delle buona cucina. In tutte le sue attività, anche in qualità di Presidente dell’A.C.I. Piacentina, mise continuamente in comunicazione persone che trassero conoscenze e opportunità dalla rete di connessioni che tesseva giorno per giorno.
           
6 – Sapienza nel tenere insieme parti e tutto. Fu una delle sue doti davvero eccellenti: analisi e sintesi non gli difettavano, né l’una, né l’altra. Poteva tenere lunghi e articolati discorsi – chi lo ha ben conosciuto di certo ricorda quanto spesso gli piacesse ascoltarsi, come se dovesse sempre dimostrare qualcosa: aspetto che connetto a un profondo desiderio di riconoscimento dal padre – ma sapeva anche essere lapidario e concludere un confronto in un attimo, con affermazioni assiomatiche, mai prive di fondamento, anche se talora il senso, la comprensione dei suoi gesti imprevedibili affioravano solo nel tempo. Ricordo un mattino nel quale, alla vista dei primi schizzi di una nuova casa – era il tempo in cui un altro Paolo – Portoghesi – col quale condivideva un amore irrefrenabile per il liberty, preconizzava in Italia il Post-Modern – gli esposi i miei dubbi sul rischio di una sua deriva postmoderna. Rispose semplicemente, lapidario appunto: “Non corro questo rischio! Caro Sergio la tua zevianità è salva! Il tuo amico non ti tradisce!”. Qualche anno dopo mi imbattei per caso nell’edificio realizzato. Fu una grande emozione, anche per la “sovranità” che imponeva al territorio circostante. Tentai alcune strade per avvicinarmi e, raggiuntolo, lo percorsi intorno e dentro – era ancora “a rustico” – e mi accorsi in un istante che non mi aveva tradito, non aveva affatto tradito la sua e mia “Modernità”.
           
7 – Nessuna paura di assumersi il rischio della vita. Anche in questo Paolo Resmini mi fu maestro a lungo, benché abbia appreso poco da lui mentre era in vita. Di più, invece – paradossalmente – da quando è mancato. Sapeva che la vita è rischio e che per viverla occorre rischiare. Non si tirò mai indietro da qualsivoglia prova la vita gli proponesse o lui stesso cercasse per misurare le proprie forze, la propria resilienza. Osò e pagò sempre il prezzo richiesto, ma nessuno poté mai ridurlo. Vibrava in lui uno spirito dannunziano, l’esagerazione spesso era solo il minimo, si tuffava nelle esperienze a capofitto, incurante delle conseguenze, ma mai ciecamente, inconsapevolmente: seppe sempre “controllarle” col cuore e con la mente.
           
Paolo: chi lo ha incontrato non può non ricordarne – e risentirne – la gioiosa frenesia del vivere.

Sergio Signorini

Più informazioni su

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di PiacenzaSera, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.